Sanremo non ha addomesticato nessuno stile, nemmeno quello degli Zen Circus

L’anno scorso abbiamo parlato di un sorprendente Stato Sociale sbarcato all’Ariston, tra lo stupore generale, in occasione di Sanremo 2018. Anche quest’anno lo stesso palco è stato solcato da note che qualche anno fa avremmo definito inusuali per il Festival della canzone italiana, ma non per questo ora risultano fuori posto.

Le proposte di questo Sanremo 2019 sono varie e comprendono nomi inaspettati per molti: abbiamo Zen Circus, Motta, Rancore, Achille Lauro. Veramente, quanto Appino cantava Andate tutti affanculo qualcuno si aspettava che prima o poi si sarebbe dovuto confrontare con questo pubblico, quello che l’anno scorso in tanti hanno chiamato il «paese reale»? Ad occhio e croce no, ma non vuol dire che dove sia ora sia il posto sbagliato.

Oggi, all’indomani della prima serata, Rolling Stone titola in modo sicuro «La grande farsa del rap e del rock a Sanremo» sostenendo un’evidente forzatura – smorzatura, anzi – degli Zen Circus verso una «tammuriata» digeribile dal potente stomaco nazionalpopolare sanremese.

La spiegazione di questa teoria, in realtà, è abbastanza sbrigativa e per nulla esaustiva: de L’amore è una dittatura si cita nell’articolo solo il suo ritmo crescente e una scenografia un po’ popolare che – a loro dire – scimmiotterebbe la simpatica vecchina che l’anno scorso ballava con i regaz, sostenendo che la band di Appino sul palco dell’Artiston abbia deciso di ridurre la propria carica rivoluzionaria. 

Nessuno, certo, si aspettava che gli Zen sarebbero andati a Sanremo cantando una copia di Ilenia, ma che senso avrebbe avuto, poi? Come ogni cosa, anche la musica ha un contesto in cui si sviluppa e uno in cui si diffonde. Sembrano assurdi i dubbi riguardo L’amore è una dittatura: il contesto di sviluppo non può che essere quello della band, gli Zen si sarebbero riconosciuti – dal testo alla musica – anche se a performarla su quel palco non ci fossero stati loro in prima persona; quello di diffusione, certo, non è quello a cui siamo abituati – niente centri sociali o circoli ARCI, ma signori incravattati e ben in posa -, ma quindi? Ha senso per l’ennesima volta, nel 2019, decidere i confini della musica e dei suoi luoghi?

Gli Zen con la canzone presentata al Festival della canzone italiana hanno saputo sfruttare un contesto nuovo sviluppando delle sonorità ben risaltate dall’orchestra, ma senza lasciare a casa la loro grinta. E non sarà la retorica del sempre-contro di certi opinionisti a farci credere il contrario.

 

 

 

Camilla Volpe

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Camilla Volpe
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