The War-Il pianeta delle scimmie: poesia umana e magia tecnica

Quando il suono ed il parlato irruppero nel mondo del cinema, molti, tra attori e registi, iniziarono una lunga guerra affinché il “rumore del mondo” non distruggesse la meraviglia della pellicola. Charlie Chaplin, leader di questa guerra, si prodigò fino all’ultimo affinché i suoi gesti ed il suo silenzio potessero innalzare il cinema ben più in alto dello sporco ciarlare che ormai dilagava in tutta Hollywood.

The War

fonte: sienanews.it

Quale dei due schieramenti vinse lo sappiamo bene, ed anche Chaplin dovette ammetterlo, ma di certo non fu con questa lunga battaglia che si conclusero le discussioni interne al cinema e alla sua tecnica. Nel giro di pochi decenni, infatti, cominciarono a diffondersi i veri e propri effetti speciali, apparenti magie, molto al di sopra di quanto il padre dell’illusionismo cinematografico, George Méliès, potesse anche solo immaginare, e con essi le prime lotte ed opposizioni alla finzione tecnologica. Se da una parte troviamo infatti l’abuso di una tecnologia disarmante, dall’altra, invece, rispondono veri e propri Manifesti, come il dogma95, che contano tra i propri restringenti punti anche l’assenza quasi totale di effetti ottici e speciali. O tutto, o niente. O le realtà spasmodicamente finte ed irreali, colorate ed esplosive, della maggior parte dei film di genere contemporanei, o la totale assenza di modifiche e, che lo si voglia o no, di modernità.

La ricerca più importante di questi ultimi anni riguarda dunque un tentativo di sintesi tra finzione e uomo, cercando così di affiancare l’una all’altro. Possibile? Forse. Di certo, War for the planet of the Apes (o The WarIl pianeta delle scimmie ), capitolo finale della fortunata trilogia ora diretta da Matt Reeves, dona la speranza che un luogo d’incontro tra le moderne fazioni, e forse persino tra le più datate, sonoro e muto, possa esistere e che, con sorpresa dei più, sia addirittura un luogo magico.

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fonte: juliesassyo.com

L’ultimo capitolo della moderna rivisitazione del frenchise “il pianeta delle scimmie” si presenta come uno dei migliori blockbuster degli ultimi anni. In The War Il viaggio continua tra spargimenti di sangue e lunghe fughe in un mondo ormai gelato, scimmie e uomini, in guerra, per la sopravvivenza e la superiorità; un campo di battaglia che lascia dubbi ed incertezze sul senso della specie. Una storia che giunge al proprio termine con un odissea al cui centro troviamo ancora una volta la storica scimmia protagonista: Cesare. A guardarlo ne comprendiamo la finzione, la tecnologia che muove il suo corpo, la sua narrazione, ma con ancora più impegno ne cogliamo l’umanità; la poesia del suo sguardo, la verità di quei gesti che umani appaiono proprio perché umani sono. A consegnare voce e movimento alla scimmia rivoluzionaria è infatti il moderno ed innovativo incontro tra uomo e macchina: la Motion Capture. Una tecnologia che non costruisce immaginarie forme da zero, bensì a partire dall’uomo stesso. Un metodo che registra ogni movimento dell’attore per poi trasporlo su un nuovo corpo le cui fattezze, vere, divengono fantasia.

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fonte: screencrush.com

Dietro al volto peloso della scimmia di The War troviamo infatti Andy Serkis, già interprete di altre fantasie in movimento, tra cui il noto Gollum. Restiamo sbalorditi dalla meravigliosa unione di ciò che la modernità può, senza sostituire l’uomo. L’essenza di quella maschera, di quella scimmia, è l’attore, Andy Serkis, che nessun computer potrebbe mai cambiare, se non potenziare, consegnandoci un mondo di finzioni mai così umane; è lui Cesare, è lui quello sguardo che fora lo schermo, che rende quella storia di umana immaginazione, improvvisamente vera e reale.

«La mimica è una lingua compresa in tutto il mondo» affermò Chaplin in difesa del muto, ed è difficile non pensare a queste parole guardando la profondità di quest’attore che, con la tecnologia come alleata, rende universalmente grandi ed epici i propri gesti. In The War intere sequenze prive di testo sono poeticamente riassunte in pochi e semplici movimenti del volto magicamente colti da una tecnologia che immette in quella scimmia una profonda essenza di vita. Il tutto consiste nel dare vita all’inanimato, ad un’animazione, grazie a cui la performance, la capacità e lo studio ritrovano se stesse, innalzandosi a vera e propria arte-tecnica. Ma dopo tutto ciò, non dimentichiamoci di quanto scriveva Jean-Paul Sartre ne La nausea, ossia che:«Quando ero piccolo, mia zia mi diceva: se ti guardi troppo allo specchio, finirai per vederci una scimmia!»

 

Alessandro Cavaggioni
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