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La Cina e l’uguaglianza iniqua di un comunismo diviso per classi

14 minuti di lettura

È impossibile pensare oggi al capitalismo senza collegarlo alla potenza cinese. Paradossalmente, il Paese nato su un’ideologia comunista e che ancora oggi vede governare uno dei più forti partiti comunisti al mondo, basa la sua economia su un sistema capitalista, e, grazie ad esso, si sta affermando come prima potenza mondiale. Oggi la Cina è anche un Paese che presenta vaste disuguaglianze al suo interno, a prima vista attribuibili alla sua rapida crescita e urbanizzazione.

Il socialismo di mercato in Cina

Il Paese, guidato da Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese e segretario del Partito Comunista Cinese, è passato da un’economia collettivista (alla sua nascita) ad una di libero mercato (attualmente). La svolta risale al 1978, quando Deng Xiaoping diventò leader de facto della RPC; a lui oggi si attribuisce il merito delle riforme economiche della Cina e della sua modernizzazione. Egli introdusse la “politica delle porte aperte”, conducendo il Paese sulla strada della competitività a livello globale, privatizzando numerose aziende e concedendo maggiori libertà ai contadini nella produzione e vendita dei loro prodotti. Nel 1980 vennero poi istituite quattro “Zone Economiche Speciali”, Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen, vicino a Hong Kong, Macao e Taiwan con una tassazione vantaggiosa e bassi costi del lavoro, in grado di attirare imprenditori esteri.

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Photo by Li Yang on Unsplash

I cambiamenti portati da Deng Xiaoping servirono a risollevare il quadro cinese dopo anni di crisi, dovuti alla realizzazione della dottrina politica di Mao Zedong, assolutamente fedele ad uno spirito comunista, che con la sua politica del terrore aveva condotto il Paese ad uno stato di estrema povertà. Dopo le riforme di Deng Xiaoping, la crescita è stata pressoché ininterrotta; il tasso medio annuo di crescita ha toccato il 9,3% e la Cina ha registrato una crescita negativa soltanto nel primo trimestre del 2020 a causa della pandemia. Non accadeva dal lontano 1992. Al momento è l’unico Paese che abbia ripreso a crescere a pieno ritmo con un +2,3% di crescita complessivo nel 2020 (secondo fonti de Il Sole 24ORE). Inoltre a fine gennaio è stato definito il programma del quattordicesimo piano quinquennale 2021-2025 che ha l’obiettivo di raggiungere un Pil pro-capite di 30mila dollari, accompagnandolo con uno sviluppo economico sano e sostenibile.

Uomo di campagna e uomo di città

La posizione che ha guadagnato e il peso che riveste nell’economia e nell’influenza su questioni strategiche mondiali pongono la Cina sempre sotto l’attenta supervisione da parte degli altri Paesi con la quale concorre. E mentre in questi ultimi non è insolito parlare di elevate diseguaglianze interne (basti pensare agli Stati Uniti e a quanto la questione sull’aumento delle disparità sia stata al centro dell’agenda politica, sia in materia fiscale che sociale), lo diventa se il tema si ripresenta quando si parla di un Paese come la Cina.

L’indice di Gini, che indica su una scala da 0 (pienamente paritario) a 1 (un singolo detentore del totale) il grado di disuguaglianza nella redistribuzione della ricchezza, si attesta allo 0,47 in Cina, mentre è dello 0,41 negli Stati Uniti. Sintomo che la crescita e lo slancio economico non ha investito nello stesso modo tutti i cittadini. La maggior divisione riguarda le aree urbane e quelle rurali, ed è aumentata nel corso del tempo. Ne è uno dei motivi principali il sistema hukou, un programma di registrazione familiare che regola l’immigrazione dalle zone agricole alle città.

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Photo by Dabbas on Unsplash

Funziona come una sorta di passaporto, uno strumento del Partito per il controllo sociale, che priva gli agricoltori degli stessi diritti degli abitanti delle aree urbane. Nasce nel 1958 con lo scopo di limitare il flusso di lavoratori sottopagati nelle campagne verso le città, concentrate sull’ampliamento dell’industria pesante, in modo da evitare il sovraffollamento urbano. Gli abitanti vengono distinti per area geografica di appartenenza e non è consentito loro l’accesso a servizi pubblici, impiego, assistenza sanitaria e istruzione, al di fuori della propria area.

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Partire da un hukou rurale e ottenerne uno urbano è particolarmente difficile, essendo questi in un numero annuale limitato. Il sistema è estremamente sfavorevole nei confronti degli agricoltori, che subiscono una tassazione maggiore e standard di servizi inferiore rispetto ai residenti delle città. Questi ultimi hanno inoltre un reddito di sei volte superiore ai primi. Un sistema discriminatorio che impedisce qualsiasi tipo di ascesa generazionale. Un decennio più tardi, in linea con i nuovi sviluppi economici cinesi, è stata effettuata una riforma del sistema che permetteva lo spostamento nei centri, a patto che si avesse un impiego e un alloggio nel luogo di arrivo e che si potesse servire come alimento il proprio grano.

Un decennio più tardi ancora, venne consentito lo spostamento anche in zone di rango più elevato rispetto a quella di origine, se in possesso di legami e contrattazioni con investitori familiari ed esteri. I controlli sulla documentazione sono diminuiti soltanto dal 2001, con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che ha aumentato la necessità di manodopera nelle città e ha per questo tratto giovamento da un alleggerimento del sistema.

Cina: la politica del figlio unico

Una delle cause della disuguaglianza tra le due principali aree è certamente dovuta alla One-Child Policy. La politica del figlio unico è stata adottata in Cina nel 1979, con l’obiettivo di rallentare le nascite nel Paese, dove l’iniziale tasso di natalità di 2.81 è sceso fino a 1.51 nel 2000. I risvolti socio-economici sono stati numerosi e hanno riguardato l’istruzione, la disparità di genere e il divario economico tra campagne e città. Tale misura non veniva applicata nello stesso modo ovunque, ma variava a seconda del luogo di residenza e dell’etnia. Chi viveva nelle città urbane, era obbligato ad avere un solo figlio, mentre a chi viveva in campagna era consentito averne due, nel caso la primogenita fosse nata femmina. Si è creato così uno squilibrio tra chi ha dovuto provvedere al sostentamento di una famiglia numericamente più ampia e chi più ristretta; anche per questo chi vive nelle aree urbane ha un potere di acquisto più elevato e detiene maggiori risparmi. Dal punto di vista sociale, l’esplicita condizione imposta per poter avere un secondogenito, ovvero una prima figlia femmina, è sintomo di una netta preferenza all’interno del Paese per le nascite maschili.

Questo ha aumentato incredibilmente il numero di aborti su gravidanze il cui sesso non fosse quello sperato, allo scopo di riservare l’unica possibilità di donare la vita ad un discendente maschio. Senza considerare che, al numero degli aborti volontari, vanno sommati quelli forzati e il numero delle sterilizzazioni atte ad impedire un mancato adempimento della politica istituita. Dal 2016, l’esperienza della One-child policy si è conclusa. Ciò che rimane oggi è una popolazione composta prevalentemente da uomini e con un alto tasso di invecchiamento, a sua volta legato ad un necessario aumento di contribuiti da parte della nuova generazione per riuscire a far fronte alle spese per il sistema pensionistico.

Photo by Sam Beasley on Unsplash

Per l’istruzione invece l’attenzione è aumentata e i percorsi di studi sono stati prolungati anche per le donne. Infatti il blocco della natalità e l’aspettativa di una bassa fertilità si sono tradotte in un investimento maggiore nella risorsa data dal capitale umano.

Una fusione pericolosa

Finora i problemi elencati, scatenanti le disuguaglianze, sono stati prevalentemente strutturali, ma un cospicuo fattore è certamente di natura politica. Foreign Affairs riporta dati degli studi effettuati dopo che nel 2012 è partita la campagna anti corruzione di Xi Jinping, grazie alla quale è possibile venire in contatto con l’ammontare dell’appropriazione indebita di denaro, la durata delle attività illegali e il numero di persone coinvolte, adducendo a quale livello amministrativo appartengano e quanti dei protagonisti siano o meno parte delle file del Partito. La corruzione tende ad essere più redditizia a livello provinciale rispetto a quello delle contee, e in entrambi i casi, i membri del PCC sottraggono fondi illeciti tre volte superiori rispetto ai semplici funzionari del governo o degli imprenditori, utilizzandoli per accelerare piani infrastrutturali e per incentivare e favorire gli affari. Guardando ad un arco di tempo che va dal 1988 al 2013 lo studio effettuato, rivela una trasformazione nella composizione dell’élite cinese più ricca.

Mentre inizialmente i tre quarti erano semplici impiegati del governo, ora sono per la metà capitalisti e professionisti. Il ruolo del Partito è invece rimasto  pressoché inalterato, e oggi come un tempo, chi costituisce l’élite è anche membro del Partito, e viceversa. Tuttavia, se prima i membri erano per lo più funzionari del governo, lavoratori industriali e personale clericale, ora sono comparsi altri gruppi sociali. Il 70% appartiene sempre alle tre categorie sopracitate, ma è nella restante parte, occupata oggi da ruoli nei settori di impresa privati, che si trovano i capitali maggiori. Avviene quindi una fusione tra potere economico e politico, vantaggiosa per chi ne è protagonista e allarmante per chi ne è spettatore.

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È chiaro il rischio in cui si incorre nel fare affidamento su di un programma di anticorruzione messo in atto da chi sulla corruzione costruisce il suo potere e lo rinsalda. Sono proprio i vertici più coinvolti quelli che dovrebbero occuparsi di porre fine ai meccanismi di malversazione. Oltre a questo paradosso, bisogna ricordare come una visione trasparente dei fatti sia difficilmente raggiungibile per un Paese governato da un regime come quello cinese. I dati e le notizie che arrivano sono frutto di un controllo sistematico da parte del governo non con lo scopo di diffondere la verità, ma con quello di apparire un esempio di realtà positiva ed efficiente. L’avanguardia economica e tecnologica della Cina si scontra con l’arretratezza politica di un sistema autocratico rimasto ancorato ad un passato lontano, una contraddizione complessa da abbattere che lascia aperti scenari di evoluzione o involuzione difficili da prevedere.

Ilaria Raggi

Immagine di copertina: Photo by wu yi on Unsplash

 


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Ilaria Raggi

20 anni, studentessa di scienze politiche sociali ed internazionali. Nata con il mare sotto i piedi, ora mi accontento dei colli bolognesi. Se mi siedo o mi riposo c'è qualcosa che non va. John Steinbeck, il cinema e la scrittura sono il mio Sacro Graal, per il resto condisco la mia vita un po' di curcuma alla volta. Vivo di sarcasmo e politica internazionale, fortunatamente il periodo in cui sono nata mi permette di non dover mai scegliere l'uno o l'altro.

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