Per rilanciare cultura e creatività non bastano sussidi, servono investimenti pubblici

Nel mondo culturale italiano sta montando una forte protesta in seguito alle nuove stringenti misure adottate dal Governo per limitare la diffusione del Covid-19 e che prevedono, tra le altre cose, la chiusura di cinema e teatri, nonostante il grande sforzo che questi ultimi hanno messo in campo per rispettare i severi protocolli e garantire l’accesso in sicurezza alle sale. 

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L’industria culturale italiana vive da tempo una crisi strutturale, dovuta a fattori tanto esterni (come l’avvento del mondo online) quanto interni (l’incapacità di adattarvisi, ad esempio). La nuova chiusura autunnale di cinema e teatri rischia di essere però il colpo di grazia finale e definitivo.

Certo, il Governo ha promesso di aiutare concretamente il mondo della cultura con un «Ristoro immediato per i teatri e i cinema chiusi dal dpcm della scorsa settimana, 1.000 euro per tutti i lavoratori autonomi e intermittenti dello spettacolo, proroga della cassa integrazione e indennità speciali per i settori del turismo», come ha spiegato Dario Franceschini, Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. Un miliardo, in totale, i fondi che arriveranno e serviranno a rifinanziare i diversi fondi di emergenza contenuti nei precedenti decreti, tra cui il Fondo emergenze cinema e spettacolo con 100 milioni di euro e il Fondo emergenze imprese e istituzioni culturali con 50 milioni di euro. Queste in sintesi le misure annunciate dal Governo per sostenere i lavoratori e le attività culturali in difficoltà. Basterà? Questo non lo sappiamo.

Oltre ai necessari e sacrosanti risarcimenti, da questa crisi può nascere un’opportunità di rilancio per il settore solo se si ha l’audacia di osare di più con un grande investimento pubblico. Una possibilità c’è e ha un nome ben preciso: Next Generation EU, il piano predisposto dall’Unione Europea per sostenere la ripresa degli Stati membri. Basterebbe dedicare una parte di questi fondi al mondo culturale per risolvere i suoi atavici problemi e dargli nuova linfa.

Per cogliere l’importanza del settore culturale italiano e stimarne il valore aggiunto, e quindi giustificare un intervento massiccio di sostegno nel piano di rilancio post crisi, è forse utile ampliare gli orizzonti e considerare il settore culturale insieme a quello creativo, come spesso accade nel dibattito europeo. Se adottiamo questa prospettiva riusciamo a guardare oltre alle tradizionali arti visive, gli spettacoli dal vivo e il patrimonio artistico culturale, oggi al centro del dibattito, ma includiamo anche l’intera industria culturale ad alta densità di contenuti creativi (editoria, musica, cinema, radio‐televisione, videogiochi) e l’industria creativa (architettura, design, inclusi l’artigianato, la moda e, in prospettiva, il food design, e comunicazione). Così facendo, ci accorgiamo subito che il settore culturale e creativo, in Italia, riveste un ruolo centrale. Numeri alla mano, con 1 milione di occupati e 48 miliardi di euro di fatturato, l’industria culturale e creativa italiana rappresenta il terzo datore di lavoro ed un patrimonio di eccellenza per il nostro Paese e per l’Europa, con un valore aggiunto pari a circa il 5.4% del PIL italiano. Insieme al settore del turismo, come ricordato sopra, il settore culturale e creativo è stato tra i più colpiti dalla crisi attuale, che ha messo a nudo le fragilità di un settore composto per gran parte da micro imprese, organizzazioni no profit e creativi professionisti che spesso operano a margini della sostenibilità finanziaria.

Sia nel caso del settore del turismo che in quello delle industrie culturali e creative, la crisi del Covid ha messo in luce l’inadeguatezza dei programmi di sostegno pubblico che mal si adattano ai modelli imprenditoriali e occupazionali di questi settori. Le misure di sostegno all’occupazione e al reddito non sono sempre accessibili o adattate alle nuove forme di occupazione atipiche (freelance, intermittenti, ibride-ad esempio, combinando il lavoro part-time retribuito con il lavoro freelance) che tendono ad essere più precarie e sono più comuni nei settori in questione.

In Italia il 46% degli occupati nel settore culturale e creativo è costituito da lavoratori autonomi, mentre la restante parte è rappresentata da lavoratori precari che spesso sfuggono alle forme di sostegno pubblico, come la crisi Covid ha evidenziato. Anche le misure di finanziamento delle PMI potrebbero essere meglio adattate alle imprese basate su attività immateriali. Analogamente, i sostegni all’innovazione – che si rivolgono in gran parte alle innovazioni tecnologiche – potrebbero essere adattati ad altre forme di innovazione più comuni nei settori del turismo e culturali e creativi, come ad esempio le innovazioni di formati e contenuti, anche attraverso l’uso misto di media diversi, e riconoscere che il settore genera innovazione attraverso competenze creative, nuovi modi di lavorare, nuovi modelli imprenditoriali e nuove forme di coproduzione.

Senza un intervento pubblico mirato, il rischio è che, al di là degli impatti immediati sull’occupazione e sui ricavi, la crisi attuale e le misure di distanziamento sociale avranno probabilmente effetti di a lungo periodo sul settore culturale e creativo italiano.

La combinazione di investimenti e shock della domanda, nonché la prevista riduzione dei finanziamenti pubblici e privati, può causare la scomparsa o una significativa riduzione dell’attività di imprese altrimenti redditizie e di valore che sostengono il settore. Il risultato sarebbe la perdita di competenze di quei professionisti della creatività che dovrebbero abbandonare le loro attività creative e cercare altri lavori per guadagnarsi da vivere. L’impoverimento e il ridimensionamento dei settori culturali e creativi avrebbe un impatto negativo sulle città e sulle regioni, non solo in termini di impatto economico e sociale diretto ma anche in termini di benessere e vitalità delle città e delle comunità di diversità culturale.

L’Italia purtroppo parte da un livello piuttosto basso di spesa pubblica per “intrattenimento, cultura e religione”. Il totale della supporto pubblico sul totale degli investimenti nel settore culturale e creativo si aggira intorno al 20% (dati 2017), ben al di sotto di Belgio (95%), Germania (90%) e Spagna (circa 80%). Di fronte ad una diminuzione degli investimenti privati nel prossimo anno, è fondamentale che la risposta pubblica sia all’altezza. Per questo Next Generation EU può diventare un’opportunità fondamentale che non deve essere sprecata.

La nostra raccomandazione è che le risorse del Recovery and Resilience Fund possano essere utilizzate per i seguenti obiettivi:

  1. Supporto alle piccole imprese per investimenti volti a cogliere le opportunità legate ai processi di digitalizzazione;
  2. Ampliamento delle strategie e degli strumenti di innovazione per tenere meglio conto delle specificità delle imprese nel settore culturale e creativo.;
  3. Facilitazione dell’accesso delle piccole e medie imprese e dei lavoratori autonomi del settore culturale e creativo a nuovi strumenti di finanziamento;
  4. Investimento nella formazione permanente dei lavoratori del settore culturale e creativo attraverso la creazioni di “conti di formazione personale” sul modello francese.

Chiaramente il rilancio del settore culturale e creativo non può prescindere da un adeguato ripensamento delle protezioni sociali. L’attuale crisi ha messo in luce le fragilità dei lavoratori di questo settore. Occorrerà pertanto accompagnare agli investimenti una riforma organica dei sistemi di sicurezza sociale che garantisca effettiva accessibilità a tutti lavoratori, come peraltro raccomandato recentemente dalla Commissione Europea. Ce la faremo?

Francesco Corti e Michele Castelnovo

Immagine in copertina: assomusica.org

 


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Redazione
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