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“Non essere cattivo”, l’emozionante pugno allo stomaco di Caligari

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Non essere cattivo comincia con una battuta storica («Ahó, io sto incazzato fracico e te te stai a magnà er gelato»), la cui candida schiettezza riporta alla mente il Cesare di Amore Tossico che qui rivive estremizzato, allucinato, nei panni e negli occhi di un omonimo perduto, amico fraterno – anzi, fratello di vita – di un altro Accattone dal nome importante (Vittorio, appunto), vittime e protagonisti di una vita bastarda che qui è rappresentata in maniera dolentissima e mai patetica da un regista che il sistema produttivo italiano ha snobbato e marginalizzato.

Non essere cattivo

Vittorio (Alessandro Borghi) e Cesare (Luca Marinelli)

Ostia, 1995. Una ripresa in campo lungo del pontile si allarga dalla rotonda e mostra un ragazzo che corre, in diagonale, verso un coetano seduto sul parapetto. La spiaggia semivuota, il rumore delle onde. Per te che sei appena tornata da una vacanza, l’ennesima, sul litorale romano, il tutto ha un sapore familiare, ma vagamente opaco, in bilico sul crinale tra realtà e finzione. Questa non è l’Ostia dei villeggianti estivi, non è la piazza dello “struscio” serale, dei baci dati a mezzanotte, degli artisti di strada che conquistano la folla.

Per chi conosce Claudio Caligari, il pontile è molto altro, è citazione e autocitazione (Amore tossico, la frase famosa «Ma come, dovemo svoltà e te te piji er gelato?»), è Caligari che ruba a Caligari, è richiamo a Pasolini e sintesi di un mondo ultimo, infame, teatro di vite sbranate che finiscono per sbranare gli esclusi, gli emarginati, i drammaticamente autentici.

Non essere cattivo

Caligari è morto il 26 maggio 2015, quando le riprese di Non essere cattivo erano appena riprese ultimate, e si deve a Valerio Mastrandrea il merito – grandissimo – di essersi fatto produttore di una pellicola che nessuno voleva finanziare, perché in fondo – dicevano – cosa uscirà mai dalla cinepresa di un regista che ha fatto solo tre film, che parla sempre degli ultimi, che non fa parte dell’intellighenzia nostrana. Al Festival del Cinema di Venezia 2015, dove il Non essere cattivo è (scandalosamente) fuori concorso, tutti applaudono Caligari, tutti rimpiangono Caligari; la morte nobilita sempre, e apre gli occhi agli ipocriti, agli stolti, a coloro che vivono di apparenze e di apparenze aride finiranno per morire. Se Caligari fosse rimasto in vita anche questo splendido film sarebbe passato nel silenzio della critica, come Amore tossico, come L’odore della notte (quanti lo rammentano? Quanti lo citano?), come ogni film vagamente scomodo e scarsamente compiacente. Perché in fondo questo è Non essere cattivo, ultimo capitolo di un’ideale trilogia che Caligari aveva in mente (aperta dal punto di riferimento Accattone e proseguita col racconto d’eroina di Amore tossico), storiaccia di borgata, droga, scippi e dissoluzione. Il passaggio dagli anni ’80 alla metà dei ’90 è significativo, è simbolo della crisi e del vuoto in cui i personaggi vivono, sospesi tra eccessi e drammi personali, tra voglia di riscatto e impossibilità d’azione.

Se vivi ad Ostia, tra le baracche sulla spiaggia e le case popolari a schiera dell’Idroscalo, il tuo mondo ha il colore freddo del mare d’inverno, ha il sapore di una notte passata al bar a bere Peroni che non puoi pagare perché stai «in bianco», ha il respiro dell’incertezza del domani perché «la vita è dura, e se non sei duro come la vita non vai avanti». Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi) sono figli di quest’universo dove il tempo scorre sempre uguale, dove a un «Che famo?» si risponde «Annamo a dà du calci», e la spiaggia diventa la vita, il regno, il presente. Vengono entrambi da storie sballate (Cesare in particolare, che ha una mamma da mantenere e una nipotina malata, figlia della sorella morta di AIDS) che finiscono per sballare anche loro, sempre fatti, allucinati, perenni abitanti di un tunnel che non sembra avere fine, buio come la notte in cui vengono girate le scene più drammatiche, nero come quell’ombra che li inghiottisce senza che se ne rendano conto. O forse sì, Vittorio se ne accorge.

non essere cattivo

Vittorio e Linda (Roberta Mattei)

Conosce Linda (Roberta Mattei), ragazza madre di un figlio che tira su – «e a volte lui tira su me» -, donna forte e risoluta che può cambiargli la vita, può renderlo migliore. Il lavoro al cantiere è la via d’uscita, è la porta su un mondo migliore, pulito, «lontano da tutta ‘sta merda». Si sa, però, che non è facile. Gli amici lo aspettano, lo sfottono, lo chiamano «lavoratore» per poi fargli la pernacchia sotto il naso (ricordate Accattone e «l’allergia da lavoro»?). E poi c’è Cesare, che ha solo lui, solo Vittorio su cui contare. Il legame è forte, non si spezza, anche se Linda lo mette in guardia perché «quello è matto», anche se insieme perdono il lavoro. Cesare ha un cuore grande, ma proprio non ce la fa a rigare dritto; eppure s’innamora, anche lui, di Viviana (Silvia D’Amico), la ex di Vittorio, anima candita e perduta, e la porta a vivere con sé, in un rudere che par loro una reggia, dove «se sta bene in due ma pure in tre». E piange Viviana, perché si chiede «quanto può durà» e anche se Cesare dice «dura, dura», noi già sappiamo che la felicità è un attimo lì, a Ostia, nel 1995.

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Luca Marinelli e Viviana (Silvia D’Amico)

La maestria del montaggio, la fotografia scarna e essenziale, la colonna sonora esagitata sono sintetizzate – qui più che altrove –  nella scena, bellissima, dello sballo dei due amici nella sala slot di Vittorio, in cui al corpo disteso a terra di Cesare si sovrappone una valanga di croci (anch’esse di pasoliniana memoria), matrimonio tra sacro e profano, anticipo di una morte che di cristologico ha poco, eppure ne ha in sé tutta la potenza. Non essere cattivo è un film calibrato, in cui ogni scena è fondamentale e nessun discorso cade nel vuoto. Anche le battute, ammantate di quell’aura di apparente ironia che il romanesco riesce bene a veicolare, non sono destinate al riso generale, ma portano con loro il vuoto di certezze, l’amaro delle giornate, il dramma degli avvenimenti. Sono un pugno allo stomaco, come tutto il film, degno testamento spirituale di Caligari.

Se il regista fosse ancora vivo, i critici si riempirebbero la bocca di «già detto» e preferirebbero guardare altrove, all’universo patinato e vagamente radical chic delle grandi bellezze nostrane. Claudio Caligari era oltre, avrebbe sorriso e avrebbe preparato il prossimo film. È un peccato che non possa farlo più.

 

 

 

 

 

 

Ginevra Amadio

Nata a Roma. Ama la letteratura, il cinema e la scrittura intesa come mezzo per diffondere liberamente il proprio pensiero.