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Lu Xun, lo scrittore che svegliò la Cina dall’apatia

Nel 1918 Lu Xun pubblicò il «Diario di un pazzo», un tentativo di riscuotere la Cina dalla paralisi

6 minuti di lettura

Lu Xun (鲁迅) è stato uno dei più importanti scrittori cinesi del XX secolo. Attraverso le sue opere criticò il sistema dell’epoca, offrendo spunti di riflessione per migliorare le condizioni della Cina.

La presa di coscienza di Lu Xun

Nel 1902, in seguito alla morte del padre, Lu Xun si trasferì in Giappone per studiare medicina. Un giorno, durante una lezione, venne mostrata una diapositiva figurante dei giapponesi che condannavano a morte un cinese, intorno al quale c’era una folla di connazionali cinesi che guardava apaticamente la scena. L’episodio fece riflettere lo scrittore sulle condizioni della Cina del tempo, permeata da totale mancanza di solidarietà e apatia assoluta. Quest’improvvisa presa di coscienza, agli occhi di molti, sarebbe potuta sembrare pazzia; eppure, fu proprio su questa pazzia che Lu Xun, nel 1918, pubblicò una delle sue opere più importanti: Diario di un pazzo (狂人日记 kuánɡrén rìjì). Il romanzo rappresentava un tentativo, da parte dell’autore, di “svegliare” la Cina dall’apatia.

Lu Xun e il «Diario di un pazzo»

L’opera racconta di un uomo che, resosi conto di vivere in una società cannibale, è costantemente attanagliato dalla paura di essere mangiato. Ecco perché guarda tutto e tutti con sospetto e diffidenza, atteggiamenti che contribuiscono a rafforzare la sua reputazione di “pazzo”. Il cannibalismo, centrale in tutto il romanzo, è chiaramente una metafora. Nello specifico, si riferisce a una società che divora i suoi cittadini, portandoli a conformarsi l’uno con l’atro generando apatia; quella stessa apatia che Lu Xun vide tra i personaggi della diapositiva mostrata in Giappone. Il termine “cannibalismo” non è casuale. Lo scrittore lo scelse proprio perché, in episodi di cannibalismo, solitamente, chi mangia non lascia quasi traccia del corpo della vittima. Ed è questo che, secondo lo scrittore, e secondo il protagonista, faceva la società cinese dell’epoca: inglobava i suoi cittadini non lasciandone traccia.

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Tuttavia, già dalla prefazione viene fatto uno spoiler importante: il pazzo rinsavisce. Attenzione, però: la “ripresa di coscienza” non è affatto una cosa positiva. Bisogna chiedersi agli occhi di chi il pazzo è tornato normale. A quelli della società. Ciò significa che il protagonista ha ceduto e si è conformato. Non costituisce più quell’elemento di follia; anche lui, come molti, è stato “mangiato”.

Lu Xun nel 1930

È famosa, inoltre, la frase finale del romanzo: «Salviamo almeno i bambini». Con questa affermazione Lu Xun va contro la pietà filiale di Confucio, cioè, in parole molto povere, l’idea per cui sono i figli a doversi prendere cura dei genitori. Probabilmente, per chi non studia cinese, contraddire il pensiero confuciano non appare come un fatto particolarmente sorprendente. Tuttavia, era estremamente rivoluzionario. Confucio fu il filosofo per eccellenza, il guru assoluto della Cina. Il pensiero confuciano era pane quotidiano per ogni cinese di qualsiasi epoca. Pertanto, contraddirlo sarebbe equiparabile a Fabio Volo che decide di correggere la Divina Commedia qua e là.

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Secondo Lu Xun, la pietà filiale non farebbe altro che condurre all’immobilismo sociale di cui diventa vittima anche il protagonista di Diario di un pazzo (acquista). Con l’appello «Salviamo almeno i bambini», lo scrittore vuole fare capire che l’unica speranza per il futuro della Cina sono i bambini. Perciò, se i genitori gravassero sui loro figli, applicando il principio della pietà filiale, si rischierebbe di perdere l’unico barlume di speranza rimasto. Sono gli adulti a doversi assumere le responsabilità e contribuire alla costruzione del futuro dei propri figli. Solo così la Cina potrà risvegliarsi.

Il “Paese di mezzo” dalla paralisi al boom

La paralisi di cui parlava lo scrittore è vera. La Cina infatti è rimasta pressoché isolata fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Il boom del “Paese di mezzo” è estremamente recente. Uno dei fattori che ha contribuito all’apertura è stato sicuramente lo svecchiamento della società, tra cui anche l’affievolirsi dell’influenza confuciana. Ciò dimostra che le convinzioni dello scrittore erano fondate. La Cina dell’epoca era effettivamente immobile, apatica nei confronti della realtà esterna. Tuttavia, una volta liberatasi dagli antichi retaggi confuciani e lanciatasi oltreoceano, ha dato vita a una delle potenze più forti al mondo. Lu Xun ci aveva visto lungo. Forse era un pazzo che, alla fine, tanto pazzo non era.

Ottavia Bettelli

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Redazione

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