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A spasso con Moravia fra bugie, verità, fake news

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8 minuti di lettura

Il regista Lorenzo Loris da diversi anni riscopre grandi autori italiani (Testori, Gadda, Calvino), in dialogo con le problematiche contemporanee. L’angelo dell’informazione di Alberto Moravia (fino al 4 febbraio 2018 al Teatro Out Off di Milano) esplora il potere esplosivo della verità, nel privato e nel mondo delle informazioni, un testo caustico e provocatorio, che ci porta a riflettere sul tema scottante delle fake news.

Triangolo amoroso

Presentata per la prima volta nel 1985 a Spoleto, la pièce di Moravia scandalizzò i benpensanti per i crudi riferimenti della protagonista alla propria vita sessuale, descritta fin negli intimi dettagli. Ma il sesso viene sfruttato dall’autore come grimaldello per scardinare sistemi e istituzioni e portare una critica più generale alla società, perché il privato è specchio della macro-comunità.

In una scena minimal, in cui cassoni girevoli diventano scrivanie, divani o letti, regia e recitazione hanno stemperato certe scabrosità in una leggerezza giocosa, con risultati comici e godibili. Dirce (una convincente Silvia Valsesia) è la dominatrice, caricatura di certe femministe che rivendicavano la libertà e liberazione del corpo. Sicura del proprio fascino, vive accanto al marito (Antonio Gargiulo), un occhialuto e nevrotico giornalista, e si trastulla con l’amante macho e virile, pilota di rotte transatlantiche (Daniele Gaggianesi, impegnato anche alla chitarra e al clarinetto). I tratti sono quelli macchiettistici di un tipico triangolo amoroso borghese, in cui la vivace vita sessuale, grazie a una rete ben costruita di menzogne, garantisce soddisfazione e solidità.

© Agneza Dorkin

Fino a quando Dirce non decide di dire ai suoi uomini tutta la verità, cioè perfino i dettagli intimi dei rapporti sessuali con l’altro. Gioco seduttivo per indurre gelosia, o piuttosto “esperimento sociologico”? L’amante, geloso del marito, grida che non vuole più sapere nulla: preferisce il pudore della menzogna, perché lui crede alla verità detta dal corpo. Il marito intellettualoide invece si macera in un parossistico masochismo e vuole sapere tutto: solo così, dice, gli sarà possibile accedere alla verità del cuore. Gli effetti sono divertenti: il marito obbliga la moglie alla narrazione dettagliata e lei procede con naturalezza, mentre l’altro suda, misura la conta dei baci per verificare se dietro il contatto ci siano in agguato i sentimenti, e più si pasce della sua tortura, più diventa diffidente. E infatti Dirce lo rimprovera: «Mi credevi quando mentivo e adesso che dico la verità non mi credi più». Il marito ha la mente sempre più annebbiata, e anche la parola “amore” si svuota di ogni significato.

Verità e informazioni

C’è però un secondo livello nella pièce di Moravia, che costituisce il fulcro della sua riflessione. Il marito è infatti giornalista. Chiede alla moglie di presentarsi da lui ogni mattina in lungo camicione bianco e con un giglio, perché questa immagine pre-raffaellita diventi la sua Musa ispiratrice per la scrittura della giornata, o meglio, un Angelo che annuncia e presiede al compito dell’informazione. Il giornale lo incarica di scrivere un pezzo sulla misteriosa caduta di un Jumbo nel mar del Giappone, e mentre la sua vita personale va in frantumi sotto i colpi della verità, egli si impegna a fare chiarezza su quell’evento lontanissimo.

E anche il suo mestiere diventa argomento del contendere coniugale. Che cosa fa un giornalista? Non deve sempre dire la verità? E allora perché egli teme proprio di sentirsi dire la verità dalla moglie? Il marito però spiega che il compito del giornalista è dare ai suoi lettori soltanto delle informazioni esatte. Infatti due sono i modi per nascondere la verità: non dare alcuna informazione (come accade nei regimi attraverso la censura), oppure darne troppe, come accade nella società moderna. Esempio lampante, l’assassinio di JFK: disponiamo di una massa enorme di informazioni, eppure non sappiamo la verità. E così pure per quanto riguarda il Jumbo scomparso: le notizie di agenzia continuano ad affluire, in un balletto di smentite, una verità scaccia la precedente, e la verità-vera resterà sepolta sotto coltri di informazioni. Chi potrà mai dire l’orrore di precipitare da ottomila metri su un oceano buio e piatto come una lastra di marmo?

Ma le rivelazioni della moglie sconvolgono il suo schema di pensiero, perché secondo Dirce la sincerità che spazza menzogne e auto-illusioni sarà una medicina per il loro matrimonio. E il marito-giornalista si troverà invischiato in una reazione tutta umana: la cronaca dettagliata dell’adulterio è per lui un vicolo cieco, da cui uscirà però esausto e sconfitto, senza conoscere la verità (mia moglie ama me o l’altro?).

© Agneza Dorkin

Il finale della pièce, figlia degli anni ’80, è assai cinico: forse l’unica verità è che il mondo può essere distrutto in pochi istanti dal lampo nucleare. E allora non ci sarà il tempo per la notizia-verità né per la Parola-verità che salvi.

Il messaggio all’oggi

Il testo di Moravia è molto interessante se riletto alla luce dell’oggi. Con il moltiplicarsi delle reti social, immersi in una bulimia informativa, abbiamo accesso a notizie di ogni genere su quanto accade nel mondo: più informazioni non significa però più verità, che anzi si allontana e si sfrangia, nella proliferazione delle fake news. Nel nostro tempo di post-verità, in cui si dà più credito alle emozioni e agli slanci umorali che ai fatti, occorre impegnarsi per lottare contro la menzogna. Basteranno “pulsanti rossi” anti-fake news, come proposto dal ministro Minniti, oppure si innescheranno nuovi rischi? Moravia invita alla ricerca inesausta: continuate a farvi domande e a scavare nell’oceano di informazioni indifferenziate.

 

L’angelo dell’informazione
di Alberto Moravia
regia di Lorenzo Loris
con Antonio Gargiulo, Silvia Valsesia, Daniele Gaggianesi
fino al 4 febbraio 2018, Teatro Out Off, Milano

 

Gilda Tentorio

Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi.
Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.

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