Il mese di settembre si configura come una soglia sottile: mentre l’estate si dissolve e l’autunno inizia a farsi spazio, in questo punto di passaggio si addensa una gamma sfumata e complessa di percezioni, fatta di memorie recenti e presagi imminenti. La natura si trasforma, velandosi di toni che preludono al decadimento e insieme ne celebrano l’eleganza; nella coscienza, questa metamorfosi si traduce in un pensiero che rallenta, si fa più sottile, chiamato a misurarsi con il senso del transito e della trasformazione. È proprio questo scarto poetico René Magritte e Paul Chabas hanno incarnato nelle loro opere: entrambe le tele restituiscono settembre come momento sospeso, sebbene con chiavi espressive opposte. La prima, infatti, attraverso l’enigma visivo del surrealismo, la seconda mediante un’intimità sensuale velata dalla luce dell’alba.
Magritte e il volto segreto del visibile
Dipinto nel 1956, Sedici settembre rappresenta uno degli esempi più efficaci del metodo visivo di Magritte. L’opera mostra un paesaggio notturno estremamente sobrio: un albero spoglio in primo piano, su uno sfondo indistinto e appena suggerito, e una luna crescente. Il dettaglio perturbante è proprio quest’ultima: non si trova sullo sfondo, come sarebbe logico attendersi, ma appare sospesa davanti al tronco dell’albero, in una collocazione impossibile. L’occhio cerca invano di ricondurre l’immagine a una logica prospettica familiare, ma il dipinto sfugge a ogni tentativo di spiegazione razionale.
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Il titolo, Sedici settembre, fu suggerito dal poeta surrealista Louis Scutenaire, amico e collaboratore di Magritte. E come spesso accade nel lessico del surrealismo, il titolo non ha valore esplicativo, ma contribuisce all’effetto di disorientamento: la data appare precisa, ma priva di contesto. Essa può evocare ricorrenze personali, stagioni, ma resta inafferrabile, come la luna che si sottrae alla coerenza spaziale.
L’effetto finale è quello di uno scarto percettivo che apre lo sguardo su un altro livello della realtà. Magritte non mira a dipingere sogni, ma a straniare il reale: la sua pittura è uno strumento per incrinare le certezze del visibile. “Vedere” significa interrogare, e Sedici settembre invita lo spettatore a sospendere la fiducia nell’evidenza delle cose. La luna – simbolo del tempo, del femminile, dell’inconscio – diventa qui segno puro, slegato dal proprio habitat naturale.
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Settembre, così, non è stagione ma metafora della percezione stessa: come il mese che segna una trasformazione, anche il dipinto cattura un momento in cui la visione subisce uno slittamento, un’alterazione, obbligandoci a una lettura altra del mondo.
Chabas e la vulnerabile bellezza di fine estate
Di ben altra natura, ma non meno significativa, è Mattinata settembrina (1911–1912) del pittore francese Paul Émile Chabas. L’opera raffigura una giovane donna nuda immersa fino alle ginocchia nelle acque di un lago all’alba, probabilmente sullo sfondo dei monti dell’Alta Savoia, nei pressi del Lago di Annecy. La figura, colta in un gesto di lieve ritrosia, è investita dalla luce fredda e pura del primo mattino. Il titolo stesso, Matinée de septembre, colloca temporalmente la scena e la carica di implicazioni atmosferiche ed emotive: l’acqua è fredda, l’aria sottile, l’istante fugace.
All’epoca della sua esposizione al Salon di Parigi nel 1912, l’opera venne apprezzata per la raffinatezza pittorica, ricevendo una medaglia d’onore. Tuttavia, la sua vera notorietà esplose poco dopo negli Stati Uniti, dove fu al centro di un caso di censura. A New York, Anthony Comstock, paladino della moralità pubblica, tentò invano di farlo ritirare per “indecenza”. La polemica ebbe un effetto opposto: milioni di riproduzioni dell’opera furono distribuite, rendendola un’icona popolare e, per molti versi, una delle immagini più riconoscibili del primo Novecento.
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Ma ridurre Mattinata settembrina a uno scandalo estetico significherebbe trascurarne la complessità simbolica. La giovane ritratta da Chabas è tutt’altro che provocante: la sua nudità, lungi dall’essere ostentata, appare vulnerabile, timida, quasi sacra. L’immagine vibra di un erotismo sottile, in cui il corpo è trasparente alla luce, immerso in un’atmosfera rarefatta che ne mitiga la fisicità. L’artista coglie l’equilibrio precario tra adolescenza e maturità, tra estate e autunno, tra innocenza e consapevolezza.
Settembre, in quest’opera, è la soglia di un passaggio fragile: è la fine di qualcosa che non può più tornare, ma anche l’inizio di una nuova condizione. La figura immersa nell’acqua diventa allegoria del tempo che si riflette sul corpo umano, e del risveglio sensibile della coscienza. Chabas consegna allo spettatore una visione lirica e intima di questo momento liminale, sospeso tra luce e freddo, pudore e esposizione, silenzio e narrazione.
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