Rozzano e le bufale natalizie

Presidio all'Istituto Garofani di Rozzano con Matteo Salvini e Mariastella Gelmini

Fonte: Tumblr

Per diversi giorni le prime pagine dei giornali e i principali esponenti della politica italiana hanno focalizzato l’attenzione sull’istituto comprensivo Garofani di Rozzano, Comune della città metropolitana di Milano, il cui Dirigente Scolastico Marco Parma si sarebbe reso colpevole di aver cancellato il Natale.

È andata realmente così? Davvero, come nella migliore rivisitazione del Grinch, una delle tradizioni più sacre e vissute dal popolo italiano è stata eliminata dal calendario scolastico dell’istituto Garofani, oppure ci troviamo di fronte all’ennesima distorsione e all’ennesimo ingigantimento mediatico dei fatti? Per rispondere a questa domanda è opportuno ripercorrere rapidamente gli eventi.

Il caso scoppia il 27 novembre scorso: il quotidiano “Il Giorno” pubblica un articolo in cui si dice che Marco Parma, preside dell’istituto comprensivo di Rozzano, avrebbe cancellato la celebrazione natalizia, rimandando il tradizionale concerto al 21 gennaio successivo e ribattezzando la festa di Natale “Festa d’Inverno”, e ordinato di rimuovere i crocifissi da tutte le aule. Come prevedibile, tutti i principali media nazionali e molti esponenti politici colgono la notizia al balzo e la cavalcano, ognuno secondo la propria sensibilità politica e i propri obiettivi di propaganda: il Sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, sulla sua pagina Facebook, definisce la decisione di Parma «miope, presa da chi ancora confonde l’inclusione con il quieto vivere»; il leader del Carroccio Matteo Salvini, al solito molto efficiente nello sfruttare gli episodi di cronaca, afferma – con il consueto equilibrio da aspirante statista – che a Rozzano è stato fatto un «favore ai terroristi» e che l’Italia «fa ridere anche l’Isis»; addirittura il Presidente del Consiglio Matteo Renzi interviene nella vicenda, dicendo che «il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni. Se pensava di favorire integrazioni e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso». Davanti alla scuola, durante il pomeriggio, si raccolgono in un corteo vari esponenti della destra italiana, portandosi al seguito una folla di integralisti impauriti dall’attacco alla “tradizione”.

Salvini a Rozzano

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Al termine della convulsa giornata, il preside Parma pubblica sul sito dell’istituto scolastico una nota in cui rassegna le dimissioni e ricostruisce la vicenda, affermando che «Non esistono iniziative “cancellate” o “rinviate”. L’unico diniego che ho opposto riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell’intervallo mensa per insegnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna». La lettera non sortisce l’effetto sperato, di sdrammatizzare la vicenda ed affermare un basilare principio di laicità dello Stato (“a scuola non si fa catechismo”): la vicenda è ormai la notizia principale su tutti gli organi mediatici, e sui social network ci si divide tra tradizionalisti e laicisti a suon di “stati” e condivisioni.

Da questione marginale di cronaca locale, l’affaire Rozzano diventa in poche ore il principale argomento di discussione pubblica, e lo sarà per tutto il finesettimana successivo.

Giovedì 3 Dicembre, infine, arriva il responso dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia. A raccontarlo è lo stesso Marco Parma: «Gli ispettori hanno verificato che ciò che era stato deciso all’interno della scuola sui festeggiamenti natalizi era stato preso in accordo con tutte le componenti della comunità scolastica  –  spiega il dirigente  –  ho cercato di spiegarlo anche nei giorni scorsi: non ci sono state imposizioni, abbiamo deciso insieme e non abbiamo cancellato nulla. Le ispezioni si sono chiuse e dall’ufficio scolastico Regionale è arrivata una telefonata: non hanno trovato irregolarità per le quali accogliere la mia disponibilità a lasciare la Garofani. Rimettono a me la scelta di rimanere o meno alla guida della scuola».

Insomma: nessun concerto natalizio cancellato (regolarmente programmato per il 17 dicembre), nessun crocifisso rimosso dalle aule. Un caso mediatico costruito sul nulla, a partire da una notizia (quella de “Il Giorno”) piena di inesattezze e basata su fatti inesistenti. L’ennesima creazione mediatica del “caso” da dare in pasto ai lettori, cui (anche stavolta) la classe politica ha dato il proprio contributo: da Matteo Salvini a Ignazio La Russa a Maria Stella Gelmini, gran parte della destra più tradizionalista non ha esitato un secondo a fare un po’ di sano ed efficace sciacallaggio propagandistico.

Dall’affaire Rozzano non esce un’immagine dell’Italia e del suo sistema politico-mediatico particolarmente positiva e in salute: nessun fact-checking, utilizzo strumentale della notizia, ingigantimento di un piccolo evento di cronaca locale per aumentare il numero di visualizzazioni sui socialCon una grande vittima: la verità dei fatti, l’unica cosa veramente importante.

Un lato positivo in questa vicenda, fortunatamente, c’è: il fatto che abbia contribuito a sollevare un (pur sommesso, quasi sotterraneo) dibattito pubblico sulla laicità delle istituzioni e le sue forme. Tralasciando infatti la destra integralista e tradizionalista, per cui lo Stato italiano è uno Stato cattolico e pertanto non sono da mettere in dubbio né la presenza dei simboli cristiani né tanto meno la promozione attiva del cattolicesimo nelle scuole, in quella parte di società che è aggiornata al presente – alla multietnicità, al multiculturalismo, in poche parole alla diversità che coesiste e che cerca di coesistere pacificamente – si sta finalmente discutendo pubblicamente su quale sia il ruolo dello Stato in relazione al fenomeno religioso. Si contrappongono nel dibattito due forme di laicità: una “forte”, che prevede l’assoluta neutralità ideologico-religiosa dello Stato (attenzione: non uno Stato ateo, come la Francia giacobina, bensì una realtà di cose in cui la religione è un fatto privato di cui non si occupano le istituzioni, che al massimo hanno il compito di proteggere la libertà di culto da chi vorrebbe impedirla); una “debole”, che prevede il ruolo attivo dello Stato nella promozione del fenomeno religioso e del pluralismo confessionale. Si tratta di una questione in cui è difficile dare numeri precisi: tuttavia è realistico affermare che la maggioranza degli italiani, da sempre molto attenta alla propria tradizione religiosa, non si sognerebbe neppure lontanamente di avere una laicità “forte”, ma – se proprio non deve essere riconosciuto il cattolicesimo come religione ufficiale dello Stato e come parte integrante delle dimensione pubblica – allora è sicuramente preferibile che lo Stato si preoccupi di promuovere attivamente il pluralismo religioso, diffondendo i valori del cristianesimo senza limitarsi alla religione cattolica. In questa direzione sembra puntare il Governo: il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha infatti pubblicato una lettera aperta in cui afferma l’importanza cruciale della scuola nella promozione del pluralismo religioso e dell’incontro tra culture differenti.

Non solo Pasqua e Natale nelle nostre scuole dunque, ma anche l’approfondimento culturale e la celebrazione di festività appartenenti ad altri credi religiosi. Un’intenzione che suona benissimo, date l’arretratezza dell’italiano medio di fronte al fenomeno della diversità e il fondamentalismo cristiano ancora troppo diffuso nella nostra società, tra teorie gender che cercano di penetrare nelle nostre menti e musulmani che si teme cerchino di conquistarci. Se questa intenzione si realizzasse, e quindi nelle scuole venissero riconosciute e celebrate usanze delle più diverse culture – magari, ci piace davvero pensarlo, con un cerchio di bambini sorridenti mano nella mano – per l’Italia sarebbe un salto di civiltà notevole ed insperato.

La grande domanda è: abbiamo un classe dirigente in grado di promuovere la diversità, e un “Paese reale” pronto ad accoglierla? Dalla capacità, tanto della classe politica quanto della società civile, di aprirsi all’altro ed accettare il diverso, dipende tanto del futuro nostro e dei nostri figli.

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