Ping-Pong Diplomacy: quando lo sport viene incontro alla politica

In questo preciso periodo storico la relazione fra una parte del mondo asiatico (Cina e Corea del Nord) e gli Stati Uniti di Donald Trump appare piuttosto complessa. Tra gli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del ‘900, per motivi differenti, la situazione non era molto diversa. Ci volle un incontro, molto casuale, per riallacciare definitivamente i rapporti.

Sport nazionale

La relazione fra la Cina e il ping-pong rappresenta un legame quasi indissolubile. È difficile trovare un paese che si identifica maggiormente in uno sport come la nazione cinese con il tennis-tavolo. Nemmeno il Brasile con il calcio, negli anni, ha rappresenta un legame così solido. Il ping-pong è diventato sport olimpico nel 1988 a Seul, in Corea del Sud: da quella data fino ai giorni nostri, ben 28 medaglie d’oro delle 32 disponibili sono state vinte dalla Cina. Noi europei (diciamolo francamente: abbiamo una conoscenza molto vaga di questo sport, perlomeno a livello professionistico) non abbiamo idea di chi siano oggi, e chi siano stati in passato, gli atleti migliori della storia del ping-pong. Un nome però, quasi certamente, è restato impresso nella mente non soltanto degli appassionati. Si tratta del grandissimo Zhuang Zedong, vincitore di tre titoli mondiali consecutivi (’61, ’63, ’65). La sua storia è conosciuta però per qualcosa che esula dal ristretto ambito sportivo, infatti il suo nome è legato ad alcuni episodi trascorsi all’inizio degli anni ’70. Questa serie di episodi, oggi, vengono racchiusi in unico evento, identificato con il termine inglese Ping Pong Diplomacy, la diplomazia del ping pong.

Ping-Pong

Monopolizzare uno sport.
www.china.org.cn

Comunicazione impossibile

Siamo nel 1971 e da ventidue anni, precisamente dal 1949, il Partito Comunista Cinese di Mao Zedong detiene il potere. In questo ventennio nessun cittadino statunitense, esclusa una delegazione di undici persone affiliate alle black panther, ha mai potuto mettere piede all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Durante la guerra fredda, ovviamente, non esiste nessuna relazione diplomatica fra i due governi, quello cinese (sempre guidato da Mao) e quello a stelle e strisce. Eppure in quei giorni di aprile del 1971 la squadra statunitense di ping-pong, la quale si trovava in Giappone per disputare la 31esima edizione dei mondiali, riceve un invito ufficiale dalla Cina per visitare il paese. Nessun presidente americano, né nessun altra figura diplomatica e politica è mai stato in Cina negli ultimi anni; ciononostante, adesso, ci sono le condizioni per far sì che sbarchi una delegazione di atleti e giornalisti statunitensi. Come si è arrivati a questa svolta? Le spiegazioni, nel corso degli anni, sono state molteplici. Si disse che, in piena rivoluzione culturale maoista, qualcuno (probabilmente il premier Zou Enlai) suggerì a Mao che la Cina avrebbe dovuto aprirsi maggiormente al mondo, sfruttando l’onda dei grandi avvenimenti sportivi. Certamente le ipotesi sono molteplici e tutte nascondono un certo grado di verità. Nessuno nega, ai giorni nostri, che un ruolo fondamentale per giustificare quel viaggio in Cina lo recitarono due atleti: il già citato Zhuang Zedong e l’americano Glenn Gowan.

Ping-Pong

L’incontro

In una giornata durante i mondiali giapponesi, Glenn Gowan, atleta mediocre e caratterialmente estroverso, restò ad allenarsi in palestra più a lungo del dovuto e perse il bus della nazionale che lo avrebbe dovuto riportare in albergo. Non sapendo realmente come agire, decise di aspettare qualche minuto, in attesa che qualcuno, prima o poi, si fosse accorto della sua presenza. Un atleta cinese, resosi conto della situazione, non esitò ad invitare Gowan sul pullman. Il viaggio durò solamente un quarto d’ora e, nei primi dieci minuti, non successe nulla, a causa anche della imponente barriera ideologica (e non soltanto linguistica) che apparentemente isolava l’atleta statunitense dagli altri sportivi seduti sui sedili. Zhuan Zedong, a un certo punto, si alzò, si andò a sedere proprio a fianco di Glenn e gli regalò un tipico souvenir della regione di Hangzou, ovvero un ritratto, su seta, dei monti Huangshan. Gowan rimase sbalordito e cercò in qualche modo di ricambiare il regalo: cercò nella sua borsa da atleta e non trovò nulla di eclatante, ma solamente un pettine. Zedong accettò il regalo del collega americano e soprattutto la promessa che, a breve, Glenn avrebbe ricambiato con qualcosa di meglio rispetto a un semplice pettine. Qualche giorno dopo, infatti, Gowan comprò a Zedong una maglietta con la bandiera della pace e la scritta Let it be, canzone incisa dai Beatles solamente l’anno prima. Nel frattempo decine di giornalisti immortalarono i due atleti intenti a chiacchierare ripetutamente. Nel clima politico di quegli anni, non era semplice trovare un cinese e uno statunitense disposti a parlarsi in maniera amichevole.

Ping-Pong

L’inusuale scambio di doni.
www.pri.org

«È portato per la politica»

La foto e i seguenti articoli sull’avvenimento arrivarono anche ai piani alti del governo cinese, in particolare nella stanza di Mao Zedong, il quale in quei giorni aveva detto no alla speranza della delegazione statunitense di visitare la Cina. L’incontro fra Zedong e Gowan, e il fatto che divenne un’immagine planetaria, convinse Mao a cambiare drasticamente la sua posizione: non soltanto invitò formalmente la nazionale di tennis-tavolo a stelle strisce ma, oltretutto, disse di Zhuang Zedong che «Non soltanto gioca bene a ping-pong, ma è bravo in affari esteri, è portato per la politica». Il 10 aprile del 1971, terminati i mondiali nipponici, la delegazione statunitense arrivò in Cina e trascorse una settimana fra partite dimostrative, visite guidate ed eventi mondani.

Quest’episodio, rinominato per l’appunto Ping-Pong Diplomacy, fu fondamentale perché aprì le porte del territorio cinese a una visita che, da un punto di vista diplomatico e politico fu certamente più importante. Infatti meno di un anno dopo, nel febbraio del 1972, Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, compì la sua storica visita in Cina, riallacciando i rapporti fra le due nazioni. Un ruolo primario, nel periodo intercorso fra i due avvenimenti, lo recitò Henry Kissinger, all’epoca consigliere speciale per la sicurezza nazionale di Nixon, il quale si recò in gran segreto in Cina e mise le basi per l’incontro fra Mao e il presidente americano. Probabilmente entrambe le visite (quella segreta di Kissenger e quella ufficiale di Nixon) non si sarebbero verificate se non ci fosse stato quell‘inusuale scambio di regali fra Zhuang Zhedong e Glenn Gowan.

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L’incontro fra Mao e Nixon.
www.ilpost.it

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