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Ma bella più di tutte l’isola non trovata

Storia critica delle isole e dell'isolamento
dalla newsletter n. 17 - Maggio 2022 di Frammenti Rivista

10 minuti di lettura

Questa storia inizia tra le sperdute isole Andamane, nel Golfo del Bengala. Un avventuriero e missionario si avvicina alla tribù locale, quella dei Sentinelesi, e viene ucciso nel tentativo di convertirli al Cristianesimo. Una storia di martirio come migliaia di altre, che sa di Controriforma o di inizio Medioevo, ma che risale solo al 2018 e ha fatto esplodere un dibattito tra antropologi, politologi, geografi, giornalisti, sulla necessità di lasciare al loro isolamento, più o meno dorato a seconda dei punti di vista, le popolazioni che finora sono riuscite a sfuggire alla trappola coloniale.

Luoghi particolari le isole, fin dagli albori della nostra cultura. Secondo la tradizione classica, alla fine della Guerra di Troia la flotta achea si nascose dietro l’isolotto di Tenedo, una manciata di chilometri quadrati di terra brulla all’imbocco dello Stretto dei Dardanelli, lasciando ai troiani il celebre cavallo e l’illusione di aver vinto la guerra degli “infiniti lutti”. E ripartiti da lì Ulisse e tanti come lui si trovarono davanti un’avventura dopo l’altra, isola dopo isola. Non è una caratteristica esclusiva del mondo greco: in tutte le mitologie le isole sono collegate alla nascita delle divinità o a una loro prigionia: una dicotomia che riassume da sola tutta la storia del complicato rapporto degli umani con le isole che si sono trovati davanti alle loro coste o su cui sono nati, chiedendosi cosa ci fosse lì, cosa ci fosse oltre.

I monaci cristiani medievali amavano narrare di isole fantastiche che celavano scorci di Paradiso o (più frequentemente) visioni infernali o apocalittiche; uno su tutti San Brendano, abate irlandese che nella sua amatissima Navigatio sancti Brendani raccontò della serie di isole leggendarie e impregnate di mitologia che aveva raggiunto durante un presunto viaggio nell’Atlantico alla ricerca dell’Eden. Lo stesso Purgatorio dantesco, apparso nell’immaginario collettivo alla fine del XII secolo, era un’isola.

Le esplorazioni del Basso Medioevo iniziarono a soddisfare questo bisogno di “vedere oltre”, da un lato ricordando agli Europei che non erano soli al mondo, dall’altro condannando intere popolazioni alle tragedie del colonialismo su larga scala. L’esploratore Ferdinando Magellano morì nel 1521 tentando di convertire con la violenza una tribù nelle Filippine, il suo omologo James Cook fece la stessa fine nel 1779 mentre attirava sulla sua nave un capo hawaiano con una trappola.

E nella trappola cadiamo anche noi, ogni volta che trasformiamo un’isola in un simbolo, ma è inevitabile. Da sempre le civiltà abituano a distinguere il dentro dal fuori, l’incluso dall’escluso, a cercare confini che non esistono in nessuno degli ambiti della vita; le isole sono critiche perché mettono davvero l’umano davanti alla separazione netta. Forse si può parlare di una vera e propria diversità culturale dell…

Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne e un po' di pace. Specializzato in storia economica e sociale del Medioevo, ho fatto un po' di lavori diversi e temo di avere la vocazione per l'insegnamento. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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