Ritrovarsi tre anni dopo: il progetto UNLOCK THE CITY!

Un progetto che ha attraversato quattro città europee per interrogare il rapporto tra arte, comunità e spazio urbano. Quando il teatro esce dai palcoscenici e diventa uno strumento per immaginare nuovi modi di abitare la città.
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Ormai tempo fa, il 19 gennaio 2026, il progetto triennale UNLOCK THE CITY! è giunto alla sua conclusione con un evento di restituzione di tutto il lavoro fatto.

Il progetto ha coinvolto quattro città europee, ha visto realizzarsi 12 performance e ad esso hanno partecipato 10mila persone.

Cultura, teatro e comunità

Dopo i dovuti saluti istituzionali dell’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, Lanfranco Li Cauli pone l’attenzione sul luogo in cui sta avvenendo l’evento conclusivo: il Piccolo Teatro Studio Melato. Il direttore generale ricorda infatti il motto fondativo del Piccolo per cui il teatro deve essere un nucleo di valori artistici e civili. Lo stesso Giorgio Strehler credeva fortemente in una Europa della cultura fatta per tutti, basata su atteggiamenti umani di tolleranza e bontà. Claudio Longhi, direttore artistico, prosegue il discorso sul tema chiedendosi cosa voglia dire essere teatro d’Europa. Forse essere europei, spiega Longhi, è sapere quali sono le nostre origini, sapere chi è Edipo, insomma avere una koinè culturale.

L’idea di un progetto come UNLOCK THE CITY! è quella di aprire un dialogo con le realtà accademiche del territorio, in modo da poter rendere attraverso l’arte un vero e proprio servizio alla comunità. La progettualità è nata del resto durante e dopo la pandemia, in un momento quindi in cui la necessità di comunità si è fatta più profonda che mai.

Per approfondire:

Internazionalità e cittadinanza europea

Donatella Sciuto, Rettrice del Politecnico di Milano, insiste sulla natura cosmopolita del progetto e sulla finalità che esso ha di internazionalizzare la persona. Siamo cittadini europei per nascita, non per definizione. Il secondo obiettivo della collaborazione tra Politecnico e Piccolo Teatro è stato quello di raggiungere le periferie, in modo che il teatro possa davvero essere visto come specchio in cui la comunità si osserva.

Alla fine delle presentazioni iniziali, iniziano le tre conversazioni previste per la mattinata. La prima è sul tema «Città, teatro, paesaggio» e vede protagonisti Francesc Casadesùs (vicedirettore del Teatre Lliure), Gabriele Pasqui (professore ordinario di politiche e pianificazione urbana del Politecnico di Milano) e Pascal Gielen (scrittore, sociologo culturale ed esperto locale per Anversa).

Bucolica
Foto di Masiar Pasquali

Per Casadesùs, UNLOCK THE CITY! ha messo il teatro nel mondo di oggi e ha chiesto: «Cosa succede nelle nostre città?». Proprio perché in grado di porre domande, il teatro è un luogo in cui c’è la possibilità di comprendere l’altro.

Gabriele Pasqui si è espresso primariamente sulla parte paesaggio della conversazione: «unlock» vuol dire anche pensare qualcosa di decisivo che cambi la prospettiva. Il paesaggio secondo Pasqui è un’invenzione continua che deve coinvolgere gruppi, creare relazioni.

Pascal Gielen ha parlato infine di città e di come i sensi la ridefiniscono. Chi abita la città e la descrive cambia l’aspetto di essa in base alla sua esperienza. La sua volontà è quella di immaginare di nuovo la città dopo il COVID per rappresentare quel gruppo di persone ancora chiuse in piccoli spazi, senza rappresentanze. L’obiettivo generale è quello di cambiare il punto di vista.

Gli artisti e i progetti

La seconda conversazione, dal titolo «Panorama città: prospettive d’artista», ha visto confrontarsi le artiste e gli artisti coinvolti nel progetto: Bart Van Nuffelen e Thomas Verstraeten (Belgio), Irina Moscu e Bogdan Zamfir (Romania), Alexandra Laudo e Anna Puigjaner (Spagna), Davide Carnevali e Sotterraneo (Italia).

Il lavoro di Nuffelen ruotava intorno a una strada: si è preso il tempo con la sua compagnia per studiarla, per intervistare le persone del quartiere in modo da far sì che piccole storie miserabili potessero diventare epiche, vitali.

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Sempre arrivato dal Belgio è Thomas Verstraeten che ha lavorato su un quartiere a partire dal campetto di calcio. Da lì ha poi creato una performance orchestrale in cui ogni membro coinvolto ha suonato il suo «strumento»: semafori, martelli pneumatici, palloni da calcio etc. Trovare la sinfonia del caos cittadino è ciò che fa dire a Verstraeten: «hope is to be found».

Con Here. Melancholia Irina Moscu si chiede cosa accada a una città nel momento in cui la sua popolazione scompare. Lo spazio pubblico ha iniziato a perdere il suo significato; tale significato secondo Moscu vive negli oggetti della città, nella sua matericità. La sua ricerca è stata una archeologia emotiva nelle macerie e nei luoghi stessi della città dove ha lavorato. I luoghi fisici sono parte stessa della comunità, la quale può e deve essere reimmaginata.

Incontrarsi: costruire comunità

Bogdan Zamfir ha lavorato sulla parte comunitaria del progetto in Romania chiedendosi cosa fosse comunità, che cosa la crea. Ha dialogato con ragazzi adolescenti che per tutta risposta hanno apertamente dichiarato il loro odio per il loro paese; da lì allora Zamfir ha lavorato su questo odio comune per creare un racconto collettivo.

Alexandra Laudo e Anna Puigjaner hanno lavorato in Spagna sul tema della città natale. Con la nostra città infatti noi abbiamo una relazione presente, non andiamo a conoscerne il passato. Il loro obiettivo era quindi stimolare un’attività di cittadinanza vera, spingere la comunità a conoscere e a vivere la propria città in ottica non consumistica, in uno spazio di resistenza al consumo.

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Davide Carnevali a Porto di Mare ha cercato un dialogo con la natura del luogo per capire come si possa creare insieme qualcosa. Per lui il teatro è diventato un dispositivo di immaginazione per figurarsi le possibilità che il quartiere può avere pur essendo un’edizione limitata, come ogni spazio in fondo è.

Sotterraneo ha invece lavorato nel quartiere Corvetto e ha creato un libro artistico pieno di esercizi da completare lungo l’esplorazione dello spazio urbano. In questo modo, se la performance è stata effimera, il libro permette di riviverla e soprattutto di «sfogliare» Corvetto e conoscerlo nei suoi dettagli senza abitarci.

Davide Carnevali, Limited Edition
Foto di Masiar Pasquali

Conclusioni

L’ultimo blocco, «Leggere il paesaggio. Ricerca, formazione e apprendimento sul campo», è stato un dialogo tra Serge von Arx (Direttore Østfold University College & Norwegian Theater Academy), Sodja Zupanc-Lotker (doc.MgA Ph.D, insegnante e drammaturga, The Academy of Performing Arts di Praga), Antonio Longo (urbanista e architetto, professore presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano).

Delle parole di von Arx ci preme sottolineare l’idea per cui teatro e architettura non potrebbero esistere senza le persone al loro interno. Il teatro e la città hanno bisogno di comunità e di persone; per questo lui ritiene che l’IA generativa stia smantellando tutto ciò per cui viviamo: la presenza immanente.

Chiude la mattinata Antonio Longo riportando le virtù del progetto UNLOCK THE CITY!: esso non solo ha promosso la ricerca tecnologica legata all’ambito umanistico per creare delle performance, ma l’ha anche fatto in un’ottica di apertura di nuove possibilità di visione dello spazio urbano.

Come spesso ci capita di dire: questo lavoro non è solo una reazione post-pandemica, ma è l’inizio di un nuovo modo di vivere lo spazio urbano artisticamente, con la finalità di cambiare dinamiche cittadine e comunitarie ormai stantie e corrose.

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Marialuce Giardini

Diplomata al liceo classico, decide che la sua strada sarà fare teatro, in qualsiasi forma e modo le sarà possibile.
Segue corsi di regia e laboratori di recitazione tra Milano e Monza.
Si è laureata in Scienze dei Beni Culturali nel 2021

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