La magnifica storia di Bora Milutinovic

Un vecchio proverbio slavo recita, più o meno, così: «Il padre di una guerra è sempre tedesco. La madre, invece, balcanica». Il riferimento principale, chiaramente, ci riporta indietro nel tempo, lungo le strade di Sarajevo in un assolato pomeriggio di fine giugno del 1914.

Una polveriera nel vecchio continente

L’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, viene raggiunto dai proiettili di una pistola semiautomatica. A sparare è Gavrilo Princip, membro della Mlada Bosna, un’associazione terroristica che mira all’unificazione dei popoli jugoslavi (letteralmente, gli slavi del sud). Il mondo non sarebbe più stato lo stesso: a quella morte ne seguirono altre 17 mila, intere generazioni vennero spazzate via dal primo conflitto mondiale. Dopo un paio di decenni di pace, l’Europa e il mondo si riarmano nuovamente e i protagonisti della vicenda sono ancora più noti.

Negli anni del secondo conflitto mondiale non esiste, sulla mappa europea, luogo in cui ci si può sentire al sicuro, figurarsi in una regione storicamente complessa come i Balcani. La Jugoslavia fu riunificata per la prima volta il giorno dell’Epifania del 1929, con un colpo di stato di re Alessandro I. Definirla un’unificazione di facciata sarebbe estremamente riduttivo, tant’è che pochi anni dopo croati e serbi, alleati rispettivamente di nazisti e di russi, si scontrarono ripetutamente sul campo di battaglia. A Bajina Basta, minuscolo paese oggi in Serbia, vicino al confine bosniaco, nasce un uomo, futuro allenatore calcistico, che detiene un record che per qualcuno vale molto di più di qualsiasi trofeo. Quell’uomo si chiama Velibor Bora Milutinovic.

Bora Milutinovic

Bora Milutinovic oggi.
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Sì, viaggiare

Forse l’idea stessa del viaggio e della scoperta come unica ragione dell’esistenza era già scritta fin dalla nascita. Vedere la luce in una terra di confine di un non-paese (Tito e il suo regime arriveranno qualche anno dopo) nel periodo più buio della storia europea spiega la difficoltà di un uomo a trovare delle solide radici su cui costruire la propria casa. Bora comincia a viaggiare presto, per una semplice ragione: nei disastrati vicoli jugoslavi inizia a tirare qualche calcio a un pallone e si scopre discretamente capace. Non tanto da raggiungere le eccellenza europea o mondiale, ma abbastanza bravo per disputare una onesta carriera in Francia, giocando da difensore centrale. A uno come lui, però, il vecchio continente non può bastare.

Il nomadismo si impossessa definitivamente dell’uomo nell’estate del 1972, quella delle Olimpiadi Monaco e dell’attentato palestinese nel villaggio olimpico. Bora fa le valigie e parte un’altra volta, destino (che in castillano è sia destino, sia destinazione) il Messico. Gioca 4 anni nel Pumas, una delle principali squadre della capitale. Punto fermo del club, sembra che abbia trovato il suo lembo di terra sul cui edificare la propria dimora. Non a caso decide di sposare Maria, una donna messicana grazie alla quale ottiene la cittadinanza. Detta così, quella di Bora, sembra una decisione puramente opportunistica, ma d’altronde è proprio lui a confermare ciò in maniera sibillina: «Nascere poveri è una sfortuna, sposare una donna povera è da scemi». Già, perché nonostante ci abbia provato, Pancho Villa non è riuscito a redistribuire la ricchezza in modo maggiormente equo. Così Bora decide di sposare una ereditiera messicana che le cronache definiscono, forse con un eufemismo, solamente benestante. A questa donna, il guru serbo, resterà sempre attaccato, unica solida certezza di una vita vissuta perennemente in movimento e con la valigia pronta per una nuova destinazione.

Messico e Costa Rica

Nella prima parte della sua carriera messicana, Bora è un viajero sedentario. Non abbandona il paese per nuove avventure, anzi, è lui che sceglie di restare per scrivere la storia calcistica della nazione che lo ha adottato. Dopo aver allenato i suoi Pumas (vincendo anche una CONCAF, una sorta di Champions centro-americana) si aprono le porte della nazionale tricolor. Quella messicana non è una sele qualunque, poiché Bora ha un compito e un obiettivo molto complesso: allenare la squadra che si appresta a giocare il mondiale fra le mura amica. Sedici anni dopo il match del siglo all’Azteca (vi dice qualcosa Italia-Germania 4-3?) il paese di Speedy Gonzalez ospita un’altra edizione della Coppa del mondo, la quale verrà sollevata, alla fine della manifestazione, da un numero 10 argentino desideroso di riscrivere da capo le leggi del calcio, della storia e della fisica.

Il Messico di Bora è la rivelazione del torneo: è costretto ad arrendersi solamente ai quarti di finale, eliminata ai rigori dalla Germania finalista. Più di questo era difficile chiedergli, infatti il paese è letteralmente ai suoi piedi. È proprio in questo momento che si scopre l’unicità di Bora. La staticità e la sicurezza non bastano al suo fabbisogno, Bora si nutre di stimoli, imprese, viaggi, scoperte. Così quattro anni dopo prende un aereo per Roma, mentre Bennato e Nannini cantano “Notti magiche”. L’allenatore serbo è pronto a disputare la sua seconda Coppa del mondo e lo fa allenando un paese che, perlomeno noi europei, faremmo enormemente fatica a collocare su un planisfero: il Costa Rica. Non soltanto il Costa Rica partecipa a quel mondiale, ma riesce addirittura a superare il primo turno, sconfiggendo i giganti scozzesi e svedesi. È un trionfo.

Bora Milutinovic

Quel grande Messico.
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Stati Uniti e Nigeria

Ormai il nome di Bora è finito sul taccuino di nazionali prestigiose, anche se lui, qualora dovesse scegliere, preferirebbe sempre le sfide più complesse. Ciò non significa sfuggire ed evitare le pressioni di essere obbligati a vincere, tutt’altro; la sua nuova destinazione infatti, non può che metterlo under pressure, come cantavano i Queen con David Boewie. Infatti nel ’94 accetta la corte della nazionale statunitense e, per la seconda volta dopo Messico ’86, Bora allena la squadra di casa. Ovviamente anche nel paese del Soccer riesce a superare la fase a gruppi, forte della vittoria per 2-1 contro la fortissima Colombia. Ma non è ancora finita, no: Bora muore dalla voglia di provare ad insegnare calcio in un altro continente.

Nel 1998 Milutinovic ha tra le mani il gruppo di giocatori più forti che abbia mai allenato. Probabilmente quella ventina di calciatori che prendono l’aereo per atterrare all’aeroporto Charles de Gaulle rappresentano uno degli apici della storia del calcio africano. La Nigeria del ’98 è uno squadrone: Okocha, Kanu, Babangida, Babayaro, West. In una spettacolare gara d’esordio, le aquile nigeriane sconfiggono la Spagna (oggi sarebbe fantascienza) e con una gara d’anticipo approdano alla fase successiva. Un santone come Bora nulla può in una terra, quella africana, che, a distanza di decenni dall’esplosione, ancora deve raggiungere l’élite calcistica. La Danimarca di Laudrup affonda la fragile barca nigeriana e a Bora, per la prima volta in carriera, forse si sarebbe potuto chiedere di più.

Bora Milutinovic

A Bora a colloquio con i suoi calciatori.
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La Cina è sulla mappa

Un paese che conta più di un miliardo di abitanti, ce ne avrà almeno undici decenti da poter schierare in campo, no? Difficile rispondere in maniera positiva, dato che la Cina, ad oggi, ha disputato una sola edizione del mondiale, senza dover nemmeno fare un viaggio troppo lungo per arrivare alla cerimonia d’apertura. Nei mondiali nippo-coreani del 2002 (ricordati più per le nefandezze arbitrali che per la passeggiata del Brasile di Ronaldo sugli avversari) è presente anche la nazionale cinese. Già, ma chi è l’allenatore della selezione? Non penso ci siano dubbi a riguardo.

Bora, questa volta, non riesce a superare il girone eliminatorio, ma per la prima volta nella storia la Cina è sulla mappa calcistica. E lo deve quasi unicamente a questo slavo giramondo, unico allenatore nella storia del calcio ad aver disputato cinque mondiali con cinque nazionali differenti. Egli racconta che qualche giorno prima del suo ultimo mondiale entrò in una chiesa e, in un colloquio intimo e privato con Dio, Bora gli chiese di poter segnare lo stesso numero di gol della Francia (nazione campione d’Europa e del mondo in carica). In Corea e Giappone, nel 2002, Francia e Cina furono le uniche due nazionali a non segnare nemmeno una rete.

«Già, peccato che io mi riferissi alla Francia del ’98.»

Semplicemente Bora Milutinovic.

Bora Milutinovic

Il miracolo cinese.
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