Tonya, spettro di emozioni multigenere

Quando si parla di storie a 360 gradi lo si fa tendenzialmente con la presunta oggettività di uno sguardo esterno. Si osserva cioè un’opera all’infuori di essa, nella speranza di coglierne l’inarrivabile totalità. Eppure, nonostante l’encomiabile esercizio di stile, è nel loro essere stanza dalle mille porte che opere come Tonya, storia vera dell’omonima pattinatrice sul ghiaccio, esplicano il loro inestimabile valore.

È così che osservando Tonya, nel suo complesso fiume di emozioni, si realizza l’incredibile lavoro di costruzione e messa in scena. Perché molti sono stati i film biografici su storiche figure dello sport, ma pochi, pochissimi, si sono innalzati ad una cinematografia capace di superare il proprio stesso limitante genere; gesto che qui, dalla sceneggiatura all’interpretazione, appare divenire realtà.

fonte: itonyamovie.com

«Non me lo posso permettere»

L’antefatto è quanto di più conosciuto e normale possa esistere: una bambina, di umilissime origini, sogna, per conto della madre, di divenire una famosa pattinatrice sul ghiaccio. Sogno che, e da qui la prima ragione del perché ne stiamo parlando, non solo diverrà realtà, ma causerà non pochi problemi al mondo sportivo, all’America e ad un ambiente che in quel lontano 1991, e forse ancora oggi, non era pronto ad una personalità come quella di Tonya. Semplificata la storia, però, il film, splendidamente diretto da Gillespie, si apre a ventaglio su molteplici letture ed altrettante emozioni. Il primo step è certamente quello che Caparezza, rapper nostrano, riassunse anni fa nella canzone Non me lo posso permettere. Tra le varie ragione che resero nota Tonya Harding troviamo infatti il suo atteggiamento totalmente fuori dagli schemi richiesti da uno sport così esteticamente pretenzioso. Non può permettersi di vestirsi così, non può permettersi di scegliere quella musica, non può permettersi; ma non le importa. Da qui una lotta senza tregua per il riconoscimento delle proprie capacità, ancor prima della propria apparenza. Uno scontro che si dipinge sul volto di un’egregia Margot Robbie, capace di riproporre encomiabili gesta sportive e di far sicuramente breccia nell’immaginario sociale.

“Come medico non posso farmi un tattoo sulla faccia, non me lo posso permettere, 
Come donna ho peli sulle gambe e le braccia e non me li posso permettere “

Fonte: itonyamovie.com

Questione di prospettiva

Dunque Tonya Harding dalla prospettiva dell’eroina proletaria. O forse no. Perché tanto quanto ci affezioniamo ad un lato di Tonya, il film quanto il personaggio, tanto quanto dobbiamo essere pronti a lasciarlo andare. L’intelligentissima costruzione narrativa si rivela infatti sin da subito uno splendido esercizio di stile contro la presunta serietà delle “storie vere”. Il racconto è così incastrato in fonti che mostrano diverse prospettive di una stessa storia, slegando finalmente il cinema dal mondo dei documenti storici, e rivelandolo per quello che è: fiaba. I personaggi si raccontano, guardano in camera, danno inizio a flashback dentro cui, a loro volta, modificano i fatti, rendendo il tutto storicamente complesso, ma meravigliosamente perfetto. Non a caso, la vita di Tonya Harring, iniziata nel mondo sportivo e proseguita in quello giuridico, fu uno scandalo che portò alla nascita del primo giornalismo h24; con giornalisti fuori dalla casa di Tonya pronti a raccontare di tutto pur di alzare lo share, e dunque, praticamente, pronti a scrivere un intero film per poter vendere una storia. Il risultato è una prima confusione ed una successiva accettazione dell’impossibilità del cinema di consegnare storie valide per ogni società, ma proprio per questo privo di limiti. Film sportivo? Giornalistico? Sociale? Se vi dicessimo che a un certo punto appare addirittura spionistico potreste non crederci, ma è vero, ed è la cifra della variabilità di questa pellicola.

fonte: itonyamovie.com

Lo spettro di emozioni in un oceano di generi

Da Metastasio in poi ogni scrittore vuol essere drammaturgo e comico, tragico e vivo, plastico e marmoreo. La fusione dei generi nasce demodé e nonostante ciò continua ad emozionare scavando nelle sacche di sarcasmo di una società a cui non resta che la parodia; un sorriso disteso sulla tragedia. Tutto ciò alla base di grandi letterature e altrettante cinematografie, il cui ultimo esempio, profondo come pochi, risiede in Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, quanto in Tonya. Da una parte la perfezione della tragicommedia, né fusa né slegata, ma intrinsecamente connessa, dall’altra l’alternanza, prima misurata, poi dispersa. Tonya è così lo spettro d’emozione più completo possibile, capace di muoversi con eleganza ed esagerazione nel cuore di spettatori abbandonati ad un racconto che si fa prima sportivo, poi sociale, umano ed infine falsamente biografico. Spettro di emozioni, ma fantasma nella realtà. Perché tanto quanto onesti appaiono i cunicoli del sensibile in cui ci muoviamo, tanto quanto scopriamo l’incertezza di una verità, quella narrata, che, slegatasi dall’arroganza della “storia vera”, si fa sola e semplice storia; da amare, da seguire, da ricordare. Tonya, un racconto a mille facce che ricorda ai suoi spettatori quanto le storie vere siano una grande bugia, e così i più piacevoli racconti.

 

Alessandro Cavaggioni
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