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Cinque libri di filosofia da leggere (anche) in estate

Non la solita listina della spesa, ma qualche libro utile per aprire davanti a sé una strada nuova

13 minuti di lettura

L’estate non è solo la stagione dell’ozio e, con l’ozio, del tempo passato a reintegrare le forze. L’estate è anche il momento ideale per approfittare della noia e delle lunghe giornate vuote per recuperare un po’ di quelle letture che da sempre ci si ripromette di fare ma, inevitabilmente, restano sul comodino. È per questo che abbiamo scelto cinque libri di filosofia da consigliarvi: non la solita listina della spesa, il “tu devi” tanto odiato da Nietzsche, ma qualche libro utile per affinare un poco il senso critico, approcciare autori sconosciuti, aprire davanti a sé una strada nuova. Che poi la vogliate percorrere o meno col pensiero, ecco, questo avrete tutto il tempo – una vita, ché non è mai tardi –  per deciderlo. 

«Questo non è una pipa» di Michel Foucault

Michel Foucault ha ripetuto per tutto Le parole e le cose (1966) che parlare non è vedere e che vedere non è parlare. Questa tesi centrale dell’archeologia foucaultiana ritorna nove anni dopo nel breve testo Questo non è una pipa (1973), controcanto umoristico della più famosa archeologia delle scienze umane e incentrato sul rapporto fra enunciato e visibilità così come emerge nell’opera di René Magritte

libri di filosofia

Che cosa significa l’enunciato «Ceci n’est pas une pipe» presente nell’opera omonima e nel quadro I due misteri, dove sopra una lavagna su cui è disegnata una pipa con la relativa legenda fluttua enigmatica una gigante e fumosa pipa, forse ideale? Innanzitutto, se prendiamo l’opera Ceci n’est pas une pipe, “questo”, ossia l’enunciato, “non è una pipa”, ossia non sta per il disegno che mima il referente reale; e al contempo significa che “questo”, ossia la rappresentazione, non è la pipa vocale, che si dice in enunciati; ma, ancora, “questo”, inteso come l’insieme costituito da enunciato captato dalla visibilità e rappresentazione di una pipa, “questo” come l’opera intera, “non è una pipa”, ovvero non è ciò che a un tempo deriva dal discorso e dall’immagine, giacché la giustapposizione nel quadro di enunciato e di visibilità rompe la loro relazione. Nell’opera I due misteri il gioco di rottura si moltiplica esponenzialmente, coinvolgendo un terzo, la pipa fluttuante (pipa reale? Referente? Pipa metafisica o pipa dell’esperienza quotidiana?) nel movimento d’espansione della similitudine, che libera i simulacri e ripete, incessantemente: «questo non è quest’altro, perché questo si dice mentre questo si vede; questo non è quest’altro perché questo è simile ma non somigliante né identico».

Consigliato da Mattia Brambilla 

«Orientalismo» di Edward Said

Orientalismo di Edward Said, saggio del 1978 pionieristico nel campo degli studi postcoloniali, è una lettura inestimabile per il percorso che con tutta probabilità ogni appassionato di filosofia mira a compiere: quello di decostruzione dei pregiudizi e dei presupposti acritici che ostacolano un approfondito tentativo di comprensione del reale. 

Sullo sfondo del suo vissuto personale di cittadino statunitense di origini palestinesi, Said propone una lettura di quei discorsi occidentali a proposito dell’Oriente che stanno alla base delle politiche di dominio coloniale caratterizzanti la storia moderna e contemporanea. La sua tesi centrale è in prima battuta sorprendente, eppure solidamente argomentata nel testo: l’Oriente non esiste. Ciò che esiste è una rappresentazione di ciò che noi ci immaginiamo come orientale: i costumi, la storia, la musica e i paesaggi che la letteratura di viaggio europea ci ha fatto amare sono narrazioni parziali, che non riproducono fedelmente un referente, bensì producono un’immagine stereotipata, la orientalizzano. 

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Le conseguenze di questa pratica discorsiva sono molteplici: la polarizzazione tra il sé “occidentale” e l’altro “orientale”, l’istituzione di un’opposizione culturale che si riflette in una dominazione politico-economica, l’omogeneizzazione di un panorama folcloristico molteplice e ricchissimo, il rafforzamento della propria identità europea-occidentale attraverso la contrapposizione a un diverso, la de-umanizzazione e sessualizzazione degli abitanti di altri continenti. 

Dobbiamo leggere Orientalismo di Said per renderci conto che quando, colmi di aspettative, compriamo un biglietto aereo per volare in India a vivere “un’esperienza esotica” o a fare “un bagno di spiritualità”, l’idea che abbiamo della nostra meta è in massima parte fittizia. 

Consigliato da Francesca Campanini

«La sfida del cambiamento climatico» di Dipesh Chakrabarty

Il cambiamento climatico e, più in generale, la crisi ecologica, sono i problemi più importanti che di qui a 10 anni ci ritroveremo ad affrontare. Non solo praticamente, ma anche e soprattutto teoricamente, illuminando cioè, da prospettive diverse ed alternative, soluzioni poi attuabili per “cambiare rotta”, evitare il collasso, salvare il salvabile. 

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La raccolta di testi contenuta in La sfida del cambiamento climatico di Dipesh Chakrabarty presentata in italiano grazie all’ottimo lavoro Ombrecorte è tra i più rilevanti contributi in questione. Chakrabarty, storico indiano proveniente dal campo dei colonial studies, ha indirizzato la sua ricerca nel corso degli ultimi quindici anni nel settore del cambiamento climatico e del rapporto fra le forme più classiche del sapere e la crisi ecologica.

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La tesi di Chakrabarty è la seguente: l’Antropocene, inteso quale epoca geologica nella quale non vi è più un luogo della terra non influenzato dall’impatto umano e nella quale ci troviamo ora a vivere, manda in cortocircuito la distinzione invalsa nella storia del pensiero occidentale tra storia e natura. Se non vi è più un luogo sul Pianeta che possa definirsi “naturale”, ossia estraneo alla presenza umana, che ne è della grande divisione, così tipica nel nostro modo di ragionare, tra una natura immobile e una cultura – o una storia – che emerge e si stacca da essa? E che ne è, se tale separazione cade, dell’idea stessa di uomo e di umanità?

Consigliato da Giovanni Fava

«Lo straniero» di Albert Camus

«Oggi è morta mamma» è la frase d’esordio del romanzo Lo straniero con cui Albert Camus nel 1942 si afferma nella scena letteraria di tutti i tempi. 

È estate, fa un caldo insopportabile ad Algeri e Mersault, impiegato di origine francese e protagonista del romanzo, continua a ripetere a se stesso «Oggi è morta mamma» senza riuscire a provare nulla. La sua apatia e il suo sentimento di estraniazione verso ogni cosa, porta il lettore a non provare empatia nei confronti dell’impiegato da cui, anzi, ne prende completamente le distanze quando giunge ad uccidere un arabo dopo un innocuo litigio. 

Tuttavia, l’estranietà di Mersault, sembra volerci dire Camus, è l’estranietà dell’uomo, di ogni uomo, provata nei confronti di se stesso, dell’altro, dell’universo. Ognuno è straniero anche nella sua stessa terra e tra i suoi familiari perché, infondo, la solitudine è la condizione d’appartenenza dell’essere umano ogni volta che non riconosce il mondo simile a sé e, dunque, fraterno.

Consigliato da Giusy Nardulli

«La nascita della tragedia» di Friedrich Nietzsche

Rigettato in parte dal suo stesso autore, definito “libro intollerabile”, eppure denso, tonante, dai tratti ora lirici, ora analitici, ora polemici, La nascita della tragedia è la prima opera matura di Friedrich Nietzsche, uscita per la prima volta nel 1872. Un evento nella storia del pensiero. Scritta da un filologo, criticata dai colleghi del campo, contiene in nuce gli elementi della grande avventura filosofica che va ad annunciarsi. Fortemente radicato, ancora, nel pensiero di Schopenhauer, la grecità e la tragedia vengono piegate ad interessi già speculativi. Il testo è attraversato dalla tensione critica verso l’attualità: sia verso il panorama filosofico, sia verso lo spirito razionalistico, positivista e «l’enorme bisogno storico dell’insaziabile cultura moderna», con le ambigue tendenze reazionarie di un filosofo tra i più controversi. 

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Due figure cardine dell’antichità, Apollo e Dioniso, con le loro propaggini spirituali di riferimento, l’apollineo e il dionisiaco, sono estrapolati dalla cultura greca come strumenti e concetti per la filosofia estetica, teoretica e persino politica. L’apollineo, di quell’Apollo dio della forma, della luce e della bellezza, viene fatto coincidere con il principio d’individuazione schopenaueriano, garante del reperirsi di un’intelligibilità del reale. Mondo del fenomeno, di quell’apparenza che permette l’orientarsi, la comprensione e la rappresentazione stessa. Velo di Maya, regno, in definitiva, di un’illusione. Dall’altro Dioniso, e il dionisiaco come principio di pulsazione, di volontà fine a se stessa, Uno primigenio e naturale dove cadono le differenze e si afferma l’estasi. Luogo dell’oblio, ma anche «fondo nascosto di dolore e conoscenza». La realtà, dopo il risveglio dal dionisiaco, è disgusto e malinconia. È un libro di dure opposizioni e alleanze. C’è un altro grande bersaglio, tra i vari: Socrate, e il suo socratismo estetico ed etico, abbracciato da Euripide, uccisore dello spirito tragico. Per il socratismo, «per essere bello, tutto deve essere intellegibile» e «solo chi sa è virtuoso». Ma è l’amalgama tra apollineo e dionisiaco, tra estrinsecazione del dionisiaco in un apollineo che non lo schiacci, ad esser chiave dell’uomo a venire?

Consigliato da Mattia Giordano

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Immagine di copertina: Giacomo Ceruti, Il filosofo

Redazione

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