La Sonnambula si risveglia al Petruzzelli di Bari

Inutile ripeterlo: Vincenzo Bellini, il genio catanese del melodramma del primo Ottocento, è morto troppo presto. Se il destino gli avesse riservato una vita più lunga avrebbe dato senza ombra di dubbio filo da torcere al buon Verdi, ingaggiando con l’autore di Falstaff chissà quali sfide a distanza, dopo aver infuocato i teatri rivaleggiando con un Donizetti anch’egli anzitempo chiamato fra i più. Mi sono sempre chiesto cosa avrebbero potuto rappresentare gli anni ’50 dell’800 se tutti i grandi operisti fossero stati in attività: Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, tutti contemporaneamente su palcoscenici di versi a contendersi la palma di compositore del secolo. Ma d’altronde non si può  costruire la Storia su supposizioni, e quel che il corso degli eventi ha stabilito bisogna accettarlo così com’è. E allora teniamoci stretto lo sguardo “afflitto e mesto” del fanciullo Bellini, autore di dieci opere una più bella dell’altra, tutte bagnate di lacrime discrete, vergini dalla platealità sbracata di altri titoli coevi. Tutte quasi assorte in dolente riflessione sul mistero impalpabile della felicità: “Non ti tocchi chi più t’ama”, avvisa Montale, il più belliniano dei poeti novecenteschi, un secolo dopo. E magari il premio Nobel genovese, valido critico musicale, pensava alla felicità di Amina, alla fine della Sonnambula, opera lieve ma anch’essa adombrata da una tristezza lunare, estremamente romantica. La Sonnambula di Bellini ha quel velo di malinconia che reca con sé anche la stagione a cavallo fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno,tra il sole e la pioggia, che a Bari è ancora calda ma fa presagire, nel vento marittimo, l’asprezza del brutto tempo. E così il capolavoro belliniano andato in scena nella città pugliese in questi giorni trova quella che potrebbe dirsi una collocazione ideale, di spazio e di tempo. E, a ribadire l’idealità delle recite baresi, gioca un ruolo fondamentale la compagnia di canto, che trova nei due protagonisti vertici difficilmente superabili in questo repertorio a livello internazionale. Sugli scudi l’Amina perfetta di Jessica Pratt, brillantissima interprete del romanticismo italiano, sempre più a suo agio anche nel registro medio, sbalorditiva per la bellezza degli acuti, lanciati senza paura ad altezze vertiginose (la Pratt nella scena finale esegue più volte un fantascientifico Fa sovracuto!). Così come vertiginoso è l’abbandono alle agilità, mentre denso, cremoso, è il legato, e superlativa la capacità di cantare pianissimo, con un fil di voce. Bravissimo anche John Osborn, spericolato nella complicata tessitura do Elvino: Osborn, cantante di riferimento in questo periodo nel repertorio belliniano, incanta con una poetica capacità di sfumare i suoni, senza mai forzare nella coloratura e men che meno in acuto. Con due simili interpreti, il duetto “Son geloso del zefiro errante” non poteva che diventare, assieme alla scena del sonnambulismo, il punto più alto della serata. Un po’ meno centrato il Conte Rodolfo di Paolo Pecchioli, robusto anche nelle note più gravi, che, sì, indovina “Vi ravviso o luoghi ameni”, ma va in calando durante lo spettacolo, risultando affaticato nel secondo atto. Senza infamia e senza lode la Lisa di Alessandra Marianelli, semmai un poco acerba, sarà per la giovane età, negli acuti, mentre piace la Teresa di Sara Allegretta. Non entusiasma, ma neanche fa gridare allo scandalo, la direzione di Daniele Callegari, che rientra in una non dannosa routine. Certo, dirigere Bellini è difficilissimo perché le sue partiture nascondono numerose insidie, ma avrebbe fatto piacere ascoltare una Sonnambula un po’ più vibrante, rivolta anche verso i sentimenti e non solamente verso una mera ricerca estetica che pure appaga l’orecchio ma non il cuore. Appaga invece l’occhio la regia ideata da Giorgio Barberio Corsetti, che, attraverso mobili giganteschi, case in miniatura, burattini, ricolloca la vicenda in una “casa di bambola”. E così Amina è archetipo di ingenuità, e la vicenda narrata rappresenta l’ingresso nell’età adulta. Una lettura che non è troppo originale ma ha il pregio di non disturbare la drammaturgia dell’opera, anzi la rispetta perfettamente, e di avvalersi dei bei costumi di Cristian Taraborrelli (sua anche la deliziosa scenografia) e dei video di Gianluigi Toccafondo. Al termine della recita di domenica buon successo da parte di un pubblico invero non troppo numeroso, ma comunque in visibilio per la prova maiuscola della Pratt.

Michele Donati

Redazione
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