L’albero della vita e le donne

Uniche sopravvissute alla barbarie della Storia, una comunità di donne, e un albero. Su una partitura semplice e lirica al tempo stesso, dal memoir di Violette Ailhaud (1835-1925) L’uomo seme (edito in Italia da Playground, 2014), la nota attrice Sonia Bergamasco costruisce uno spettacolo intenso.

L’albero

In principio c’è l’albero (realizzato dall’artista-artigiana Barbara Petrecca), che solitario troneggia in scena. Si staglia su un fondale che prenderà le luci e i colori delle stagioni e simboleggia l’attaccamento alla terra e alla vita, come pure il ciclo della natura. L’albero respira, palpita al vento, l’intrico di rami spogli comincia a ondeggiare, grazie alle corde tirate dalle donne: è un gesto simbolico, che allude al legame di continuità fra il principio naturale e quello femminile. Una sorta di premessa rituale per introdurci a un mondo vibratile di sensi, accompagnato dal canto.

Comunità di sole donne

Si tratta di una storia vera, una confessione intima, trapunta di grazia poetica, narrata dalla voce di Violette, una Bergamasco coinvolgente, che sa ben esprimere le rifrazioni dei sentimenti.

Tutto ha inizio dalla brutalità della guerra, quando «gli uomini vengono falciati, come si falcia il grano». Nel 1919, quando Violette scrive, la conta delle perdite rivela un panorama di desolazione simile a quello già vissuto nel lontano 1852. I ricordi ora si fanno vividi. La Provenza si era ribellata al colpo di stato di Luigi Napoleone Bonaparte e la repressione contro gli insorti fu durissima, con deportazioni, fucilazioni, esecuzioni sommarie: padri, fratelli, promessi sposi, tutti uccisi.

Se le Amazzoni del mito antico, rovescio perturbante della società patriarcale, rifiutavano per scelta il maschio, il villaggio al femminile di Violette invece è vittima della violenza (maschile) della Storia. Dopo gli spari, il silenzio. E le donne restano sole e dimenticate dal mondo. Allo smarrimento, segue il dolore che si fa odio, soffocato nella fatica dei lavori nei campi, ma a prevalere è il senso di un dovere superiore, quello di resistere e di vivere: il mondo può ricominciare solo dalle donne.

© Luca Del Pia

Il canto

Non è facile togliere peso alle concrezioni della realtà, senza banalizzare. La Bergamasco, che da anni riflette sulla complessità del mondo femminile, è riuscita a conferire a questa storia un sapore poetico e delicato: nelle tonalità pastello, nelle coreografie che illustrano con gestualità misurate e solenni la narrazione, e soprattutto nella tragedia che si scioglie in canto, grazie alle voci straordinarie del gruppo vocale pugliese Faraualla (Loredana Savino, Gabriella e Maristella Schiavone, Teresa Vallarella). Nella nota di scena la Bergamasco spiega la sua scelta con le parole di Svetlana Aleksievič: «La guerra la raccontano le donne. Piangono. O cantano, ma è anche questo un pianto» (da La guerra non ha un volto di donna, Bompiani 2015).

E infatti la realtà del villaggio è il canto, nelle sue diverse modulazioni: si ritma sulla fatica del lavoro, diventa nenia malinconica o esplosione di gioia, è dolce, ipnotico, sfrangiato, complice, giocoso, e dà il segno della coralità condivisa, il senso di una comunità fuori dal mondo, in un tempo rarefatto e dilatato insieme. Fulcro, e talvolta sede di questi canti, è l’albero.

© Luca Del Pia

Il primo uomo e la prima donna

La lunga attesa, che culla l’intima speranza di una palingenesi, viene premiata. Finalmente arriva un uomo, incarnato dal musicista Rodolfo Rossi, artista che ricrea tutti i suoni di scena, una presenza silente che amplifica il mistero e la ritualità dell’incontro. Il giuramento che lega queste donne “sorelle” nel dolore potrà trovare compimento: egli sarà di tutte, il suo seme restituirà speranza ai ventri inariditi dall’orrore e dall’assenza, e porterà a un nuovo inizio. Violette, prescelta da Jean, sarà la prima, e con lui conoscerà l’amore. L’amplesso, che è corteggiamento, incontro e fuga, inseguimento e attacco, viene reso a parole e a gesti, con un duetto alle percussioni, quasi a segnalare il respiro ancestrale di questa unione. Non sono più Jean e Violette, ma un uomo e una donna, o meglio, un Adamo e una Eva che si lasciano alle spalle la tragedia dell’azzeramento e sono il primo uomo e la prima donna. La disperazione si stempera nella speranza e nella dolcezza, mentre la realtà si scioglie in parabola universale. Poco importa se Jean se ne andrà. La sua partenza segna il ritorno al tempo della Storia, alle nuove bellezze o dolori che riserva la vita.

 

L’uomo seme
racconto di scena ideato e diretto da Sonia Bergamasco
da L’uomo seme di Violette Ailhaud
con Sonia Bergamasco, Rodolfo Rossi e il quartetto vocale Faraualla
Produzione Teatro Franco Parenti
16-21 gennaio 2018, Triennale, Teatro dell’Arte

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