Joseph Mitchell e l’incredibile storia di Joe Gould

«Nella mia vita ho conosciuto un bel po’ di mondi, compresi quelli nascosti nei mondi di cui è fatta New York». È proprio con questa convinzione che Joseph Mitchell ripercorse il suo passato. Sotto un cappello e un paio di occhialoni, si agitavano i suoi occhi curiosi e affamati di dettagli: lo sguardo attento e instancabile di uno scrittore originario del North Carolina, che fece di New York la sua città.

Joseph Mitchell: dalla provincia a New York

«Nella mia città natale», scrisse Joseph Mitchell «non mi sono mai sentito a casa. Anche nella mia stessa casa, non mi sono mai sentito a casa. A New York invece, specialmente nel Greenwich Village, tra gli eccentrici, i disadattati, gli avventurieri e quelli in cerca di Dio sa cosa, mi sono sempre sentito a casa».

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Joseph Mitchell. Da: nytimes.com

Perlustrando in lungo e in largo le sue strade, questo osservatore famelico appuntava nel taccuino ogni storia nascosta dell’umanità newyorkese, riuscendo gradualmente a «diventare parte della città», come gli piaceva pensare. Arrivò nella metropoli nel 1929, con la disapprovazione del padre che non poteva darsi pace all’idea di vedere il figlio «ficcare il naso negli affari altrui». Tuttavia, fu proprio la sua strenua curiosità a renderlo un corrispondente per numerosi quotidiani, e, qualche anno dopo, uno degli autori più importanti del New Yorker.

Joseph Mitchell e la creative non-fiction

Grazie a questo nuovo incarico, Mitchell poté finalmente occuparsi della sua rubrica sui profili urbani, scegliendo liberamente i soggetti a cui interessarsi: le personalità in vista non le considerava neppure, dedicandosi invece a figure di strada, segnate da singolari storie e vite inusuali. Vagabondando per la città, guidato dalla voglia di fare «due passi nella psicopatologia conclamata», lavorava alle sue storie.

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Joe Gould. Da: newyorker.com

I suoi piccoli studi sull’umanità hanno inaugurato la cosiddetta creative non-fiction, un genere portato avanti da autori come Tom Wolf, Joan Didion e, non ultimo, Truman Capote. Per anni Mitchell compose ritratti di persone di cui nessun altro avrebbe mai scritto, sostenendo che l’arte può essere tale anche se slegata dall’immaginazione e rivolta alla cruda realtà quotidiana. Era convinto di possedere una particolare abilità, quella di saper trovare anche nell’insignificante un profondo valore storico e umano. Eppure, Mitchell non era il solo a pensarla così. Infatti, tra tutte le storie che strappò all’oblio della memoria, vi è quella di un uomo che lo segnò per il resto della vita: Joe Gould.

Oral History, la misteriosa opera di Joe Gould

Nei primi anni Quaranta, Mitchell incontrò un barbone intellettuale, «un ometto allegro e sparuto che da un quarto di secolo è una celebrità nei caffè, nelle trattorie e nelle topaie del Greenwich Village». L’uomo era conosciuto in tanti modi: come un nottambulo solitario, un ficcanaso bohémien, o come il Professor Gabbiano, per la sua abilità nell’aver tradotto alcune poesie di Longfellow nella lingua dei gabbiani. Ma soprattutto, era noto a chiunque per essere lo scrittore di quella che sosteneva essere una vera e propria storia dell’umanità: la sua Oral History. Un manoscritto che Gould presentava come l’opera definitiva del XX secolo su New York, composto da più di 9 milioni di parole e circa 20.000 conversazioni con estranei sui marciapiedi, nei caffè e nei bassifondi della città. Gould aveva fatto circolare solo qualche capitolo, ricevendo significativi apprezzamenti da scrittori come Ezra Pound e E.E. Cummings, ma non era andato oltre.

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Mitchell, rapito da questa storia, non solo decise di dedicarle un profilo, ma di cercare anche degli editori per la pubblicazione dell’opera monumentale. Il legame tra i due scrittori non si limitava più alla sola curiosità reciproca, ma era alimentato da una crescente consapevolezza di vicendevole somiglianza. Passarono anni e Mitchell, ormai indissolubilmente legato a Gould, iniziò ad avere un ragionevole dubbio: esisteva davvero questa Oral History? Nessuno fino ad ora, nemmeno lui, era riuscito a leggere l’opera nella sua interezza. Gould continuava a rifiutarsi di concedere altre parti dei suoi scritti, deciso ed irremovibile nell’idea che non meritassero una lettura parziale.

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La copertina de Il segreto di Joe Gould di Joseph Mitchell, pubblicato in Italia da Adelphi.

Joseph Mitchell: «Lui è me»

Non ci volle molto altro tempo a Mitchell per realizzare che in realtà il suo amico scrittore fosse vissuto nella «indistinta, illusoria e rassicurante convinzione» che la sua opera esistesse realmente, non rassegnandosi alla sua incapacità di riuscire effettivamente a scriverla. È proprio in questo aspetto che Mitchell iniziò a riconoscersi: allo stesso modo, anche lui, per anni aveva portato avanti l’intenzione di comporre un romanzo, senza però mai farlo veramente. Fu così che l’autore del New Yorker decise di non smascherare “l’impostore” nel suo profilo, ma di proteggerlo, custodendone il segreto, troppo simile al suo. L’incontro con questo eccentrico intellettuale di strada lo segnò a tal punto che l’insormontabile blocco creativo nella scrittura colpì anche lui. Dopo questo suo ultimo profilo non riuscì più a concludere un pezzo. Mitchell continuò a presentarsi nel suo ufficio del New Yorker per anni e anni. Passava qualche ora a lavorare, si rifugiava in qualche caffè in cerca di una storia, lasciando, però, ogni sua riflessione all’oralità, proprio come il suo amico. Alla domanda sul perché la storia di Joe Gould fosse divenuta così importante per lui, Mitchell rispose seccamente: «because he is me», perché lui è me.

Costanza Valdina

 


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Costanza Valdina

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