Perché Edipo ci riguarda tutti

Conosciamo tutti la storia di Edipo. Figlio di Laio, re di Tebe, e sua moglie, Giocasta, Edipo viene esposto sul monte Citerone perché Apollo, sotto forma di oracolo, avrebbe predetto un destino funesto per il padre e la madre: il bimbo, se fosse vissuto, avrebbe ucciso Laio e amato Giocasta. Ma sul Citerone Edipo è salvato da un pastore, è portato a Corinto, e lì cresce come figlio dei regnanti della città. Presto, abbandona Corinto (ha sognato qualcosa di turpe), e muove verso Delfi, dove consulta l’oracolo. Rimettendosi in viaggio uccide per un alterco un uomo, vecchio, in pompa magna, probabilmente un re, che di lì passava, e con lui uccide tutte le sue guardie – eccetto una, che scappa. Questo all’incrocio di tre strade. L’uomo è suo padre, Laio, ma lui, Edipo, non lo sa. Giunto a Tebe per caso, sconfigge la Sfinge con la sua astuzia, rimette la città all’ordine (imperversava la peste, a Tebe, e la sfinge ne era la causa maledetta), sposa la regnante, Giocasta, e diventa re. Finisce male. La peste torna far morti a Tebe; Creonte, fratello di Giocasta, consulta l’Oracolo, e gli viene detto che il male mortifero cesserà solo quando l’uccisore di Laio avrà lasciato Tebe. L’assassino è Edipo. Edipo, ora conscio della sua identità, ora conscio di esser l’omicida del padre e l’amante della madre, si toglie la vista con gli spilloni cavati dalla veste di Giocasta, anche lei morta – suicida – resasi conto di chi fosse suo figlio.

Edipo  

Edipo e la libertà

Su Edipo hanno scritto tutti, da Aristotele ai teorici della letteratura del Novecento. La questione cruciale all’interno della vicenda è palese: in che misura, l’uomo, è libero? In che misura, invece, agisce sotto il giogo di un destino che non vede, e che neanche gli dei vedono? Nel mezzo di un’altra tragedia di Sofocle, l’Edipo a Colono, nella quale vediamo Edipo, ormai cieco, andarsene ramingo per l’Ellade in cerca di una terra dove essere sepolto, Edipo rivolge queste parole allo zio\cognato Creonte:

Nozze, omicidi, miserie, dal tuo labbro a me scagliasti, ch’io senza mio voler pativo, o misero: ché tanto ai Numi piacque, irati forse contro la stirpe mia, dagli evi antichi. Ché, se tu guardi me, non troverai traccia di fallo alcuna, ond’io dovessi contro me, contro i miei tanto peccare. Spiegami, dunque: se un divino oracolo giunse a mio padre, che morir dovrebbe per man del figlio suo, con che giustizia la colpa attribuir vorresti a me, che né dal padre ancor, né dalla madre i germi accolti non avea dell’essere, concepito non ero? E se poi, nato com’io nacqui, infelice, a lotta venni con mio padre, e l’uccisi, in tutto ignaro di che scempio compiessi, e contro chi, a un atto involontario, apporre biasimo giustamente potresti?

Edipo

Edipo e la tragedia

Come poteva, lui, sapere ciò che stava facendo? Come può, Edipo, esser giudicato colpevole se gli rimaneva oscura l’antica profezia che già tracciava le sue sorti? Non poteva, certo, né sapere ciò che stava facendo, né evitare di uccidere il padre. Era già scritto. Eppure, noi abbiamo come l’impressione che Edipo avrebbe comunque potuto non fare ciò che ha fatto, ed insieme la certezza che invece no, le cose non sarebbero potute andare in modo diverso. Questo meccanismo, per cui due opposti rimangono inconciliabili e la nostra ragione non ci consente di tenerli uniti, ha un nome: si chiama tragico. I Greci, Nietzsche lo sapeva, ne erano i maestri.

Edipo e la colpa

Edipo è un’amplificazione di quanto, tutti i giorni, accade a noi esseri mortali. Ci troviamo sempre, sempre, sempre, chiamati a rispondere di azioni che sembrano provenire da noi, ma che, allo stesso tempo, sappiamo avremo potuto non compiere. Guardando al passato, ogni passo pare determinato; guardando al futuro, pare l’incontrario. Di qui il paradosso: dove sta la nostra libertà? E dove stava la libertà di Edipo? Il filosofo tedesco Schelling sosteneva che non esiste libertà senza necessità, e che il vero valore di ogni nostra azione sta nell’affermare ciò che la nega. Noi, cioè, ci rendiamo liberi quando dimettiamo la pretesa di esserlo. E questo in parte ci dice ancora Edipo: che per vivere bisogna, anche, imparare ad essere ciechi di fronte a ciò che noi stessi siamo. Bisogna, come diceva Nietzsche, saper dimenticare – e la nostra condanna sta proprio nel non essere in grado di farlo.

Edipo

Edipo e noi

Il destino tragico di Edipo, che uccise il padre e giacque con la madre, non è dunque solo il sintomo della sua sventura, ma anche della sua elezione. Edipo arriva a Colono da uomo sacro, prescelto dagli dei, trasfigurato in punto di morte. Ha saputo rendersi cieco di fronte a se stesso. Ha saputo negare ciò che, a sua volta, negava la sua libertà, togliendosi la vista. La sofferenza, lungi dall’essere una colpa immeritata, è per Edipo simbolo di sacertà, e la sua esistenza, per quanto piena di dolori, esce dalla vicenda in qualche modo redenta. Perché se Edipo ha saputo soffrire e sopportare le sue sofferenze, certo, accecandosi pur di non guardarsi più in faccia, ma, nonostante ciò, continuare a vivere – se Edipo ha saputo far ciò, allora ognuno di noi può farlo. Proprio per questo Edipo ci riguarda tutti.

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