«Pacific Rim – la Rivolta», quando il problema non sono i Robottoni

In un periodo di particolare attenzione verso i mostri e i freaks firmati da Guillermo Del Toro, arriva il seguito di una delle sue più discusse opere: Pacific Rim. Riuscirà Steven S. DeKnight, regista qui alle prese con la sua opera prima, a dar vita ad una nuova saga capace di far tremare i Transformers di Michael Bay?

Salviamo la terra, ancora

Il pretesto narrativo per prolungare il primo capitolo viene pescato tra i mille possibili, e posto dieci anni dopo gli eventi a cui avevamo assistito. Veniamo quindi introdotti in un pianeta terra apparentemente in pace, impegnato a tal punto a ricomporre i propri pezzi, da non riuscire a vedere quanto sia ancora lontana la serenità. Jake Pentacost, figlio dell’eroico generale precedentemente sacrificatosi per la terra, viene introdotto proprio qui, in quest’ambiente di presunta tranquillità, in cui sguazza sino in fondo approfittando del caos per rivendere al mercato nero vecchia tecnologia Jaeger, e, soprattutto, per fare di tutto pur di sbarazzarsi di un cognome così importante. Destino vuole, o ancor meglio, cliché richiede, che una serie di eventi lo porteranno a ricongiungersi con quest’eroica genealogia e così a combattere l’imminente arrivo del secondo round con i giganteschi mostri Kaiju. Al suo fianco un piccola ragazzina impertinente ed un gruppo di reclute pronte a tutto pur di salvare la terra. Insomma, un mash-up come un altro, la cui speranza risiede nella messa in scena e nella gestione dei nuovi elementi.

fonte: pacificrimuprising.com

Lode alla superficialità, ma se fatta bene

Sgombriamo subito il campo da preconcetti inutili: un film con dei robot può essere semplice e superficiale, ma nessuna di queste due cose dovrebbe intaccare la sua reale qualità. Un film può essere banale e bello, becero e ben realizzato, superficiale e godibile. I Robottoni possono essere comunque un segno di qualità, nonostante una trama tutt’altro che pretenziosa. Fondamentalmente perché trama/soggetto e sceneggiatura sono due realtà diverse, e la semplicità di una non può essere la scusa dell’altra.
Per noi occidentali, però, quel primo preconcetto è veramente uno scoglio difficile da circumnavigare, posto che il nostro unico termine di paragone è Transformers, e diciamocelo; tolto il primo capitolo possiamo ammettere che il cinema ha avuto giorni migliori. Dunque che fare? Come rapportarsi a questo Pacific Rim- la Rivolta nel momento in cui appare così sedimentata la nostra giustificazione a film così mal rappresentati? Perché sì, Pacific Rim- la Rivolta ha moltissimi problemi, ma fidatevi: nessuno di questi è legato ai Robot.  

fonte: pacificrimuprising.com

Una recita da 150 milioni

Primo su tutti la già citata sceneggiatura. Il secondo film di quello che forse vorrebbe divenire franchise appare molto concentrato sull’introduzione di nuovi giovanissimi personaggi, relegati però sin da subito al mondo della macchietta stereotipata. La loro caratterizzazione è così tagliata con l’accetta, e potrebbe anche starci visto che essa si dovrebbe legare al robot (Jaeger, ndr.) da loro poi utilizzato, ma è quando questa fretta costruttiva si mostra nei dialoghi che il palco crolla. I nuovi personaggi appaiono infatti sempre in gruppo, e così perennemente obbligati a parlare in turni simili a quelli di una recita scolastica; una frase per ciascuno, un pensiero per tutti. Ma non siamo cattivi, dopotutto l’obiettivo era far affezionare il pubblico, e cosa c’è di più bello dell’indiano simpatico, la russa combattiva ed un seguito anonimo? Giusto? Forse no.

“Non sparate sul Robot”

Conseguenza di ciò, e non solo, è dunque una gestione dei tempi e degli eventi priva di mordente,  divisa tra due atti (addestramento e combattimento) confusi e poco interessanti, sia narrativamente che visivamente parlando. Gli stimoli action tentano infatti di accavallarsi, creando però l’effetto di una battuta poco divertente, e lasciando così spazio agli sbuffi ancor prima che all’adrenalina. Arriva però in aiuto un fine primo tempo ed un finale decisamente degno di nota, perlomeno nell’idea. Senza bisogno di fare spoiler, vi basti sapere che la cultura dei giganteschi mostri giapponesi troverà più che spazio ai piedi di uno splendidamente innevato monte Fuji, dando luogo sia alla lotta veloce, seppur non totalmente allieva del fast shooting di Michael Bay, che ai giusti rallentamenti capaci di lasciarci osservare un mostro figlio di un’epoca favorevole all’immaginario di Del Toro (qui produttore e non più regista).

Encomiabile dunque il tentativo di dare inizio ad una saga che sia nuovo riferimento per il mondo degli scontri titanici tra mostri, robot e pericolose minacce, ma forse quest’idea ha ricoperto a tal punto la produzione da portare alla luce un film che dopo due ore di zoppicante narrazione, si accascia a terra nella speranza che dal fondo della sala qualcuno urli: «va bhe ma dai, è solo un film coi robot».

 

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