Scandalo al cinema: quando il sesso
faceva scattare gli interventi della censura

Estasi, regia di Gustav Machaty, 1933

Estasi, regia di Gustav Machaty, 1933

Hedy Kiesler fa il bagno al fiume, vaga per i boschi e ha un corpo statuario. Niente di strano, se non fosse che la donna è nuda, integralmente. Siamo nel 1934 e una scena così esplicita non si è mai vista sullo schermo, tanto più in un film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Lussurioso a partire dal titolo, Estasi del cecoslovacco Gustav Machatý regala alla kermesse il primo scandalo della sua storia, suscita la riprovazione del vescovo della città lagunare e il disappunto del Duce che, dopo averlo visionato personalmente, ne impone la proibizione. Come tollerare, del resto, l’esplicita messa in scena di un corpo di donna così lontana dall’angelo del focolare tanto caro al Mussolini-pensiero?

Le avventure di Giacomo Casanova, regia di Steno, 1954

Le avventure di Giacomo Casanova, regia di Steno, 1954

Una pellicola come Estasi, dal casto erotismo cerebrale, appare oggi innocente e a tratti datata nella sua rappresentazione della seduzione clandestina, dei baci appassionati, del sesso passionale. Eppure il corpo nudo, i centimetri di pelle esposta e i dialoghi “scabrosi” un tempo furono oggetto di dispute, accuse pesanti e assurdi, quanto arbitrari, interventi censori. Siamo abituati a pensare al revisore come una sorta di “mani di forbice” di burtoniana memoria che, in maniera perentoria, esegue gli ordini dei superiori tagliando e cucendo scene proibite e suscettibili di offendere la pubblica morale. Celebre fu l’accanimento di Oscar Luigi Scalfaro contro Le avventura di Giacomo Casanova di Steno, giudicato osceno e poi ritirato per subire il solito macello di tagli e aggiustamenti; seni al vento, rapporti sessuali intravisti dal buco della serratura, donne che si concedono con incredibile facilità: troppo per un Paese cattolico che mal tollera le minacce al pudore, al buon costume e alla morale della famiglia.

Bella di giorno, regia di Luis Bunuel, 1967

Bella di giorno, regia di Luis Bunuel, 1967

Nel caso di registi come Ingmar Bergman e Jean-Luc Godard gli interventi furono persino più subdoli e invasivi, arrivando a cambiare battute e dialoghi giudicati eccessivamente arditi. Ne I quattrocento colpi di François Truffaut, il pestifero Antoine Doinel ruba da un cinema una foto di Harriet Andersson semi vestita in Monica e il desiderio; chissà cosa avrà pensato lo spettatore italiano, cui la pellicola arrivò con 25 metri di tagli. Per non parlare di Sorrisi di una notte d’estate, dove una domestica disponibile viene apostrofata con «una cameriera resta sempre una cameriera» al posto dell’originale «una sgualdrina resta sempre una sgualdrina» e «una goccia di seme di una pozione d’amore» si trasforma magicamente in un misterioso «sangue» che, almeno, non ha il potere di ingravidare. Nemmeno Il settimo sigillo sarà immune da interventi scellerati, specialmente nelle purghe subite dalla canzone medievale intonata dallo scudiero che passerà da «Tra le gambe di una troia/è la vita una gran gioia» a «È stanco il cavaliere/è stanco lo scudiero». Sul versante francese, il maestro della Nouvelle Vague Godard vedrà tagliuzzato il suo delizioso Fino all’ultimo respiro, le cui battute castissime saranno stravolte in maniera imbarazzante. Qualche esempio? «Dovremmo andare a letto insieme» diventa «Le proporrò di diventare mia moglie», «Le svedesi sono formidabili, me ne lavoravo tre al giorno» si trasforma in «Le svedesi sono pazze per gli uomini» e «Avanti, spogliati» dà vita al trionfo del nonsense «Avanti, la camicetta».

Baci Rubati, regia di Francois Truffaut, 1968

Baci Rubati, regia di Francois Truffaut, 1968

Ma si sa, se Atene piange, Sparta non ride; ecco allora che il nemico-amico di Godard, François Truffaut incapperà in problemi di non poco conto per via del delicato Jules e Jim. Il soggetto stesso del film, incentrato sull’amore che due amici provano per la stessa ragazza, viene considerato «un’offesa al buon costume, inteso soprattutto sotto il profilo dell’ordine pubblico e della morale familiare» e dunque non adatto a circolare nelle sale. Più tardi toccherà a Baci rubati, censurato per le scene «accentuatamente erotiche» che vedono l’Antoine Doinel cresciuto alle prese con l’amore per prostitute, fidanzate e donne-ossessione.

La dolce vita, regia di Federico Fellini, 1960

La dolce vita, regia di Federico Fellini, 1960

Lo spagnolo Luis Buñuel invece amava scandalizzare il pubblico, per cui c’è da pensare che gli interventi della censura abbiano potuto addirittura fargli piacere. Con Viridiana susciterà lo sdegno dell’Osservatore Romano procurandosi persino una condanna in contumacia per vilipendio alla religione di Stato; troppo provocatori i simboli della passione riferiti alle perversioni sessuali vanamente represse, decisamente scandalosa la relazione tra la giovane novizia protagonista e il ricco zio. E a raffreddare gli animi non contribuì di certo Bella di giorno, primo film dell’algida Catherine Deneuve che da borghese insoddisfatta si trasforma in prostituta frigida e masochista. Il film arriva in Italia con trenta metri di pellicola tagliata, l’allegerimento della scena della fustigazione di Severine e la totale soppressione del fuoricampo del duca necrofilo che si masturba senza pudore.

Blow Up, regia di Michelangelo Antonioni, 1966

Blow Up, regia di Michelangelo Antonioni, 1966

Per quanto riguarda gli affari di casa, quei panni che il Richelieu della censura Giulio Andreotti avrebbe voluto «si lavassero in famiglia» portarono maestri come Federico Fellini e Michelangelo Antonioni a finire sotto la falce per oltraggio al pudore. Se ne La dolce vita la vista di Marcello Mastroianni che “cavalca” una ragazza ubriaca carponi fece scalpore, ne L’avventura «le varie scene e sequenze a sfondo erotico» resero il film per quaranta anni inaccessibile ai minorenni. Per non parlare di Blow Up, capolavoro della Swinging London degli anni ’60; i festini a base di marijuana e il sesso vissuto liberamente risultarono elementi indigesti per la cinecensura, che arrivò persino a denunciare Vanessa Redgrave per le scene in cui appare senza camicetta.

Ultimo tango a Parigi, regia di Bernardo Bertolucci, 1972

Ultimo tango a Parigi, regia di Bernardo Bertolucci, 1972

Ma il caso più celebre di intervento censorio, che si spinse sino al rogo della pellicola, è e probabilmente resterà Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Le numerose scene di sesso del film suscitarono scandalo e chiamarono in causa il comune senso del pudore. Durante il primo incontro sessuale tra Marlon Brando e Maria Schneider ci sono otto secondi in cui la donna sembra avere un orgasmo e che, con un buon taglia e cuci, vennero eliminati dalla versione italiana. La famosa sequenza di sesso anale passata alla storia come «scena del burro» venne completamente soppressa oppure oscurata nelle versioni successive. Comunione e Liberazione, nella persona di Roberto Formigoni, gridò all’osceno ed invitò al boicottaggio e Bertolucci venne condannato a quattro mesi di detenzione fortunatamente mai scontati.

Oggi il film è considerato all’unanimità un capolavoro, e le scene ritenute inaccettabili hanno perso peso nella valutazione della critica. Eppure, contrariamente a ciò che si pensa, la censura non è morta. Sta solo riposando, per esercitarsi forse in forme più sottili. Basti pensare a ciò che è accaduto qualche settimana fa, in seguito alla decisione di mandare in onda in prima serata Basic Instinct di Paul Verhoeven; l’associazione di telespettatori cattolici Aiart è insorta contro Rete 4 colpevole di proporre alle 21:10 l’accavallata di gambe più sexy della storia. «È assurdo che una rete generalista lo proponga», ha commentato il presidente Luca Borgomeo, e del resto non gli si può dare torto; sia mai che Sharon Stone, oltre a turbare i sonni degli uomini di tutto il mondo (compreso Michael Douglas), risvegli gli istinti umani di irreprensibili padri di famiglia. Lì, ahinoi, non c’è alcuna censura che tenga.

Basic Instinct, regia di Paul Verhoeven, 1992

Basic Instinct, regia di Paul Verhoeven, 1992

 

 

 

 

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