«The Nightingale», il terrore del colonialismo inglese

Dopo il remake di Suspiria, firmato da Luca Guadagnino, torna l’horror alla settantacinquesima edizione della mostra del cinema di Venezia. Con qualche polemica, tanta violenza e l’unica donna alla regia tra i film in concorso. Nightingale, ovvero di come il colonialismo spaventi più di tanti mostri.

Tasmania, 1825

«Volevo raccontare una storia di violenza.». Jennifer Kent torna dopo l’elogiatissimo Babadook (2014), opera prima senza troppe sbavature, con una precisa visione ed una buona idea: raccontare l’orrore senza inventarlo. Ecco allora Clare (Aisling Franciosi)  e la Tasmania, una donna e una terra coperte del sangue versato dalla cruda arroganza di colonialisti privi di scrupoli ed umanità. Sono loro i veri mostri di questa storia che segue le vicende della giovane ragazza; disperata e in cerca di vendetta dopo l’orribile atto di violenza perpetrato da un comandante inglese (Sam Claflin) nei confronti della sua famiglia.

Come la sposa ferita di tarantiniana memoria, Clare si muove grazie alla forza della vendetta da compiere, tramutandosi così da dolce usignolo – nightingale per l’appunto – a vero e proprio predatore. Ma lì dove Uma Thurman in Kill Bill aveva come sola compagnia la vendetta, Nightingale aggiunge la relazione con la guida aborigena di nome Billy
(Baykali Ganambarr) .

Da Usignolo a predatrice (o forse no)

Sarà probabilmente quest’ultima particolarità a dividere un pubblico ugualmente angustiato dai primi minuti della pellicola. È infatti netto il cambio di registro individuabile nella sceneggiatura, come nella regia, dato dall’entrata in scena di Billy, la quale non solo definisce un veloce ammorbidimento dello stile, prima violento e claustrofobico, ma anche un accelerazione delle vicende ed un lento svuotamento di senso. Il rape revenge movie promesso dei primi minuti si va così perdendo, svenduto in cambio di didascaliche conversazioni sulla cattiveria dei colonialisti nei confronti degli aborigeni. Momenti che suonano come la ripetizione a parole di quanto già sufficientemente, e per molti forse eccessivamente, narrato dalle immagini.

È  allora il caso di dire che la violenza qui non appare gratuita, ma, da un certo punto in poi, addirittura pretesa da uno spettatore quasi imbrogliato. Certo, l’inizio della narrazione è forte e non semplice per i più abituati alle scene che accennano senza mostrare, ma sarebbe potuta essere la cifra di un film che, invece, decide di indietreggiare dopo un primo buon passo. La paura lascia così spazio alla retorica, i silenzi alle parole, la vendetta al ripensamento. Un vero peccato, soprattutto per quella splendida fotografia che iniziando come un quadro di Friedrich (a tratti parebbe di vedere l’abbazia nel querceto) conclude come una fiction in costume. E la paura? Ancora tutta in Babadook.

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Alessandro Cavaggioni
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