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«The lunatic is in my head»: talento musicale e caos

Genio e fragilità spesso si muovono insieme: da Syd Barrett a Nick Drake, da Jeff Buckley a Elliott Smith, la musica lo ha dimostrato. Forse meglio di altre arti.

14 minuti di lettura

Nel decimo libro della Repubblica, Platone narra la storia di Er, un valoroso soldato della Panfilia. Morto in battaglia, egli resuscita dopo dodici giorni, raccontando agli uomini le cose viste nell’aldilà. Tra queste, parla di come sia l’anima a scegliere il proprio destino, prima della nascita. Ad accompagnarla vi è il daimon: letteralmente, “distributore di destini”, passato poi a indicare un genio o uno spirito, esso è il grumo di creatività che risiede nell’uomo. Sia demone che possiede l’animo, sia angelo custode che lo guida e alimenta il suo genio, il daimon, per la filosofia platonica, muta la sua natura a seconda del rapporto che l’individuo riesce a stabilire con lui, che può enfatizzarlo, vivificarlo e coltivarlo, ma anche soffocarlo o distruggerlo.

Un flusso creativo assecondato

Diverse personalità del mondo dell’arte hanno cercato di intessere questo rapporto nei termini di una relazione positiva verso questa vocazione interna, per esaltare le proprie doti innate e così svilupparle. Basti pensare ai mille metodi rincorsi dagli scrittori per assecondare il flusso creativo che, incontrollato, si agitava in loro. Thomas Stearns Eliot, per non farlo sfuggire, era solito dipingersi la faccia di verde, perché lo “esaltava” e lo faceva sentire nelle vesti di un poeta, del creatore d’arte. Friedrich Schiller conservava delle mele marce nel cassetto: l’odore nauseabondo da loro emanato stimolava la sua creatività, come risvegliandola. Ernest Hemingway dava all’arrivo dell’ispirazione i toni di un incontro: si alzava ogni giorno tra il finire della notte e l’inizio dell’alba, secondo l’autore, la prima luce del mattino, sanciva l’unione con il suo daimon. Victor Hugo si spogliava dei suoi vestiti e stabiliva un legame tra la nudità del proprio corpo e quella della pagina bianca.

Nonostante il fascino e la simpatia che questi rituali possano suscitare, il rapporto con la propria creatività e la sensibilità che la sviluppa non è certo così immediato per un artista. Una volta riconosciuto e raggiunto il proprio daimon interiore inizia la vera fatica: stabilire un dialogo con esso e perpetuarlo a proprio favore, senza farsi ingannare o porlo sotto false spòglia. Ciò risulta spesso una sfida, che può condurre a esiti insperati.

Geni che vacillano tra follia e sregolatezza

Nell’universo della musica, come quella di taglio cantautoriale, questo intreccio tra vocazione, scrittura e melodia fonde dentro di sé Apollo e Dioniso, armonia e caos, e stabilisce la perfetta unione delle parti. Le controindicazioni però sono chiare: attenzione ai confini, possono essere sottili.

Molti sono gli artisti il cui rapporto con la propria emotività e il proprio talento li ha condotti alla disfatta, ad una caduta rapida e inesorabile. Frequentemente, questi profili pionieristici e dotati di forte sensibilità vengono descritti come dei geni che vacillano tra la follia e la sregolatezza, inseguendo il percorso della loro creatività, come un funambulo inesperto tenta di camminare sul cordone che affaccia in modo vertiginoso sul nulla. Figure viste come altre in tutto e per tutto e, per questo, inaccessibili, la cui vita è divenuta un arcano, e il cui profilo rasenta quello del mito. Eppure, erano solo esseri umani dotati di una grande emotività e vocazione creativa, alla quale si sono aggrappati fino alla fine. Prendiamo alcuni esempi.

«The lunatic is in my head»: il diamante pazzo dei Pink Floyd

Primo fra tutti, Syd Barrett, fondatore e leader dei Pink Floyd fino al 1968, quando la band capì che avrebbe dovuto lasciarlo da parte, se avesse voluto continuare a pensare in grande. Attorno a Syd ruota un vero e proprio mistero insoluto. Niente come la sua figura parla di questo rapporto non facile con la propria anima, che può diventare tormento ed esplosione. Conosciuto come il “diamante pazzo”: da un lato prezioso e raro, dall’altro instabile e imprevedibile, al punto tale da farlo passare da misteriosa ed affascinante pietra pregiata della musica rock e psichedelica degli anni ’60 – punta di una delle più grandi band di tutti i tempi – ad un personaggio irriconoscibile che, negli ultimi anni della sua vita, fece della casa il suo rifugio dal resto del mondo, per più di trent’anni. 

The lunatic is in my head recita un verso di Brain Damage, ottavo brano di The Dark Side Of The Moon, in cui i riferimenti al vecchio cantante della band risuonano evidenti. Il daimon, in questo caso, è riconosciuto nei contorni di una sembianza demoniaca, di un diamante che splende, ma come un virus si impossessa della mente e la annebbia. Syd finirà per allontanarsi da tutto: la band, gli amici, la musica, la vita stessa, estraniandosi da ogni cosa, perfino da sé stesso.

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La celebre copertina di “The dark side of the moon”.

Nick Drake: una sensibilità fuori dal comune

Nel 1972, è un cantante proveniente dalla campagna inglese, semi-sconosciuto e poco più che ventenne a parlare di questo potente richiamo interiore, al quale però fatica a rapportarsi. Il ragazzo si chiama Nick Drake. Timido e riservato, Nick non parla molto, ma la sua sensibilità è fuori dal comune. Studia letteratura e pubblica tre album che passeranno inosservati tra le grandi uscite del tempo. Oggi, uno di questi è inserito nella classifica di Rolling Stone tra i migliori di tutti i tempi, e lui è stato riconosciuto come uno sperimentatore musicale e un genio aggraziato e inquieto. Muore due anni dopo l’uscita del suo terzo album, Pink Moon, divenuto un testamento sonoro, un ultimo dolce addio del passo lieve di Nick sulla terra, le cui cause sono ancora incerte. Dopo anni privi di successo a Londra, ritorna nella casetta di campagna dei suoi, con la depressione che grava su di lui come un macigno. Una sera, prima di coricarsi, ingerisce una quantità ingente di pastiglie antidepressive. La madre lo ritroverà il giorno dopo con quelle sue gambe “lunghe lunghe” distese sul pavimento, senza vita.

Quel che lascia al mondo, quasi come un cimelio nascosto, sono 28 minuti di voce e chitarra in cui sprigiona sia la tristezza infinita che lo opprimeva, sia una straordinaria voglia di vivere, ritrovata nella bellezza del mondo circostante. La voce è ruvida, densa e profonda, sembra voglia portarti verso un’ultra-mondanità ancora sconosciuta. Con essa, Drake ricrea il crepuscolo e ti fa intravedere l’alba; i suoi testi parlano insieme di natura, morte e amore: di vita nella sua estrema sintesi. Riecheggiano i versi di William Blake e ricordano la sua stessa popolarità postuma. Il cammino con il daimon è una storia d’amore che lo lacererà fino alla fine. Pink Moon gonna get ye all: è come un angelo che verrà a prenderti.

Da Jeff Buckley…

Venti anni dopo, due stelle si incontreranno, per due volte nello stesso decennio. Nel 1994, la prima inizierà la sua carriera solistica, l’altra pubblicherà Grace. Nel 1997, l’una brillerà con l’uscita di Either/Or, l’altra si spegnerà. Quest’ultima è Jeff Buckley, cantautore e chitarrista statunitense. La musica era la sua alleata e contemporaneamente il suo tormento che lo trasportava in un’altra dimensione. Suonava accordi lasciati sospendere nell’ombra del mistero, che amava evocare con le corde dello strumento, a volte lievemente toccate e altre mosse in un tumulto deciso. Bono Vox lo definirà «una goccia pura in un oceano di rumore». Grace è il suo gioiello, il suo unico album. Un canto fatto in profondità, viaggio sensoriale verso la parte più intima di sé, quasi inconscia.

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La copertina di “Grace”.

La voce di Jeff era una delle più promettenti del momento, paragonata a grandi artisti come Freddie Mercury; i suoi componimenti cifrati, sospesi, decisi ed emozionanti. Una sera è in macchina con il suo roadie Keith Foti. Gli chiede di fermarsi: vuole fare un tuffo nel Wolf River, un affluente del Mississipi che costeggiavano nel tragitto. Si immerge, ma non torna più a galla. Il mistero dei suoi brani raggiunge anche la sua vita e la sua morte, ancora oggi per cause incerte. «Oh, it’s my time coming, I′m not afraid, afraid to die / My fading voice sings of love /But she cries to the clicking of time»: vede il suo desiderio come un demonio e sa che non riuscirà a salvarsi.

…a Elliott Smith

Nello stesso anno, un musicista di Portland, dopo aver abbandonato la sua band punk e grunge rock, pubblica Either/Or, un disco quasi sussurrato, come a voler dialogare a tu per tu e in intimità con il proprio ascoltatore. Elliott Smith è il nome del cantautore che lascia alle spalle la chitarra elettrica e la voce grezza del punk, per abbracciare la dolcezza dell’acustica e parlare della sua sofferenza con tenerezza. Elliott si uccise con un colpo dritto al cuore, dopo una litigata con la ragazza Jennifer Chiba. Litiga con una persona, ma punta la lama contro di sé: dritta verso la sua depressione, contro la sua inadeguatezza a vivere. Serve le sue melodie dolci ai suoi demoni e si abbandona a loro. 

L’alcolismo, l’impossibilità di relazionarsi con il prossimo, il nulla: sono le tematiche principali che affronta nei suoi testi. Eppure, una canzone come Between The Bars è una carezza. Elliott è un uomo che culla il proprio uditorio, con l’alito che sa di alcol e i capelli unti. La sua non è mai stata una rinuncia a vivere, ma una modalità per discernere la realtà, per entrare a patti con quello che Platone sintetizza nei contorni di un angelo demoniaco o di un diavolo benevolo che abita in ogni essere umano. Lui, come le tante altre anime sensibili della musica.

Margherita Coletta

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