Storie di Sport. The miracle on ice

Piena guerra fredda

Miracle on Ice è un’espressione molto in voga, specialmente negli Stati Uniti, utilizzata ripetutamente dopo l’inverno del 1980. Ma a cosa si riferisce, precisamente? Come mai è diventato uno slogan tanto celebre da comparire su francobolli, adesivi e gadget di ogni tipo? E da diventare, qualche anno più tardi, il titolo di un film?

Il 1980 fu un anno particolare, uno di quelli che oggi, a conti fatti, non può essere più ripetibile. Infatti, in un tempo nemmeno troppo lontano, le olimpiadi invernali ed estive venivano disputate nella stessa annata. All’inizio della decade degli ’80 (che culminerà, ricordiamo, con la caduta del muro di Berlino) sono pronte a svolgersi, a distanza di pochi mesi, i due eventi sportivi principali. Le località in cui si disputano i giochi olimpici riassumono perfettamente chi domina il mondo in quel periodo: Lake Placid, Stati Uniti e Mosca, Russia. Jimmy Carter, presidente americano, all’inizio dell’annata valuta la possibilità di boicottare le olimpiadi moscovite, a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Il clima non è esattamente quello della crisi missilistica cubana sotto la presidenza Kennedy, ma la guerra fredda è tutt’altro che finita. Proprio per questo, la temperatura che si respira alle olimpiadi di Lake Placid è particolarmente bollente, nonostante la neve, il ghiaccio, il freddo.

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Il dominio sovietico e i ragazzi americani

Nella cultura russa esiste uno sport di squadra che svetta prepotentemente su tutti gli altri. Si tratta, chiaramente, dell’hockey su ghiaccio. Non a caso Lev Yascin (unico portiere della storia ad aver vinto il pallone d’oro), da giovane, sembrava essere destinato a calcare i palazzetti hockeystici piuttosto che gli stadi calcistici; fortunatamente, il pallone ha prevalso su mazza e disco, diventando il calciatore sovietico più famoso di sempre. L’Unione Sovietica ha dominato l’hockey olimpico negli anni antecedenti a Lake Placid, e la parola dominio non va intesa in senso figurato: oro nel 1964, ’68, ’72, 76. Quattro vittorie consecutive sono uno straordinario biglietto da visita per le olimpiadi del 1980, soprattutto perché i sovietici dovranno andare a vincere proprio negli Stati Uniti, la tana del nemico. Una vittoria, chiaramente, sarebbe accolta in maniera differente. Lo stesso discorso, però, può valere anche a parti invertite: per il team a stelle e strisce sconfiggere i leggendari giocatori dell’URSS sarebbe una straordinaria vittoria sportiva (e non solo). C’è un particolare, però, che non bisogna dimenticare. I Giochi olimpici di quegli anni sono una manifestazione quasi esclusivamente dilettantesca. L’NHL, il massimo campionato statunitense (e mondiale) di hockey sul ghiaccio è una lega professionistica; ergo, la nazionale a stelle e strisce alle olimpiadi casalinghe di Lake Placid è composta esclusivamente da giocatori dilettanti e universitari. Non soltanto gli Stati Uniti sembrano essere esclusi dalla lotta per l’oro, ma anche la zona delle medaglie appare fuori portata. Servirebbe un miracolo.

Unione Sovietica 10, Stati Uniti 3. È il risultato di un’amichevole giocata poche settimane prima dell’inizio del torneo olimpico. Il cammino delle due nazionali comincia dal girone eliminatorio. La grande favorita spazza via qualsiasi avversario osi anche solamente mettere in dubbio il suo dominio: 16 goal al Giappone, 17 all’Olanda, mentre con la Polonia i sovietici non raggiungono la doppia cifra (“solamente” 8 gol). Un autentico spazzaneve transita sul torneo olimpico. Il giornalista americano Dave Anderson appunta sul New York Times: «A meno che il ghiaccio si sciolga, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta nelle ultime sette edizioni». Ma i padroni di casa, intanto, che risultati stanno ottenendo? Non male per una nazionale di dilettanti, che può solamente sognare i grandi palcoscenici e i dollari della NHL. Un solo pareggio e quattro vittorie, tra cui spicca un 7-3 contro l’ottima Cecoslavacchia, una di quelle nazionali candidata ad una medaglia. Unione Sovietica e Stati Uniti, senza grossi patemi, si qualificano al girone finale, quella con la posta in palio più ambita: l’oro olimpico.

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La squadra a stelle e strisce.
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The match

Nel torneo hockeistico non esistono semifinali e finali, ma le medaglie vengono assegnate alla fine di un girone all’italiana. Le altre protagoniste del girone, oltre alle duellanti di sempre, sono due scandinave, la Finlandia e la Svezia. Gli occhi del mondo però sono posti su una partita sola, la grande sfida sportiva, politica, mondiale fra USA e URSS. In pochi, all’interno del paese, si sarebbero aspettati che la nazionale sarebbe arrivata così avanti. A questo punto, perché non crederci? Il palazzetto di Lake Placid si riempie fino all’inverosimile, sventolano bandiere a stelle e strisciate, i presenti cantano a squarciagola l’inno nazionale e God bless America. I padroni di casa partono male e dopo pochi minuti sono in svantaggio di una rete; i ragazzi (in senso letterale) di coach Herb Brooks, forgiati dal temperamento ruvido dell’allenatore, non si danno per vinti e continuano a battagliare sul ghiaccio. La partita è ricca di colpi di scena: i sovietici sono più forti, ma non riescono a dimostrarlo, sbagliando numerosi gol apparentemente facili. A dieci minuti dalla fine, sul punteggio di 3-3, Mike Eruzione, il capitano statunitense di chiare origini italiane, si trova libero a pochi passi dalla porta avversaria. Mike carica la mazza e spedisce il disco oltre Myskhin, che non è il principe de L’Idiota ma è il portiere sovietico. Gol, 4-3 per i collegiali americani. I sovietici si buttano in avanti a capofitto cercando il pari, ma a pochi secondi dalla fine è ormai chiaro a tutti, gli spettatori nel palazzetto e i milioni di telespettatori incollati davanti alla televisione, che gli Stati Uniti hanno compiuto una delle loro imprese sportive (e non sono certamente poche) più importanti di sempre. Probabilmente quella che ha avuto l’eco di risonanza maggiore, ancor più del Dream Team di basket a Barcellona 1992. Al Michaels, commentatore della partita, entra direttamente nel mito, quando alla fine del match pronuncia «Do you believe in miracles? Yes

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I protagonisti della storia

Nella partita successiva gli Stati Uniti sconfiggono i finlandesi per 4-2, conquistando inaspettatamente la medaglia d’oro. I sovietici si accontenteranno dell’argento, ma negli otto anni successivi, a Sarajevo ’84 e Calgary ’88 torneranno a vincere il torneo olimpico. Per 24 anni l’URSS ha dominato l’hockey su ghiaccio olimpico, ma sul suo percorso peserà come un macigno la sconfitta a Lake Placid per mano di una banda di collegiali. Uno di questi, il capitano Mike Eruzione, diventerà presto una leggenda dello sport americano per aver portato la nazionale a scrivere una pagina di storia. Tenterà la carriera da professionista in NHL, ma si ritirerà presto (a soli 25 anni) non avendo più trovato stimoli dopo the miracle on ice. Jimmy Carter, alla fine, prese la decisione di boicottare i Giochi Olimpici estivi di Mosca; infatti nella kermesse estiva del 1980, al grande stadio Lenin, non sfilarono gli atleti a stelle e strisce. Il mondo, però, nonostante la decisione di Carter, stava cambiando sempre più velocemente. Nonostante l’inimicizia politica e la sconfitta a Lake Placid, dagli anni ’90 alcuni dei più grandi giocatori sovietici (russi, pardon) cominceranno a trasferirsi in NHL e a deliziare le platee americane grazie al loro straordinario e inarrivabile talento.

 

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