Quentin Tarantino e il meta-cinema

Uno stile ben definito e a tratti ridondante, la capacità di mescolare generi e stili, il citazionismo sfrenato ai limiti del plagio unito ad un dominio totale delle possibilità e specificità del linguaggio cinematografico, fanno di Quentin Tarantino il regista più influente nel panorama del cinema mondiale contemporaneo.

Nato a Knoxville nel 1963, si appassionò al cinema da bambino coltivando inizialmente il sogno di diventare un attore. Nel 1981 entrò a far parte della Theatre Company di James Best poi, per sbarcare il lunario, si impiegò presso un videonoleggio vicino Los Angeles. Lì conobbe Roger Avary, con il quale nacque quel sodalizio artistico e quell’amicizia che dura fino a oggi. Nel 1986, quando ancora lavorava presso il videonoleggio, Tarantino decise di girare il suo primo film da regista. Tutti i dipendenti del videonoleggio entrarono a far parte del cast e della troupe. Il film, autofinanziato con l’aiuto di tutti i partecipanti, avrebbe dovuto intitolarsi My friend’s best birthday, ma il progetto naufragò dopo qualche anno a causa della parziale distruzione della pellicola girata. Il film è oggi visibile su You Tube. Per il regista americano di origini italiane il successo giunse grazie alle sue doti di sceneggiatore. Una vita al massimo, scritta insieme a Roger Avary, venne infatti venduta per cinquantamila dollari nel 1988; successivamente Tony Scott ne trarrà il suo film. Negli anni subito seguenti Tarantino scrisse le sceneggiature di Assassini Nati (portata sul grande schermo da Oliver Stone nel 1994) e di Dal tramonto all’alba (poi diretto nel 1995 dal fraterno amico Robert Rodriguez). Il successo ottenuto dalle sue sceneggiature rese Tarantino molto noto tra i registi e i produttori di Hollywood. Uno di questi, Lawrence Bender, assieme al regista Monte Hellmann, lo incoraggiò e lo aiutò a trovare i fondi per firmare la sua prima regia importante: Le Iene (1992). Il film, accolto calorosamente al Sundance Festival così come a quelli di Montréal e Toronto, mostra per la prima volta i tratti caratterizzanti lo stile di Tarantino, quel vero e proprio marchio di fabbrica che verrà impresso alle opere successive, tra le quali l’insuperato capolavoro Pulp Fiction (1994).

Considerato il corrispettivo cinematografico della letteratura postmoderna e dell’Avantpop, il cinema di Quentin Tarantino costituisce per certi versi un punto d’arrivo nel percorso della storia del cinema, un’arte che, sullo scorcio del Novecento, da “giovane” diviene “matura” e che, più che ripiegarsi, inizia a riflettere su se stessa, sui suoi meccanismi narrativi e tecnici, sulla sua storia e su quella del costume in generale, citando e autocitandosi.

Tarantino, da una parte, tende a scardinare la ferrea logica del racconto (l’intreccio di storie diverse in Pulp Fiction), dall’altra, sottolinea ed esaspera l’andamento narrativo ( la divisione in capitoli in Le Iene, Pulp Fiction, Kill Bill, ecc…). Egli gioca con i meccanismi della narrazione cinematografica piegandoli alla sue necessità di autore, sempre alla ricerca di un’estetica folgorante fatta di toni pop, ossessioni personali (su tutti il suo noto feticismo dei piedi), violenza iperrealistica, situazioni e movimenti di macchina ricorrenti. Tra le soluzioni registiche più frequentemente adottate da Tarantino vi sono il Mexican stand-off (detto anche “triello”, quando tre personaggi si tengono sotto tiro l’un l’altro), il God’s eye pov (inquadratura dall’alto), il 360° shot (movimento circolare della macchina da presa), il Trunk shot (inquadratura dall’interno del bagagliaio della macchina).

Sono, però, forse due gli elementi più ricordati (e talvolta osannati) dello stile tarantiniano: l’ironia e le citazioni. I dialoghi paradossali, che puntellano l’andamento narrativo di tutti i film di Tarantino,  sono in parte ispirati alla verve ironica e grottesca delle opere di Elmore Leonard, scrittore molto amato dal regista. Per quel che riguarda le citazioni invece, la tendenza a riproporre stilemi, personaggi e battute di film di altri autori, si spiega solo alla luce della passione smodata di Tarantino per il cinema. Egli, da vero e proprio “cinemaniaco”, non esita ad attingere a piene mani dal repertorio “alto” come da quello “basso”, da Godard come da Lucio Fulci. Il suo film più citazionista è di certo Kill Bill (2003-2004), vera e propria summa delle ossessioni cinefile del regista. Il Nostro cita Sergio Leone, i fratelli Shaw, Fernando Di Leo, George A. Romero e accosta con sapienza filologica e con un pizzico di follia i generi più disparati, dallo spaghetti-western ai chambara movies, dai kung-fu films agli splatter, dalle serie tv ai revenge movies.

Il regista di Knoxville non si limita a citare i generi cinematografici più disparati, bensì egli concepisce questi ultimi come modelli narrativi ed estetici cristallizzati dalla tradizione pronti ad essere reinterpretati e mescolati tra loro, usati e riattraversati. Tarantino riprende l’atmosfera tagliente e spoglia del noir classico stemperandola con l’ironia; ne Le Iene, riscopre il genere della blaxploitation e i suoi idoli (su tutti Pam Grier) in Jackie Brown (1997), oppure affronta generi come il war movie all’italiana nel sorprendente e intelligentissimo Bastardi senza gloria (2009) o ancora il western in Django Unchained (2012).

Tarantino usa la sua manìa cinefila per scandagliare a fondo il repertorio del cinema mondiale, e da questo enorme archivio di storie e immagini trae modelli e materiali con i quali creare il suo personalissimo universo di cellulosa, ironico ed efferato, citazionista ed ultrapop.

 

 

 

Film della settimana:
Pulp fiction

Quattro storie di vita criminale che si intrecciano: 1) due rapinatori (Tim Roth e Amanda Plummer) sono in procinto di svuotare la cassa di un locale  2) due killers, Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson), al soldo del boss Marsellus Wallace (Ving Rhames), recuperano una preziosa valigetta, ripuliscono dal sangue la loro auto grazie all’aiuto del Sig. Wolf (Harvey Keitel) e poi vanno a fare colazione proprio nel locale dove i due rapinatori stanno facendo il colpo  3) Vincent deve portare a ballare Mia (Uma Thurman), la pupa di Marsellus. Un incidente con la droga renderà la loro serata davvero movimentata.  4) Butch (Bruce Willis), un pugile a fine carriera, uccide sul ring il suo avversario invece di andare al tappeto in un incontro truccato. Cerca quindi di fuggire da Marsellus ma finirà insieme a lui nelle mani di due sadici: riusciranno a liberarsi?

Il termine “Pulp Fiction” si riferisce ad un genere di riviste a basso prezzo, molto popolari negli anni 40’ e 50’ in USA, la cui carta era realizzata dalla polpa dell’albero (da cui “pulp”) e quindi di qualità scadente. Queste riviste erano piene di storie e immagini violente e talora oscene, esibivano spesso in copertina scene raccapriccianti o donnine seminude. Pulp Fiction significa dunque narrazione “sporca, brutta e cattiva”, esibizione compiaciuta di iperviolenza fumettistica ed estetizzante, racconto frammentato e sempre sopra le righe. Tutto questo materiale viene elevato da Tarantino per dare forma ad un film sfacciato, ma assolutamente perfetto in tutte le sue parti che costituisce ad oggi un punto di riferimento imprescindibile per comprendere certi aspetti del cinema contemporaneo.

In questo «perfetto gioco di incastri» (Mereghetti) la scrittura di Tarantino finisce per esaltare le prove d’attore, dal talento mattatoriale di Samuel L. Jackson all’allora esordiente Uma Thuman e ad un ritrovato John Travolta. Memorabile la scena del ballo tra i due, sulle note di “You never can tell” di Chuck Berry. Forse il personaggio che stuzzica di più la fantasia dello spettatore e che si imprime meglio nella sua memoria è quello di Mr. Wolf, signore efficientissimo e brillante che “risolve problemi”.

E’ diventato inoltre oggetto di discussione sul Web tra i fan e oggetto di riflessione in sede critica il valore simbolico o narrativo che avrebbe la valigetta che Vincent e Jules vanno a recuperare. Nel film, nulla viene spiegato riguardo a questa valigetta. Ciò che viene mostrato è l’espressione stupita ed estatica che assume chi si trova a guardare al suo interno. La combinazione per aprirla è 666, il “numero della Bestia”. Tra le diverse ipotesi quella avanzata da Susan Fraiman secondo la quale la valigetta conterrebbe «un universale interiorità maschile», o quella secondo cui vi sarebbe custodita l’essenza stessa della violenza. Alcuni critici, invece, vedono nella valigetta dal contenuto luminoso soltanto una citazione da Un bacio e una pistola (1955) e da I predatori dell’arca perduta (1981). Secondo quanto dichiarato da Tarantino si tratterebbe semplicemente di un MacGuffin, ovvero un espediente narrativo usato anche da Hitchcock: un oggetto che riveste un’importanza cruciale per i personaggi del film ma che, non avendo un reale significato per lo spettatore, ha il solo scopo di spingerlo a porsi degli interrogativi.

Ottima la fotografia di Andrzej Sekula, tutta tesa a valorizzare la saturazione delle tinte pop della scenografia; bella e divertente la colonna sonora (scelta accuratamente da Tarantino stesso) tra rock’n roll, blues e rock classico anni 70’, che fa da perfetto contraltare a quel mix scoppiettante di violenza e ironia che caratterizza il film.

Palma d’oro a Cannes nel 1994 e Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

 

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