Le parole non si processano, si liberano:
in difesa di Erri De Luca

«Stavo per la quarta volta quest’anno nell’aula dove le mie parole sono capo di imputazione, questa volta per difenderle e ridirle. Loro, le mie parole, sono al riparo dalla condanna, dalle detenzioni. Stanno sparse negli scaffali, vengono pronunciate all’aria aperta da centinaia di appostamenti dove i lettori decidono di testimoniare il loro sostegno leggendole a voce alta, mettendoci fiato e pulsazioni. Su di loro peserà una condanna penale, me ne faccio carico io che sono il loro portavoce. Loro, le mie parole, restano e resteranno libere di circolare».

Erri De Luca, Huffington Post – 23 Settembre 2015

Quando si sente parlare di uno scrittore processato per le proprie idee o per ciò che ha detto – affermazioni che, secondo l’accusa, possono aver influito pesantemente su alcune persone o, addirittura, incitato ad azioni sovversive – sembra di essere stati catapultati indietro nel tempo e di ritrovarsi improvvisamente nel periodo del Terrore, nella Francia di Maximilien Robespierre.

erri-de-lucaMa, ahinoi, è proprio l’anno 2015 quello in cui lunedì 21 Settembre lo scrittore Erri De Luca è stato condannato dal pubblico ministero di Torino Antonio Rinaudo  a otto mesi di reclusione per reato di istigazione a delinquere. De Luca, infatti, in due interviste all’ Huffington Post risalenti a Settembre 2013 aveva dichiarato la propria solidarietà alla lotta No Tav con la pregnante frase: «la Tav va sabotata»Ad aggravare la sua dichiarazione ha contribuito l’azione di due giovani attivisti No Tav che, pochi giorni dopo l’intervista, sono stati arrestati mentre trasportavano in macchina molotov, maschere anti-gas, fionde, cesoie, chiodi a quattro punte volti a danneggiare i cantieri dell’Alta Velocità.

Le parole, uno scrittore abile come De Luca lo sa bene, hanno un peso e in aula tutto verte sull’utilizzo dei termini sabotaggio e sabotare, con lettura da parte del procuratore delle diverse accezioni dall‘Enciclopedia Treccani: quasi tutte rientrano nel campo della distruzione o del danneggiamento. Il pm, dopo un excursus storico sul sabotaggio dal luddismo alle definizioni dell’anarchico francese Emile Pouget, fino agli ultimissimi scritti e manuali anarchici sul tema, ha affermato: «c‘è per me un riferimento a un nemico e non dimentichiamoci come viene visto il cantiere della Torino-Lione». E, cercando di smentire le definizioni dei due termini date dall’intellettuale, ha continuato dicendo: «c‘è sempre un’accezione di violenza». Poi ha aggiunto che le parole e i pensieri di uno scrittore di fama internazionale hanno un’influenza maggiore di quella di un quivis de populo: «quando il signor De Luca parla, le sue parole hanno un peso specifico rilevante, soprattutto sul pensiero No Tav, soprattutto sui destinatari». Infine, ha affermato che: «abbiamo poi un elemento tranciante sul quale non possono esserci equivoci, ovvero l’articolo 58 del Codice Penale, che definisce: “il termine sabotaggio e cosa c’è da sabotare”. Per questo ritengo che nessun dubbio sussista sul fatto che Erri De Luca avesse chiaro il concetto a cui voleva riferirsi», motivo per cui la procura ha chiesto la condanna.

aulaMa come, signor De Luca, non sa che la Sua posizione di intellettuale – una fortuna e al tempo stesso una condanna – le permette di incidere sui poveri cittadini qualunque, le cui idee non sembrano avere alcun peso e, peggio ancora, alcuna conseguenza? Perché la sfortuna dell’imputato è proprio quella di essere Erri De Luca: scrittore di fama mondiale, nonché tra i più influenti della nostra epoca, le cui idee e pensieri sono espressi nelle opere che possono essere appoggiate oppure criticate dal pubblico. Perché certamente se fosse stato un civis qualunque, se si fosse chiamato Enrico De Luca e avesse scritto su Twitter che la Tav va sabotata, non sarebbe di certo finito sotto processo. Non essendo, infatti, in prima linea nel panorama della cultura contemporanea, ben pochi lo avrebbero letto e, anche nel caso in cui fosse successo, sarebbe stato dimenticato presto. Ma non si tratta forse del medesimo pensiero, delle stesse parole? Perché la sua posizione dovrebbe fornire un maggior peso alle parole espresse rispetto a quella di un normale cittadino? In risposta a queste parole pronunciate, in molti dovrebbero indignarsi perché tutte le idee e i pensieri dovrebbero avere il medesimo peso e essere considerate indipendentemente dalla posizione economico-sociale o dalla loro potenziale influenza o diffusione. Ma, se fosse così, allora si dovrebbe processare anche un certo Tizio, Caio, Mario o Francesco – giovani attivisti o non, anonimi – per i loro attacchi su Twitter o per le loro idee e mille altre persone che quotidianamente esprimono la loro opinione (spesso dimenticandosi ogni regola di rispetto nei confronti dell’altrui e contraria, ma pur sempre plausibile, idea) sui social network o nei comizi.

C’è però da dire che, attaccando uno scrittore affermato, si ha un grande effetto: il popolo ha paura perché, se si processa una persona in vista e famosa, non ci saranno problemi a trascinare in tribunale anche i comuni mortali. Ma forse non è stata considerata l’altra faccia della medaglia, ovvero l’aver conferito una risonanza ancora maggiore alle parole dello scrittore, dimostrando l’eterno timore del regime nei confronti delle idee, perché «per quanto si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo» (John Keating, L’Attimo fuggente). Sicuramente ora un numero ancora maggiore di persone sarà tratto ad approfondire la posizione e le motivazioni dello scrittore, grazie anche all’eco che il processo sta avendo in questi ultimi tempi. La forza propulsiva delle parole e dei pensieri non può essere fermata, nemmeno da una condanna.

Non sono state trovate prove che colleghino direttamente le parole del poeta ai fatti accaduti immediatamente dopo le sue affermazioni, perciò egli non è stato accusato di concorso nei reati (assai più grave, ma che richiederebbe un legame più stretto tra il pensiero dello scrittore e il movimento No Tav). A proposito di ciò, Rinaudo ha detto: «come ha chiesto la difesa, se avessimo trovato qualche riferimento diretto alle sue pubblicazioni, per esempio nelle perquisizioni degli arresti, sarebbero qui a celebrare un processo di concorso nei reati commessi. E non vi è diritto di libertà o pensiero riconosciuto dall’articolo 21 della Costituzione Italiana quando il pensiero o l’espressione mettono in pericolo un altro diritto costituzionale come il diritto all’assessore sicurezza pubblica». Ma la difesa chiede l’assoluzione di De Luca in quanto ciò che gli viene contestato è un reato impossibile. In particolare, l’avvocato Gianluca Vitale nella sua arringa sostiene: «alla procura non interessa perseguire tutti i reati, ma De Luca. La sua è normale libertà di manifestazione del pensiero. Dire che la linea Tav va sabotata rientra, come spiega il mio cliente, nel libro La parola contraria, come diritto di malaugurio. E quando si parla di sabotaggio, significa metterlo in atto con qualunque metodo, non necessariamente con un metodo violento». Secondo l’avvocato, inoltre: «questo è un processo di parole e un processo alle parole, perché è evidente che non ci sono stati reati. Ci sono state passeggiate al cantiere prima e dopo che De Luca parlasse, e l’episodio ritenuto più grave è del Maggio 2013, prima delle interviste. Infatti, non c’è la prova che qualcuno abbia percepito come istigazione le parole del mio cliente e un dato di fatto è che molte persone hanno ritenuto quelle parole non istiganti».

5964890_331765Lo scrittore non si ritiene né una vittima né un martire, bensì un testimone della volontà di censura, perché è proprio di questo che si parla: gli viene ricordata la sua posizione influente e viene pesata ogni sua singola parola, che – quasi con stupore generale – può avere un effetto positivo o negativo sulle opinioni e sulle vite delle persone. Non si tratta, in questo caso, di negazione della semplice libertà di parola, bensì di quella contraria: quella ostica e fastidiosa al “regime”, la quale può raggiungere il placido ed ubbidiente popolo e fomentarlo alla reazione, o addirittura alla ribellione. Così lo scrittore, dopo che è stato tracciato il suo profilo criminale dalla requisitoria, la quale somiglia sempre più al Tribunale dell’ Inquisizione, si aspetta il massimo della pena, ma viene avanzata la richiesta minima: un anno che, con l’applicazione delle attenuanti generiche, viene dunque ridotto a otto mesi. Ci si trova di fronte al classico caso dell’intellettuale che viene accusato da un “regime” che, in realtà, teme la sua capacità di osservare il mondo e la sua influenza. Ma De Luca non si tira indietro: continua a ripetere e difendere socraticamente le sue parole, assumendosi le sue responsabilità e accettandone le conseguenze. I suoi avvocati, pertanto, su sua richiesta, non chiederanno l’attenuante in caso di condanna, perché: «Alle parole non si possono applicare attenuanti, altrimenti si riducono di valore». Una sententia forte e coraggiosa pronunciata da uno scrittore che non ha intenzione di ritrattare ciò che ha detto e ciò che pensa, pronto a difenderlo a spada tratta e ad affrontare anche la condanna massima.

Per chi non lo sapesse, Erri De Luca è una persona mite ed un uomo a modo e in qualità di poeta – ma come tutte le persone in grado di ragionare e avere un’opinione personale riguardo i fatti che si verificano nel nostro paese – produce liberamente un pensiero in questo o quell’argomento, che si tratti di discernere intorno alle questioni morali della politica o di considerare i problemi sollevati dal movimento No Tav. Tenendo conto del tono pacato e della personalità benevola di chi ha pronunciato le parole che lo hanno portato ad essere processato, esse non rivelano alcunché di sconveniente. In sintonia con il pensiero dell’illustre imputato vi sarà certamente una moltitudine di onesti cittadini e non sono di certo pochi coloro che, ben al di là di ogni impatto ambientale, ritengono la costruzione della Tav – osservata alla stregua delle tante opere pubbliche realizzate nell’interesse privato – soggetta ad un sistema criminale atto a produrre un fiorente mercato di tangenti. Da cui la sua realizzazione andrebbe, se non ostacolata, opportunamente controllata nel suo iter burocratico e amministrativo.

Il processo – privo di prove – allo scrittore, infine, si può considerare come un gesto inconsueto o un’aggressione ingiustificabile e violenta: un tentativo di limitare le libertà altrui, un divieto di pensiero non succube alla volontà dominante emanato da una linea di governo che non predilige il dissenso e la protesta. Ma ora, una domanda sorge spontanea: dove sono finiti tutti i Je suis Charlie che lo scorso gennaio proclamavano la loro solidarietà al giornale satirico francese, appropriandosi dell’aforisma – erroneamente attribuito a François Voltaire, in realtà appartenente alla scrittrice americana Evelyn Beatrice Hall: «non condivido la tua idea, ma darei la vita affinché tu possa esprimerla»?

Nicole Erbetti

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Redazione