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L’orrore nell’arte: cinque dipinti davvero da incubo

Dal Medioevo alla contemporaneità, l’arte macabra non ha mai smesso di raccontare i terrori dell’uomo, aiutandolo forse a esorcizzarli. In occasione di Halloween, ecco una carrellata di opere...davvero da brividi!

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«Halloween è il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce circondati dall’oscurità di ciò che non conosciamo. Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso, una piccola occhiata verso quell’oscurità». Con queste parole il re dell’orrore Stephen King descrive la festività di Halloween e di tutto ciò che è oscuro e perturbante, e che, nonostante ciò, continua a esercitare un fascino magnetico sull’essere umano, come testimoniato dal successo intramontabile della narrativa gotica e del cinema horror, ma anche dell’arte.
Nel corso dei secoli anche l’arte ha contributo a plasmare immaginari e iconografie legate al mondo sotterraneo dell’occulto e degli Inferi, portando le persone al confronto con le loro paure più ataviche, a partire dal Medioevo, dominato da immagini terrificanti di anime dannate sottoposte ad atroci supplizi aventi la funzione di indirizzare il comportamento umano verso la salvezza. Dall’iconografia medievale della Danza Macabra, allusione all’equità della Morte che si abbatte indiscriminata su servitori e sovrani, alle visioni inquiete e inquietanti che popolano certi dipinti delle Avanguardie artistiche, specchio delle paure della Postmodernità , l’arte macabra non ha mai smesso di raccontare i terrori dell’uomo attraverso i secoli, aiutandolo, forse, a esorcizzarli.

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Lorrore ne «L’Inferno» di Giovanni da Modena

Il Giudizio Universale realizzato per la Cappella dei Re Magi nella basilica bolognese di San Petronio da Giovanni da Modena intorno al 1410, mostra una delle più esplicite rappresentazioni dell’Inferno dantesco, dominato da un gigantesco Satana nell’atto di divorare un dannato, circondato da una schiera di anime peccatrici sottoposte a efferate torture da una serie di diavoli. Tra le anime dannate spicca anche quella del profeta Maometto, indicato dalla targa come Machomet, inserito da Dante tra i seminatori di discordia (IX Bolgia dell’VIII Cerchio).

Giovanni da Modena, Il Giudizio Universale, Inferno (particolare), 1410, Cappella dei Re Magi, Basilica di San Petronio, Bologna

«Streghe e incantesimi» di Salvator Rosa

Grande appassionato di stregoneria e misticismo, il pittore napoletano del ‘600 Salvator Rosa ha dedicato una parte importante, sebbene spesso trascurata, della sua produzione pittorica a usanze, riti e credenze legate al mondo dell’occulto.

Streghe e incantesimi del 1646, oggi conservato alla National Gallery di Londra, è tra i più inquietanti dipinti dell’orrore nell’arte. Mostra infatti un gran numero di fattucchiere che si affaccendano intorno a un cadavere appeso a un albero, compiendo magie nere e riti negromantici. L’orrore nell’arte qui si declina in molteplici dettagli: dalla strega che taglia le unghie al cadavere per una pozione, alla vecchia che schiaccia viscere in un mortaio, il dipinto sembra una versione illustrata dei riti descritti nel Compendium malleficarum, manuale di demologia di Francesco Maria Guaccio (1608). Il contenuto scabroso del dipinto avrebbe potuto scatenare l’ira della Santa Inquisizione, perciò si dice che il committente Carlo de Rossi lo tenesse nascosto dietro una tenda per mostrarlo solo a poche persone di fiducia.

Salvator Rosa, Streghe e incantesimi, 1646, olio su tela, 72,5×135,5 cm, National Gallery, Londra

«Incubo» di Jhoann Heinrich Füssli

Soggetto del celebre quadro di Füssli del 1781 è una giovane donna biancovestita profondamente addormentata, in una posa plastica e innaturale, sul cui petto giace un piccolo demone nero, materializzazione dell’incubo. La camera da letto della donna, immersa nella penombra, presenta un ulteriore dettaglio inquietante, ovvero la testa di un cavallo dagli occhi vitrei che irrompe nella stanza da una tenda sollevata, portatore del mondo allucinato dei sogni. Molto probabilmente la tela fu ispirata da una patologia del sonno molto comune, la paralisi: la persona sperimenta un risveglio parziale e allucinazioni visive e uditive spesso terrificanti, accompagnato da una sensazione di oppressione toracica, qui rappresentata dal demone accovacciato sul seno della bella dormiente.

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Jhoann Heinrich Füssli, Incubo, 1781, olio su tela, 75,5×64 cm, Detroit Institute of Arts, USA

«Saturno che divora i suoi figli» di Francisco Goya: orrore e arte

Goya ha voluto rappresentare in questa tela del 1819, conservata al Museo del Prado di Madrid,  uno degli episodi più violenti della mitologia greca: il dio Crono, padre di tutti gli dei, nell’atto di divorare i suoi figli per scongiurare il rischio di venire detronizzato da essi.

Nella versione di Goya, Crono si staglia su uno sfondo scuro e non ha più nulla di divino, è solo un vecchio carnefice reso folle dalla paura, i cui occhi non mostrano alcuna espressività, mentre mastica quel che resta del corpo nudo di uno dei figli.

La violenza e l’orrore di questo episodio è stata interpretata da parte della critica dell’arte come un’allusione alle vicende storiche e politiche della Spagna, messa in ginocchio dalla guerra d’indipendenza, mentre altri vi hanno letto un riferimento al conflitto doloroso tra giovinezza e vecchiaia.

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Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1819-1823, olio su tela, 143×81 cm, Museo del Prado, Madrid

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L’orrore nell’arte di Salvador Dali: il «Volto della Guerra»

Nessuna creatura mostruosa nel mondo dell’arte può competere con l’orrore della guerra, pertanto concludiamo questa breve carrellata con Il Volto della guerra, realizzato dal pittore surrealista Salvador Dalì nel 1940 durante un soggiorno in America, dove si era rifugiato per sfuggire alla tragedia della seconda guerra mondiale, oggi conservato al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. Dopo aver vissuto la guerra civile spagnola,  Dalì metaforizza la barbarie del conflitto attraverso un volto che si staglia in un paesaggio desertico, i cui lineamenti appaiono deformati da un grido. All’interno delle orbite vuote e della bocca spalancata Dalì inserisce tre teschi che ne contengono a loro volta altrettanti, mentre dei serpenti si muovono intorno al volto, metafora del pericolo strisciante e delle distruzioni causate dalla guerra.

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Salvador Dalì, Il volto della guerra,1940, olio su tela, Museo Boijmans Van Beuningen, Rotterdam
Fonte:https://www.boijmans.nl/en/collection/artworks/4058/le-visage-de-la-guerre

Arianna Trombaccia

Romana, classe 1996, laureata in Studi Storico-artistici presso l’Università La Sapienza, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Storia dell’arte. Appassionata di scrittura creativa, è stata tre volte finalista al Premio letterario Chiara Giovani. Lettrice onnivora e viaggiatrice irrequieta, la sua esistenza è scandita dai film di Woody Allen, dalle canzoni di Francesco Guccini e dalla ricerca di atmosfere gotiche.

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