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Breve metafisica amatoriale di Novak Djokovic

Composto, braccato dalle telecamere, saluta il pubblico. Sorride. Poi avviene la trasformazione. Novak Djokovic è ciò che ora più si avvicina all’esperienza metafisica di un tennis visto in televisione ma vissuto dal vivo.

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David Foster Wallace una volta ha scritto che la differenza che passa tra assistere a una partita di tennis dal vivo o in televisione è paragonabile alla differenza che passa tra guardare un film porno e fare sesso. Non è necessario provare entrambe le cose, tennis dal vivo e in televisione, per comprendere cosa ciò significhi. Si ha cortezza di questo fatto quando il livello degli avversari in campo è così squilibrato che il metro di giudizio (film porno/sesso reale) è già esperibile nello scarto qualitativo che separa i contendenti. Uno dei due è talmente forte che è già come essere lì sul campo dal vivo, è già come fare sesso.

Fino a qualche tempo fa Roger Federer provocava questo tipo di esperienza nello spettatore, che Foster Wallace non esitava a definire «religiosa». I mistici nel momento dell’estasi balbettano, riportano parole incomprensibili, lacrime, risate, fiumi di contraddizioni trascritte nell’inchiostro, lì per testimoniare il solo vero fatto interessante: che Dio non si dice ma si vede. Federer era così: racchetta Wilson dall’ovale paurosamente piccolo per una precisione infinita, sguardo che punta al pavimento nei momenti di pausa, camminata silenziosa di chi vaticina la direzione del vento e la mossa futura dell’avversario o propria. Federer: un aruspice in punta di piedi, ammantato di grazie. Al dio dei tennisti non si può che chiedere di insegnarci a pregare.

Come il sacerdote di Diana, che doveva essere ucciso per trasmettere il suo ruolo di protettore, così oggi assistiamo ad un altro passaggio. Novak Djokovic è ciò che ora più si avvicina all’esperienza metafisica di un tennis visto in televisione ma vissuto dal vivo.

Eccolo che scende in campo. Composto, braccato dalle telecamere, saluta il pubblico. Sorride. Poi avviene la trasformazione. Sembra che i suoi occhi vedano al di là del visibile: sono spalancati – un lupo a caccia della preda al buio –, lo si sente respirare mentre carica quel rovescio di risposta che non ha eguali (64 punti vinti di risposta contro Berrettini), capace di costringere l’avversario alla sua, di tattica. La bocca è lievemente aperta, il volto alienato, spiritato, il suo corpo si contorce per toccare pose animali.

Eppure Novak Djokovic, lo si è detto spesso, non ha l’eleganza di Federer, il servizio di Isner, il dritto di Del Potro, il rovescio di Wawrinka, eccetera. Djokovic, ecco il punto, è l’assenza di difetto, ha toccato quella condizione metafisica per cui tutto, in lui, è – avrebbero detto Platone – bene. Ed è bene non in senso spicciolo, ma secondo la pienezza definitiva alla quale ogni cosa, in natura, aspira, la pienezza per cui diciamo di una cosa essere tale. Djokovic è il Tennis, o meglio, l’idea del Tennis, materializzatasi, fatta carne.

Lo svantaggio (ricordiamo a Parigi la rimonta con Tsitsipas da un’apparentemente irreparabile 2-0) lo alimenta, è la sua forza, come se giocare sul filo del rasoio, col fiato della sconfitta sul collo, fosse motivo di ricarica. Ci sono dei computer costruiti per giocare a scacchi che recuperano dati delle mosse dell’avversario: più il gioco si fa complesso, più il raggio d’informazioni prodotto come risposta alla situazione è vasto, e perciò letale. Djokovic è così: cresce nel gioco man mano che sale il livello, gradualmente, senza salti, un rullo compressore capace di coprire il campo come un’aquila.

Osserviamolo nel diritto. Non è capace, o forse lo è ma non lo si è visto, delle accelerate di gomito di un Kyrgios, o dei lungolinea imprendibili di un Rublev. Novak Djokovic, quando colpisce, carica il colpo come una molla – è già lì, ad aspettarlo – e col corpo accompagna il movimento come se la racchetta fosse incorporata al braccio, ne fosse un estensione. La pallina colpisce l’ovale, il dritto scocca, ed eccolo – meraviglioso – come si chiude il movimento, con un brevissimo stacco da terra ed il busto che accompagna sino in fondo, quasi più di quanto ci si possa aspettare, la torsione di chiusura. È la forza, la potenza, di un corpo abituato all’elasticità.

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Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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