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«Una scrittura femminile azzurro pallido»: la delicatezza di Franz Werfel

11 minuti di lettura

Scritto durante il 1941 a Buenos Aires – ma pubblicato solo nel 1955 –, Una scrittura femminile azzurro pallido è uno dei capolavori della letteratura mitteleuropea del Novecento. Il suo autore, Franz Werfel, raggiunge una maturità stilistica tale da lasciare il lettore affascinato di fronte alle vicissitudini tragicomiche dell’alto funzionario Leonida.

Franz Werfel regala un’opera apparentemente semplice, leggera, come la scrittura – azzurro pallido, appunto – che svetta sulla lettera giunta nel giorno del suo cinquantesimo compleanno. Una lettera qualunque – che di per sé ricorda l’incipit di Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig – che serve a far riaffiorare ricordi di un’età lontana. Nel proseguire nella lettura del romanzo emerge gradualmente la storia che avvolge quella scrittura femminile, così familiare che solo il ricordo scuote la coscienza del protagonista. Cosa potrà mai minare la giornata – se non la vita – agiata di un ricco funzionario? Sì, perché Leonida è uno degli uomini «che nella vita ha vinto», che appartiene «al gruppo dei primi cento».

Nel 1936 – anno in cui si svolge la vicenda de Una scrittura femminile azzurro pallido -, Vienna è ancora una città vivace dal punto di vista intellettuale nonostante veda l’inesorabile avanzata del nazismo. Eppure, una nuova guerra non è per niente temuta e i politici e funzionari austriaci si limitano a non contrastare con le proprie scelte l’ideologia dominante in Germania. L’antisemitismo è largamente diffuso e i suoi sintomi sono ben radicati anche in Austria. In quanto ebreo, Franz Werfel è testimone e vittima di questa politica scellerata che lo spinge ad emigrare. Ed è proprio questo elemento autobiografico – ma al contempo universale, in quanto coinvolge migliaia di persone – a ispirare il mittente della lettera: Vera Wormser, ebrea e docente di filosofia.

Franz Werfel, autore de Una scrittura femminile azzurro pallido
Franz Warfel – fonte: commons.wikimedia.org

A cinquant’anni Leonida ha fatto una carriera unica: figlio di un povero insegnante di ginnasio, riesce con perseveranza e tenacia – e anche per un’innata bravura nel valzer – a fare la sua scalata sociale. Grazie al suo fascino e portamento riesce a conquistare – senza stratagemmi – la mano dell’ambitissima milionaria Amelie Paradini. Leonida non è un semplice parvenu, ma un uomo consapevole dei suoi mezzi che ostenta un’umiltà tale da poter essere confusa per snobismo. Certo, il protagonista di Werfel non ispira una simpatia immediata, in quanto più di una volta – soprattutto sul finale – emerge una sicurezza più simile ad arroganza; eppure, è innegabile come non si possa nascondere un senso di stima per i successi conseguiti. Infatti, l’esistenza di Leonida è stata contraddistinta da una serie di limitazioni e più di una volta è dovuto sottostare alla benevolenza dei suoi superiori. Costretto a fare ripetizioni a ragazzi svogliati per mantenersi gli studi, comincia a fare il precettore. In questo modo conosce Vera, figlia di un rinomato medico e sorella del suo allievo. Leonida si innamora di questa ragazza di qualche anno più giovane e cerca di ammaliarla – seppur goffamente – con la sua cultura. In tutta la sua giovinezza, Vera, non si lascerà mai sedurre da Leonida che continua a rimanere il giovane sbadato e incapace. Vera, ragazza sveglia e consapevole delle proprie capacità, in quegli anni osserva lo spasimante con i suoi profondi occhi azzurri, come a richiamare la sua scrittura che impallidisce con l’avanzare degli anni.

Una scrittura femminile azzurro pallido
Photo by Jacek Dylag on Unsplash

Perciò, Leonida è un povero studioso che, tuttavia, coglie la sua prima fortuna in una disgrazia: il suo amico e vicino di stanza – anch’egli ebreo – si suicida, come ad aver colto le disgrazie degli anni che verranno. Questo amico lascia in eredità a Leonida un frac. Un frac che gli apre le porte della società mondana e che gli permette di muovere i suoi primi passi – prima timidi e poi sempre più decisi – nel mondo dei balli e della rigogliosa alta società mitteleuropea. La sua personalità e dedizione gli meritano, nel giro di qualche anno, i più grandi successi. Stimato e particolarmente attento al suo aspetto esteriore, Leonida diviene una delle persone più influenti di Vienna. Un ritratto, quello di Franz Werfel, capace di immortalare i tratti del self-made man assorto – fino ad esserne totalmente assorbito – in pensieri borghesi, senza la volontà necessaria per imporsi moralmente e politicamente. La sua bellezza ancora giovanile – di per sé invidiata dai coetanei e ammirata dalle donne – stride con la sua età ed ecco come il suo ritratto sembra raffigurare il decadimento spirituale di una Vienna, ancora sfarzosa, ma in prenda all’imminente conflitto mondiale. E Leonida ha una prova di questo conflitto nel suo microcosmo con una veemenza tale da scuotere le sue ore successive. Infatti, Vera non è solo la fanciulla che gli ricorda la sgradevole adolescenza e la bassa estrazione sociale, ma è anche l’amante di una fugace, ma intensa relazione extraconiugale.

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Infatti, Leonida come novello sposo si trova a fare un viaggio in Germania per lavoro, per la prima volta separato dalla moglie. Però, il destino vuole che dove alloggi, risieda anche Vera. Il ricordo di lei e il suo successo servono per creare un’alchimia che li porta ad amarsi appassionatamente per un breve periodo. Prima di separarsi, Leonida giura che torneranno insieme. Tuttavia, egli forse ha troppo da perdere e ben presto si dimentica di Vera. Tutto questo avviene diciotto anni prima. In realtà, dopo tre anni da questo ultimo incontro Leonida riceve da Vera – sempre nella sua scrittura azzurro pallido – un’altra lettera che, però, decide di buttare senza aprirla. Pensa che è meglio non rivangare quei momenti e vivere la propria vita.

Già nella prima parte de Una scrittura femminile azzurro pallido si scopre il contenuto della lettera recapitata nel giorno del suo cinquantesimo compleanno che di per sé è formata da poche righe molto formali. Il contenuto è solo un escamotage per tratteggiare questo affresco di un’Europa estranea e lontana dai fasti dell’Impero austro-ungarico. Nonostante persistano in un proprio individualismo, i personaggi sono totalmente trascinati dagli eventi e dalle convenzioni sociali. Lo stesso Leonida quando si rende conto della propria pochezza e del proprio arrivismo, si convince che in realtà è un grande uomo che nulla ha da rimproverarsi. La sua ipocrisia emerge anche nel lungo dialogo con la moglie Amelie che riecheggia le confessioni dei coniugi di Doppio sogno di Arthur Schnitzler. Solo con Vera – figura che compare e scompare, proprio come un ricordo –, Leonida riesce ad essere onesto e rende partecipe la vecchia amante delle sue sofferenze. Tuttavia, egli è ormai incapace di approcciarsi in modo onesto con lei, tanto è consumato dal suo ruolo istituzionale e dalla posizione in società. Solo nel dormiveglia in una noiosa serata all’Opera, Leonida si renderà conto di quello che è accaduto quel giorno: si è presentata a lui un’offerta unica che non è stato capace di cogliere.

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Altro protagonista indiscreto di questo capolavoro è il clima viennese che segue gli andamenti e le vicissitudini di Leonida. All’inizio la giornata autunnale sembra più una mattina d’aprile che gradualmente cede posto al caldo, per poi virare in grosse nubi minacciose – con tanto di pioggia torrenziale – per sfociare infine in una sera di novembre. Quando Leonida si decide ad andare a incontrare Vera ecco come «le foglie dei platani, che improvvisamente avevano perso colore, si erano gonfiate corporalmente e schioccavano ad ogni passo in modo tale che si sarebbe potuto pensare che una pioggia di rospi si fosse rovesciata dal cielo sulla terra». Immagine che di per sé echeggia una delle piaghe bibliche, proiettando così Vienna in uno scenario metaforicamente apocalittico.

In Una scrittura femminile azzurro pallido, Franz Werfel riesce con la propria infinita delicatezza a restituirci il ricordo indelebile di un uomo del suo tempo, portatore di vizi e pregi di quella società che l’ha cresciuto e che ora è sull’orlo del baratro.

Immagine di copertina: Photo by Arno Senoner on Unsplash

 


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Lorenzo Gafforini

Classe 1996. Nel 2020 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due racconti.

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