“Melancholia” e l’apocalisse: espiare il male umano ad un secondo dalla fine

La ragazza in foto, come certamente avrete già riconosciuto, è l’attrice Kirsten Dunst. O almeno così è conosciuta ai più nella realtà che persiste al di là della sala, della pellicola. Qui però è tutt’altro, la protagonista di una storia che ha dell’incredibile, una storia narrataci dal regista Lars Von Trier in “Melancholia”. Osserviamola, prendiamoci qualche secondo per rispondere al suo sguardo; ci scruta, ci comprende, o così ci piace pensare per dimenticare che, in realtà, storie come queste non pensano mai a chi le ascolta. Esistono, irrompono e non chiedono scusa.

Justine, questo il nome della maschera che stiamo ammirando, in realtà osserva il cielo. È splendida in questo vestito da sposa, il Bouquet in mano e l’aria di chi sfida la vita. Ma non facciamoci imbrogliare, questa non è un fotogramma felice. Justine è infatti appena fuggita dal suo matrimonio, correndo ha raggiunto un bosco, poi un grandissimo campo ed infine un minuscolo fiume in cui si è gettata, ma perché? Attingendo da ciò che della vita crediamo di sapere potremmo azzardare molteplici risposte; centinaia di cliché borghesi lontani dall’irreale centro di questa storia, dalla verità che solo Justine sembra sapere. Lei scappa dalla frivolezza, dal grigiore vacuo dei parenti per collezionare nella natura ultimi istanti prima dell’arrivo di  Melancholia, un pianeta in rotta di collisione con la terra. Confusi? Normale, certo, ma non cadiamo nell’errore di voler osservare un mosaico a partire da una singola tessera. Proviamo a capire.

fonte: sugarpulp.it

Justine sa che la fine è vicina, sa che il pianeta Melancholia sta per impattare con il nostro eppure sceglie la natura, un’intimità e nessun estremo tentativo di salvezza.  Recede in te Ipse, disse Seneca invitando Lucilio a ritirarsi in sé, a fuggire dalla folla vacua per ritrovare se stessi tra i migliori degli uomini, uomini assenti nella dimensione in cui affoga Justine . Lars Von Trier non ci vuole parlare di redenzione, non ci vuole forse nemmeno narrare di quella ragazza che fugge, bensì porre l’attenzione su ciò che quella ragazza diviene nell’istante esatto in cui si lancia nel fiume. Vuole parlarci della sua Malinconia, della sua impotenza, della nostra impotenza, davanti a ciò che non possiamo fermare e che inevitabilmente ridimensiona la nostra società e che addirittura la smaschera, ne mostra la sua intrinseca malignità e forse anche un po’ per questo la condanna a morte. La sensazione è quella di essere innanzi ad un’immensa punizione, una consapevolezza improvvisa, negli occhi di Justine, verso ciò che è, davvero, la malvagità umana. Un male che si specchia tra le forme spaventose di quest’immenso pianeta in rotta di collisione, talmente simile al nostro da porci il dubbio che non sia altro che un’illusione per smascherare il vero avversario; una collisione tra la terra e le sue ombre.

Freud, in Trauer und Melancholie, disse che la Malinconia appare in una costante attesa di una punizione vissuta come risarcimento. Un abbandono cinico, consapevole quanto fu quello di Ofelia, nell’Amleto shakespeariano, la quale convinta di essere causa della pazzia di Amleto lacera se stessa lasciandosi morire tra le rive di un ruscello. Una morte tragica, così dipinta.

 

fonte: filosofiprecari.it

I richiami sono immediati, ancora una volta riscopriamo un cinema danzante tra i temi a cui il teatro diede voce e la pittura colore. Ofelia ad occhi chiusi cerca perdono nella morte, Julie ad occhi aperti attende e basta poiché perdono, in questa terra di mali da cui fugge prima del proprio matrimonio, è solo lì, in quel cielo ora nero per l’arrivo di un pianeta il cui nome esprime l’uomo. La speranza non resta che un qualcosa da sfogliare tra le parole di Robert Burt «We are […] bad by nature, bad by kinde, but farre worse by art». Cattivi per natura, orribili per l’arte.

 

Alessandro Cavaggioni
Condividi:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.