Linguaggi incrociati
per un Amleto postmoderno

Pochi giorni fa la compagnia “Balletto Civile”, diretta dalla coreografa ligure Michela Lucenti, ha ricevuto il prestigioso Premio Hystrio “Corpo a Corpo” 2016, riconoscimento per una delle presenze più significative della scena contemporanea. I suoi membri si definiscono «gruppo nomade e collettivo di performer» e hanno saputo inventare uno stile originale in cui si fondono diversi linguaggi (danza, teatro, canto) e una forte tensione etica. Uno spettacolo totale, in cui la fisicità di corpo e movimenti si fa racconto.

Quest’anno non poteva mancare un omaggio al grande Bardo. La Lucenti ha appena presentato al Festival delle Colline Torinesi Killing Desdemona; al Crt di Milano è invece possibile vedere in questi giorni l’interessante lavoro L’AMLETO prima  di Francesco Gabrielli, uno dei fondatori della compagnia.

Se in generale è molto più comune interrogarsi sul “dopo”, materia dei sequel, che riannodano i fili delle storie per svilupparle in ramificazioni autonome, l’operazione più difficile procede in direzione opposta: il prequel ricostruisce le premesse di vicende a tutti note, illumina dettagli, lavora su incognite (le cause) a partire dal risultato fisso (gli effetti). Gli spazi di creatività hanno quindi già un limite di orizzonte: occorre lavorare sui chiaroscuri e i riverberi, con uno sguardo per così dire “strabico”, perché rivolto al futuro della vicenda, che però è già stata scritta dai Grandi. È in questa architettura temporale che si colloca il senso dell’operazione di Gabrielli. L’approccio ad Amleto junior non è un’assoluta novità, ma le modalità di linguaggio sono di grande fascino.

© Valeria Palermo

© Valeria Palermo

Una proiezione in gigantografia, tratto nervoso in bianco e nero da graphic novel, è la chiave d’accesso a una storia di guerre epiche e castelli, volti pensosi e sguardi malinconici. Come in ogni favola, un principe (Gabrielli) e una principessa dal vaporoso abito bianco (Alessandra Dell’Atti) ballano su una musica allegra da tip-tap. A un tratto, gli slanci e gli abbracci si bloccano, i gesti di lui si fanno nervosi e, mentre la musica diventa tagliente e quasi stonata, i corpi si scontrano e si avvitano in un drammatico pas à deux: lei è dolente manichino senza peso fra le sue braccia, sul suo dorso, schiacciata sotto di lui che è preso da un delirio narcisistico di dominio e di potere, in un intreccio che crea un efficace paesaggio di corpi e anime.

Amleto è un adolescente occhialuto che ricorda Harry Potter (Noah Cavadenti), perno del rapporto fra i due, ma fatalmente attirato dal fascino paterno. La solitudine di Gertrude si consuma in una iterazione di gesti ossessivi che attingono al repertorio di Pina Bausch, e l’ambigua carezza del cognato, per ora solo figura di secondo piano, sembra turbarla. Mentre Amleto junior parte per gli studi, il padre si isola nella gestione autoritaria del potere. Non ci sono scettri o ermellini, ma un cappotto militare con galloni, indossato con fierezza o sbattuto a terra nervosamente come per sottolineare decisioni irrevocabili. La corona è un berretto rosso che spicca sulla scena nera e si fa presagio di sangue.

Nella seconda parte, forse più riuscita, a danza e canzoni si aggiungono gradatamente le parole e un segno drammaturgico più deciso ed efficace, giocato sulla dissonanza. Claudio (Stefano Chiappo), che finora è stato un automa alle dipendenze del fratello e ombra gentile accanto a Gertrude, commette l’omicidio con una pistola ad acqua, mentre la voce off scandisce i secondi dell’agguato con dei belati, che alludono forse a un agnello sacrificale: Amleto senior ora, e in futuro il figlio, votato al massacro in nome della vendetta.

© Valeria Palermo

© Valeria Palermo

Quando Gertrude torna in scena è una woman in red, quasi fosse una Lady Macbeth complice del delitto. La miccia della nota tragedia è innescata. Amleto torna, chiede spiegazioni, ma Claudio e la madre coronano il loro sogno d’amore e lo evitano, gli parlano per canzoni (Love me tender, What a wonderful world) o cercano di manipolarlo, scuotendolo su e giù come una marionetta.

Il padre assassinato è ormai uno spettro e lo vediamo nelle contorsioni della sua splendida danza macabra, nudo dietro a un pannello trasparente, con potente effetto scenico e in netto contrasto con l’artificiosità di Gertrude che cerca di restituire al castello una parvenza di mondo normale. Ma le parole si bloccano in silenzi di non-detto e sguardi vuoti che rivelano un’interiorità inquieta (rimorsi o forse l’incubo della ripetizione, di un altro sposo-dominatore?).

L’ultima parte è la più evocativa. In un impulso dark adolescenziale Amleto sfoggia ora una maglietta nera con teschio, che rinvia alla topica iconografia del personaggio. Intorno a lui, non visto, si muove il padre-spettro. Scarmigliato, fende l’aria con potenti falcate o cala il braccio come una spada, vortica su se stesso, cerca di abbracciare il figlio, gli sussurra l’invito alla vendetta. Amleto scruta l’orizzonte: è già sugli spalti, pronto ad avviare la vicenda maior, oppure intravede il suo futuro incerto? Il fantasma gli mette fra le mani il berretto rosso del potere: è una vera investitura. E mentre la musica stride, sullo sfondo di un vento sibilante, con un gesto rituale Amleto si cala il berretto sull’intero viso, immergendosi nel suo destino.

 

L’AMLETO prima
di e con Francesco Gabrielli
produzione CRT Teatro dell’Arte
prima nazionale, CRT – Milano
18-25 giugno 2016

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