Le volate scudetto più celebri della Serie A

Come scrisse giustamente Nick Hornby nel suo «Febbre a 90’», la quasi totalità delle partite viste da un tifoso sono match di campionato. Nonostante negli ultimi anni persista una tendenza alla svalutazione dei campionati nazionali a favore di quel mastodontico torneo (per qualità, ricchezza, visibilità) chiamato Champions League, è chiaro a tutti che la domenica (pardon, il weekend) di campionato rappresenta, per ogni tifoso degno di questo nome, una costante all’interno della propria settimana. Quest’anno la Serie A appare come l’unico campionato (dei 5 principali) ancora apertissimo, specialmente dopo la zuccata di Koulibaly a una manciata di minuti dal fischio finale del big match di domenica scorsa. Giustamente si è cominciato a utilizzare l’espressione “volata scudetto”, terminologia che calza a pennello ogni qualvolta si ripresenta una situazione di classifica del genere a pochissime giornate dalla chiusura del campionato. Quali sono state, nella storia quasi secolare della Serie A, le volate scudetto più celebri? E quali, soprattutto, hanno rappresentato un vero e proprio ribaltamento dei pronostici?

Perugia indigesta

Essendo Juventus e Napoli le protagoniste assolute della Serie A 2017/2018, sembra lecito cominciare proprio dalla loro storia, in particolare dalle rispettive sconfitte più brucianti. Anche perché la principale Caporetto bianconera e napoletana, per uno scherzo del destino, è stata decisa dalla stessa squadra, il Perugia. Correva l’anno 1981, domenica 26 aprile al San Paolo di Napoli andò in scena il più classico dei testacoda. La capolista affrontava la squadra umbra, fanalino di coda destinato a una più che ovvia retrocessione. La squadra campana, oltre al primato in classifica, aveva dalla sua un calendario parecchio favorevole, soprattutto perché alla penultima giornata avrebbe dovuto affrontare la grande rivale Juventus (e chi se no?) fra le mura amiche. Il San Paolo quel pomeriggio si riempì fino all’inverosimile, pronto a spingere il Napoli di Ferlaino verso il primo, storico, tricolore. Il tempio del calcio partenopeo si gelò dopo una manciata di secondi: cross dalla destra di Di Gennaro e autorete di Ferrario. Restavano ancora 89 minuti agli azzurri per ribaltare la partita e sbrigare la formalità Perugia. L’assedio alla porta umbra fu totalmente infruttuoso: mischie, carambole, legni, sfortuna. Tutto si oppose fra il Napoli e il gol, quel giorno. Qualcuno sentenziò: «Lo scudetto è un mare che non bagnerà mai Napoli». Qualche settimana dopo la Juventus (dopo aver strappato uno 0-0 fondamentale contro la Roma, nella celebre partita del “gol de Turone”) riuscì a sbancare il San Paolo grazie a un’altra autorete, questa volta di Guidetti.

Era il 2000 e si doveva assegnare il primo scudetto del nuovo millennio. La Juventus di Ancelotti dominò la prima parte del campionato. Riuscì a ottenere un ampio margine di vantaggio sulle inseguitrici, in particolare la Lazio di Eriksson, squadra che solamente l’anno precedente si fece rimontare nelle ultime giornate dal Milan di Zaccheroni, gettando alle ortiche la possibilità di vincere il secondo scudetto della sua storia. A fine febbraio Darko Kovacevic segnò di testa un gol strepitoso a San Siro contro l’Inter e José Altafini, con il suo inconfondibile italiano con vari refusi portoghesi, non ebbe dubbi: «Questo goal segna il quasi scudetto della Juve» esclamò, convinto, in telecronaca. Nelle ultime giornate però la Juventus, anche a causa di una preparazione estiva cominciata molto prima delle altre squadre per via della Coppa Intertoto, esaurì di colpo la benzina. Fu sconfitta a San Siro dal Milan, perse lo scontro diretto casalingo contro la Lazio (gol di Diego Pablo Simeone) e l’ex giovanile bianconero Cammarata segnò una doppietta in un Verona – Juventus che dalle parti del Bentegodi ancora ricordano. Morale della favola, a una giornata dal termine, la Juve era in testa al campionato con due miseri punti in più dei laziali. Eriksson guidò agevolmente la sua banda a un facile 3-0 all’Olimpico contro la Reggina e intanto aspettava notizie dal Renato Curi di Perugia, campo in cui contemporaneamente scendeva in campo la Juventus. Notizie che però, inspiegabilmente, non arrivavano. Un nubifragio violento si abbatté sul capoluogo umbro e la partita venne sospesa sullo 0-0 a fine primo tempo. L’arbitro Collina fece riprendere le ostilità un’ora dopo nonostante l’evidente impraticabilità del campo. Calori, terzino perugino, in mischia portò in vantaggio la squadra di casa. L’assedio bianconero fu inutile e la stagione terminò con un insperato, fino a poche giornate prima, scudetto laziale nell’anno del Giubileo romano.

La duplice Fatal Verona

Si è detto come Perugia abbia influenzato notevolmente ben due campionati italiani, rispettivamente quello del 1980-81 e quello a cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio. E che dire, allora, di Verona, resasi protagonista di due beffe atroci per il Milan? I rossoneri persero due scudetti contro la squadra scaligera, la quale nell’immaginario collettivo nazionale passerà alla storia come “La fatal Verona”.

La prima volta avvenne nel 1973, con il Milan di Nereo Rocco capolista con un punto di vantaggio su Juventus e Lazio. Era l’ultima giornata di Serie A e Rivera e compagni scesero in campo appesantiti dalle scorie della finale di Coppa delle Coppe, vinta in settimana a Salonnico. Nessuno si sarebbe mai immaginato questa situazione a un quarto d’ora dalla fine: i rossoneri stavano perdendo 5-3, ma al momento speravano ancora in un incredibile spareggio. Infatti né la Lazio, che ospitava il Napoli, né la Juventus, in trasferta a Roma, riuscivano a sbloccare il risultato. Ma negli ultimi minuti di gioco accadde l’imponderabile. Il napoletano Damiani portò incredibilmente in vantaggio il Napoli sui biancocelesti e, quasi in contemporanea, Antonello Cuccureddu fece esplodere di gioia i migliaia di tifosi juventini presenti all’Olimpico. Fu il quindicesimo scudetto della storia dei bianconeri.

Esattamente diciassette anni dopo il Milan, che dal calcio all’italiana di Nereo Rocco era passato alla rivoluzione di Sacchi, si apprestava a scendere in campo nella città scaligera. Questa volta si trattava della penultima giornata e il rivale per lo scudetto era nientemeno che il Napoli di Maradona, di scena a Bologna. I rossoneri giocarono un gran primo tempo e passarono in vantaggio con la rete di Simone. Nel secondo tempo però, la squadra di Sacchi venne colta da un improvviso black-out. Al pareggio del Verona si susseguirono varie scenate di nervosismo che portarono all’espulsione di Rjkaard e Van Basten nel giro di cinque minuti. Poco prima del fischio finale del contestatissimo arbitro Lo Bello, il Verona trovò il gol che condannò definitivamente il Milan. Nel frattempo il Napoli passeggiava sulla via Emilia e una settimana dopo avrebbe conquistato il secondo tricolore della sua storia. La fatal Verona ha colpito un’altra volta.

5 maggio 2002

È stato probabilmente il finale thrilling più famoso della storia del calcio italiano, reso immortale anche dalla data, quel 5 maggio di manzoniana memoria. A 90′ minuti dal cessate il fuoco ben tre squadre erano ancora in corsa per vincere il titolo. La classifica, infatti, recitava così: Inter 69, Juventus 68, Roma 67. I bianconeri liquidarono in pochi minuti la pratica Udinese, mentre la Roma faticò un po’ più del previsto, ma grazie ad una magia di Cassano riuscì a stendere il Torino. All’Olimpico, intanto, stava andando in scena la partita decisiva della serie A, Lazio – Inter, le cui tifoserie proseguono da anni un grande gemellaggio. L’Inter partì forte e andò subito in vantaggio con Vieri, ma tra le file biancocelesti si scatenò la furia ceca di Karel Poborsky, autentico protagonista della giornata. Il nazionale ceco siglò una doppietta che portò le squadre al riposo sul 2-2 (per l’Inter segnò Di Biagio). Nel secondo tempo i nerazzurri divorati dall’ansia e dalla pressione praticamente non scesero in campo. La Lazio dilagò con i gol di Diego Simeone e Simone Inzaghi e sfiorò ripetutamente il quinto gol. L’immagine iconica della giornata è rappresentata dal lungo pianto di Ronaldo, enormemente sconsolato in panchina. Intanto a Udine esplose la festa scudetto juventina, in una giornata in cui tutti, ma proprio tutti, erano convinti che avrebbero dovuto vivere e raccontare un’altra storia.

 

 

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