Malinconia di tartaruga. Il teatro surreale di Bonn Park

Il giovane Bonn Park (classe 1987) è nato in Germania da genitori coreani e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua scrittura teatrale, che rientra nella categoria del post-drammatico: sono testi non-testi, irriverenti, giocosi e ironici, ma soprattutto aperti e irrisolti. Così è per Tristezza & Malinconia, o il più solo solissimo George di tutti tutti i tempi (e già il titolo è tutto un programma) in scena al Teatro i di Milano fino al 12 marzo, nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe. Il progetto (Premio Speciale Ubu 2017) abbatte le frontiere d’Europa per cercare la nota comune di scambio nella cultura del teatro.

Bonn Park – http://www.fabulamundi.eu/en/bonn-park/

Una tartaruga per il teatro

Lo spettacolo ruota intorno a George, che viveva alle Galapagos, ultima tartaruga della sua specie. Presso tutte le culture la tartaruga è simbolo di longevità, ma anche di fertilità e fortuna, di giudizio sul mondo calmo e obiettivo. Una creatura a cui ci avviciniamo quindi con simpatia, memori delle favole in cui gli animali parlanti rivelano vizi e virtù del nostro mondo e anche dei ricordi d’infanzia: lo spettacolo si apre infatti con la famosissima canzone di Bruno Lauzi del 1976. Ma la lente di Bonn Park sulla realtà è scevra di sentimentalismi. Accostarsi al suo teatro significa cedere le armi della razionalità per abbandonarsi con fiducia a una visione diversa. E in questa missione si sono calati perfettamente i due attori, Lea Barletti e Werner Waas, coppia anche nella vita, impegnati in un nomadismo artistico che ha toccato Roma, Lecce, Monaco e ora Berlino (cfr. l’interessante intervista a Waas).

Lea Barletti e Werner Waas © Maurizio Buttazzo

Il patto con il pubblico, il tempo e la solitudine

Sei seduto in platea, incuriosito e divertito all’idea di assistere alla vicende di una tartaruga. Accetti quindi che la tartaruga George possa parlare e dialogare con una Narratrice, quasi fosse un’intervista. Ma subito ti vedi costretto ad accettare anche molti altri imprevisti di percorso, con effetti stranianti. Ad esempio, quando arriva in scena, George non è una tartaruga, ma un attore in carne e ossa (Wass): scarpe da ginnastica, calzini neri, occhiali da sole e accappatoio verde con cappuccio, che imita maldestramente il carapace. La maglietta nera sul davanti recita “George,” e quella virgola presuppone un elenco, una compagnia, mentre George è solo, come viene ribadito anche sul retro della maglietta.

La Narratrice (Barletti) fa domande, ascolta con comprensione e simpatia i suoi resoconti e talvolta, per colmare i momenti di lentezza di George, spiega al suo posto. Ed ecco che cominciano a fioccare i dettagli strampalati: George è vecchissimo, «ha centomila miliardi di anni», ha visto e vissuto tutto. La sua percezione del tempo è perciò assai diversa dalla nostra: il tempo è veloce, corre via, mentre George, monumento di se stesso, immobile nel suo carapace, lo ha attraversato con lentezza. Ha vissuto la Rivoluzione Francese, ha combattuto con bolscevichi, menscevichi e antichi Romani, è stato campione atletico, ha costruito il cavallo di Troia, ha avuto scambi epistolari con Goethe e Aristotele… Tutto si affastella in un disordine iperbolico con effetti esilaranti, anche perché esposto con un candore onesto e quasi poetico. Con il volgere dei secoli, George è rimasto solo: tutti gli amici sono morti, anche quelli che aveva invitato a un banchetto pantagruelico di animali farciti l’uno nell’altro, quasi in una bulimica volontà di salvare il mondo. Anche la famosa lepre, che lo aveva sfidato alla corsa, è ormai uno scheletro sul traguardo.

Ritratto dell’apatia contemporanea

Insomma, George ora ha un solo desiderio: morire nella conca di sabbia dove è nato. Purtroppo non è possibile, è la risposta della Narratrice. E George, dopo una pausa triste, risponde: «Okay». Questa sua apatia è una costante: ha provato a convivere, ha sperimentato l’amore, ma la passione ha ceduto il posto alla noia della routine, i figli sono stati solo pretesti per creare dei piccoli “ego” e amare se stesso. Alla fine sembra però che sia la solitudine a rendere la sua vita degna di essere vissuta. La Narratrice prova a scuoterlo, coinvolge il pubblico per prospettargli soluzioni di felicità, ma invano. La soluzione è forse aspettare con lui. «E se non succede niente, va bene lo stesso».

© ufficio stampa Teatro i

Una riflessione quindi sulla difficoltà di raggiungere la felicità, sull’apatia del mondo contemporaneo, perché la specie a rischio di estinzione è probabilmente l’uomo. Ma le soglie di certezza si frammentano in continue deviazioni sull’assurdo e in esplosioni di senso, come avviene nei numerosi intermezzi di ripresa e scomposizione della fiaba di Raperonzolo, annullando l’happy end consolatorio in uno stato depressivo (Simona Senzacqua). Il programma di sala infatti avvisa: «forse si tratta di un elogio alla depressione, forse il tutto è un depressivo divertissement o un depressivum filosofico», in un gioco a rimpiattino con l’assurdo, fra iterazioni, involuzioni circolari e vicoli ciechi. Mentre sullo sfondo si disegna a mosaico la scritta “Niente”, ancora una volta non riusciamo a prendere sul serio il nichilismo di George, che ci regala un’ultima scena di spassosa tenerezza, avviandosi fuori dal teatro (lo seguiamo attraverso le riprese di una telecamera), a dimostrazione che il sur-reale ricreato sulla scena assedia la nostra realtà e ne ha la stessa sostanza.

 

Tristezza & Malinconia, o il più solo solissimo George di tutti tutti i tempi
di Bonn Park
di e con Lea Barletti e Werner Waas, e con Simona Senzacqua
coproduzione Barletti/Waas nell’ambito di Fabulamundi Playwright Europe
fino al 12 marzo 2018, Teatro i, Milano

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