The Post, ciò che non siamo più

The Post è lento. The Post è prolisso. The Post è noioso.

The Post è perfetto, semplicemente perfetto.

The Post

fonte: termometropolitico.it

 

Giornalismo come scelta

Interno notte.

L’orologio corre avvicinandosi al momento oltre cui ogni scelta dovrà essere presa. Tom Hanks si arrampica su e giù per la stanza, mentre Meryl Streep riscatta il proprio personaggio dall’altro lato della cornetta. Spielberg inizia così a solidificare l’atmosfera, immergendo il film in un’ansia attraverso cui gli attori sforzano la gola per rilanciare con ancor più foga la domanda fondante di questo momento madido di tensione: «Pubblicare o non pubblicare?»

In pochi caratteri è questo The Post, un lungo momento di tensione statica e cerebrale, girato attorno ad una domanda la cui risposta trasformò un piccolo giornale, il Washington Post, nel simbolo della libertà di stampa.

La ragione dello scacco giornalistico, oltre cui si scopriranno le basi morali di un giornalismo quasi iperuranio, è un’ingiunzione della corte suprema che, nel 1971, impedì ai giornali di pubblicare le 7000 pagine top secret rubate al pentagono, le cosidette Pentagon papers. Il documento dimostrava infatti l’inutilità della guerra in Vietnam, e la consapevolezza del governo Statunitense della sicura sconfitta. Un documento che ognuno di noi non avrebbe dubitato a pubblicare, se non poi scoprire la differenza tra la volontà parlata ed una realtà fatta di conseguenze.

«To make this decision, to risk her fortune and the company that’s been her entire life, well I think that’s brave.»

The Post

media.vanityfair.com

La storia come viaggio nel presente

Un’intera nottata trascorsa a porsi la domanda decisiva, ad attendere, a chiedersi il perché delle proprie azioni ed il peso delle loro conseguenze. Una lezione di giornalismo semplice e lineare, che appare però anacronistica se comparata con la forma acquisita dal giornalismo moderno. E allora improvvisamente si comprende che questo racconto non vuole essere un  mausoleo patriottico con lo sguardo rivolto al passato, bensì un viaggio nel tempo che giunge qui, sino a noi, per mostrare cosa varrebbe la pena di essere ritrovato. Persino con una difficoltà ed un dolore che dal racconto raggiunge la visione.

The Post

http://leganerd.com

Elogio alla lentezza

La pellicola potrebbe infatti apparire lenta e discorsiva, lontana dal giornalismo dinamico ed accattivante de Il caso Spotlight (2015). Ed è questa la sua perfezione.

Perché mostrarci quanto strano e lento ci possa apparire un gruppo di giornalisti svegli una notte intera per decidere se pubblicare o no un articolo significa palesare il sintomo della nostra più grave malattia contemporanea: il bisogno di velocità.

Perché The Post non è una storia Instagram da 15 secondi, e nemmeno un tweet da 140 caratteri, è un racconto sul giornalismo. E il giornalismo è sì, una corsa frenetica alla ricerca di informazioni, ma anche una camminata lentissima sino al raggiungimento di una scelta, di un dolore preso con i piedi sulla scrivania, il fiato alla cornetta ed il cuore diviso tra giustizia ed individualità.

The Post

fonte: pmcvariety.files.wordpress.com

«Pubblicare o non Pubblicare?»

Perciò, perché mai dovrebbe essere un problema? Sembra chiederci la nostra mente mentre osserva Tom Hanks correre su e giù dal soggiorno. Non lo capiamo, ci è lontana questa realtà che più si fa indistinta più ci lascia sprofondare di metro in metro nella crisi delle fonti e nel regno delle fakenews.

The Post è lento e discorsivo quanto lo siamo tutti noi in quei momenti in cui una scelta può cambiare ogni cosa, è lento e discorsivo quanto dovrebbe essere un giornalismo che Spielberg semplifica e resuscita, per noi, in un due sole ore.

The Post

fonte: termometropolitico.it

 

The post siamo noi, giornalisti e spettatori

La reazione del pubblico a The Post, spesso espressa con gesti quali l’uscita dalla sala, offre una chiave di lettura inaspettata, quasi meta-artistica, in cui il messaggio del film, complesso e moderno, si fa metafora del cinema stesso. Perché mentre osserviamo questo giornalismo, quasi vintage, del coraggio lento e pensato, apprendendo per contrasto l’incapacità moderna di apprezzare la lentezza della riflessione, possiamo osservare come la reazione spazientita alla rappresentazione stessa ci espliciti l’esistenza di tale malattia anche nel nostro essere spettatori.

Il tempo e la società globalizzata hanno infatti radicato in noi l’idea per cui il cinema debba essere attrattivo, immediato ed efficace, lezione appresa purtroppo anche dal giornalismo. Ponendo le basi di una realtà fatta di spot, più che di arte, in cui il medicinale si vende con un sorriso che lima le difficoltà per giungere, senza intralci, al cuore dello spettatore. Così si è aperta la strada a romantiche storie di finto dolore, in cui quest’ultimo passa al vaglio del sentimento da laboratorio, prefabbricato come prigioni del sentire che sgretolano la profondità in segno dell’immediatezza. E così The Post appare il figlio alieno di una realtà commerciale, in cui la forma, caratteristica principe del cinema, riacquista la propria funzione per farsi tramite del messaggio, spiegando la riflessione con la lentezza ed il coraggio con la fermezza.

 

 

 

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