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L’egomostro di Colapesce, fra dolcezza e sarcasmo

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Dopo una pausa di tre anni il cantautore siciliano Colapesce ritorna sulla scena della musica indipendente italiana. Egomostro, su Spotify e nei negozi musicali dal 4 Febbraio, è cantato dalla stessa voce morbida e trasognata di Un meraviglioso declino -premio Tenco 2012 come migliore opera prima- già il titolo rivela però che l’artista ha intenzione di alzare l’asticella. Egomostro si apre infatti con il brano  “Entra pure” e si chiude con “Vai pure” spianando così la strada all’interpretazione delle restanti dodici tracce come un viaggio attraverso l’io del cantante.

Nella pratica questo secondo disco si differenzia da Un meraviglioso declino per un significativo distacco dal folk rock angloamericano.

Il più diffuso impiego dell’elettronica avvicina Egomostro ai lavori della new-wave a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta, quando le ritmiche minimali introdotte dalla disco, i suoni ricercati e ipnotici delle tastiere e delle chitarre, ed elementi più classicamente rock davano forma a gruppi come gli unici Talking Heads. A tal proposito si ascoltino “Egomostro”, “Le vacanze intelligenti” e “Brezsny”, in cui l’elettronica è essenziale per sostenere il ritmo.

L’album è soprattutto intriso di sonorità “esotiche”- termine utilizzato in questa intervista della Repubblica dallo stesso Colapesce-. Gioca un ruolo rilevante la necessità di portare a galla le proprie radici, per costruire un concept album sull’ego. In effetti, le melodie del cantato ricordano ora la tradizione della canzone italiana degli anni sessanta (in “Reale”), ora le linee arabeggianti di Franco Battiato rievocate in ogni brano.

Ma la vera perla del disco è il matrimonio artistico tra le parole e la musica, che fa nascere un’atmosfera onirica. È un album maturo proprio perché Colapesce ha oramai plasmato il suo linguaggio, dolce e introspettivo.

Nell’apertura di “Maledetti italiani” afferma “sono sempre l’ultimo e non mi dispiace: a che serve arrivare per tempo se alla fine chi ha vinto ha perso lo stesso?”. Con questo suo tono apparentemente distaccato, che ricorre in tutti i pezzi, il cantante ragusano mette a nudo l’ego mostruoso che tanto ha influenzato i rapporti di Lorenzo Urciullo (vero nome di Colapesce) con la società e con se stesso.

I testi, sebbene in alcuni passi siano criptici, dipingono con sarcasmo un’ Italia malata di consumismo e di social networks  in cui “si alza un tipo sospetto che grida Fermi tutti ci sono gli sconti da Zara!” e  “non c’è scampo per il cibo: è già condiviso ancor prima di mangiare”. Allo stesso modo, sono frequenti i momenti lirici, dedicati invece al proprio mondo interiore, all’ego in relazione con gli affetti. “Sottocoperta” è in questo senso la canzone più delicata dell’album, protagonista è il corpo femminile: “racconto incompleto la tua bocca” o “ventre di perla ti abbraccio, sento il mare”.

Egomostro si presenta come un album complesso, dalle ambizioni alte. È essenziale riconoscere a Colapesce il coraggio di innovare la musica italiana con un lavoro difficile, che stimoli l’ascoltatore ad un ruolo attivo, tornando più volte sugli stessi brani per scoprire i tratti comuni ad ogni ego(mostro). Come cantato in “Passami il pane”, un particolare può diventare un universo.

Andrea Piasentini

Redazione

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