Lana Del Rey: anatomia di una Lolita moderna

Lana Del Rey: è questo lo pseudonimo di Elizabeth Woolridge Grant, (New York, 21 giugno 1986), cantante americana, idolo non più così indie ma sempre più pop, di adolescenti che vestono la loro ribellione di pizzo bianco, coroncine di fiori ed eye-liner provocante.
Se accettiamo come vera la locuzione latina nomen omen (il nome è un presagio), il nome d’arte Lana-Del-Rey evoca una sottile sensualità spagnoleggiante che la cantante americana incarna alla perfezione. Lunghi capelli castano ramato, occhi verdi che sembrano pietre incastonate nel nero del trucco che la contraddistingue, naso (rifatto) degno di una statua greca e labbra, (anche queste rifatte), che avrebbero fatto impallidire la Lolita di Nabokov.
Il fenomeno Lana nasce dal palcoscenico del web, attraverso il canale Youtube della misteriosa newyorchese, dove decide di caricare quello che diventerà il suo singolo di lancio, Video Games.  Il videoclip del pezzo lo monta Lana stessa: spulciando tra video vintage, accosta filmati di scene di vita americana a riprese, fatte con la sua webcam, di lei che canta “It’s you, it’s you, it’s all for you” schiudendo le labbra e inarcando la schiena. Il pubblico di internet impazzisce, la canzone diventa virale e la Stranger Records non si fa sfuggire l’occasione di trasformare la malinconia velata di Lana Del Rey in una popstar dalle cifre stellari.
Nasce un album, Born to Die (pubblicato nel gennaio 2012), il cui successo è seguito da una nuova versione dello stesso, la Paradise Edition (novembre 2012), che presenta l’aggiunta di sette nuove tracce ed una cover, Blue Velvet.  A dispetto di quell’aria da bella statuina che i più scettici le imputano, Lana si muove abilmente nello show business, diventando testimonial per la campagna autunnale 2012 di H&M, accaparrandosi copertine dei Vogue di tutto il mondo e vantando una recente collaborazione (il singolo Young and Beautiful) con il regista australiano Baz Luhrmann per la colonna sonora de “Il Grande Gatsby”.
Tuttavia, una star/diva non può essere consacrata come tale fino a quando non si misura direttamente con il pubblico: pur confessando di sentirsi in forte imbarazzo all’idea di cantare dal vivo, Lana annuncia l’inizio di un tour che, con tutte le critiche del caso, è arrivato anche a Milano, il 7 maggio (in Italia le tappe sono state Torino-Roma).
Quella con l’Italia è stata una prima volta sconvolgente: l’arrivo di Lana è avvenuto in concomitanza con una tromba d’aria nel belpaese, nonché la morte di Giulio Andreotti e della vedova Borsellino, Agnese. Ne hanno avute di occasioni per scherzare gli amministratori e i fans della pagina Facebook L’ottimismo del Lana Del Rey che, partendo da una venerazione profonda per la cantante, ironizzano sagacemente sulla sua caratteristica più lampante: la mancanza assoluta di joie de vivre, per dirla alla francese. Lana non è la solita pop star americana, la classica bionda quasi trentenne che si ostina ad atteggiarsi ad eterna teenager con sorrisi smaglianti e canzonette estive. Guardando i suoi video non si trovano neanche le tanto amate performance brucia-grassi di Beyoncè.
Lana è unica rappresentante di un genere che sembra essere la trasposizione musicale del raffinato orrore dei racconti di Edgar Allan Poe (sul palco del Forum di Assago troneggia un corvo) misto all’eleganza inarrivabile e nostalgica delle dive americane anni ’20. È una cantante intimista, ma questo sconcerta: chi non ne ha seguito l’esordio e lo sviluppo e si ritrova per la prima volta a guardarla, congelata in una foto patinata, la definisce “ragazza distrutta dalla chirurgia”, “una Barbie venuta male”, “la versione castana di Morticia Addams”. Tutto questo perché Lana non si concede a facili sorrisi, quanto meno non nella sua immagine pubblica, ma coraggiosamente porta sul palco un’anima tormentata, dal passato turbolento (soffriva di dipendenza da alcool) da cui è emersa vittoriosamente. Dopo un’adolescenza ricca di eccessi ed abusi, Lana doma il suo lato oscuro, dice addio a persone pericolose per il suo già fragile equilibrio (come il ragazzo a cui è ispirato il singolo Blue Jeans) e si ritira ad una vita tranquilla: da tutto questo dolore, che le si è rivelato utile, vede la luce il suo album.
Nei suoi testi vince la consapevolezza di aver sbagliato e la certezza che farlo è essenziale: invita ad osare e a cadere per poi rialzarsi più forti, ma sempre selvaggi. Lana canta di perdite: ha perduto un amore o teme di perderlo, ma ha perduto anche l’America abbagliante dell’american dream, quella ancora oggi zoppicante dopo l’assassinio del presidente Kennedy, quella dove i soldi comprano la felicità. La sua è un’America sgualcita, polverosa, patria dei motel dalle insegne luminose rotte e delle motociclette ruggenti, patria di ragazze splendide ma perdute, alla folle ricerca di padri distratti in amanti adulti. Il sogno americano si dissolve e la bandiera a stelle e strisce diventa un banale indumento in cui avvolgere il corpo.
Tutto ciò confluisce nella tappa milanese del tour: sin dalla sua entrata Lana è davvero “umana, troppo umana”. Proteggendosi gli occhi per la troppa luce, vede la folla in delirio per lei e s’intimorisce, sbaglia i versi della strofa iniziale di Cola. Come una bambina colta in flagrante a mangiare Nutella prima di cena, si rifugia tra le braccia del suo pubblico, dedicando sin da subito baci, foto e autografi ai suoi fans. Man mano prende coraggio, comincia ad ancheggiare pericolosamente, flirta con il chitarrista e s’imbroncia adorabilmente. Labbra all’ingiù, occhi languidamente spalancati, vestiti che si alzano e culotte di pizzo che si mostrano senza che Lana si scomponga. Modifica il ritornello di Born to Die: “Let me kiss you hard in the pouring rain” diventa “Let me fuck you hard in the pouring rain”, e mentre canta questo verso sbarazzino sorride, disarmando con la sua dolcezza. La Lana/Lolita “persa nel bosco”, come lei stessa si definisce, cela dunque questo binomio di sensualità e candore che è la chiave di una lenta ma efficace seduzione: è una geisha che mostra ciò che ha da offrire ma poi lo nega con un occhiolino, tornando ad accarezzarsi per puro piacere personale. Il concerto, ahimé, è corto: un’ora scarsa gonfiata da venti minuti in cui Lana abbandona il palco e, con National Anthem in loop, si ricorda che se può permettersi di giocare su quel palco è solo grazie al pubblico. Così bacia labbra di uomini e donne tremanti e improvvisamente balbuzienti, prende iPhone e sorride a foto in cui sarà l’unica ad essere venuta bene –il fan di turno avrà sicuramente un’espressione mista all’incredulità e l’attacco di panico.

Quando lascia il palco lo fa in silenzio, proprio come è arrivata: la sua timidezza è, a mio parere, una grande qualità che spero non perderà con il progredire del successo, perché di star ancora in grado di emozionarsi e di sbagliare dinnanzi al calore umano di una folla, di star che improvvisamente sembrano più vicine a noi comuni mortali, questo mondo di falsi idoli ha un disperato bisogno.

Link alla pagina FB citata in precedenza, L’ottimismo di Lana del Reyhttps://www.facebook.com/pages/Lottimismo-di-Lana-Del-Rey/257143357722638?fref=ts

 

 

Alessandra Di Nunno

 

 

 

 

Redazione

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