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«Venere in pelliccia»: oltre il concetto di masochismo

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11 minuti di lettura

Venere in pelliccia è diventato celeberrimo grazie alle speculazioni dello psicologo tedesco Krafft-Ebing contenute nella sua Psychopathia sexualis. L’opera – risalente al 1886 – ha il pregio di analizzare in maniera esaustiva molte parafilie che andranno poi a confluire nella prima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. In particolare, Krafft-Ebing focalizza la propria attenzione su centinaia di casi clinici, tanto da rendere il suo studio una sorta di enciclopedia delle patologie sessuali. Nonostante il testo sia antiquato da innumerevoli punti di vista, si trovano per la prima volta due termini che saranno destinati a entrate nel linguaggio comune: sadismo e masochismo. Senza addentarci nella loro connotazione, basti constatare che sadismo deriva dal Marchese de Sade – autore di innumerevoli romanzi libertini a sfondo filosofico – e masochismo da Leopold von Sacher-Masoch – scrittore prolifico, principalmente noto per Venere in pelliccia.

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Il romanzo di von Sacher-Masoch esce per la prima volta nel 1870 e riscuote immediatamente un grande successo di pubblico e – in parte – di critica. In effetti, la trama è di per sé originale e di singolare attrattiva: Severin si innamora pazzamente della principessa Wanda, ma entrambi rifuggono le convenzioni sociali e hanno una concezione molto personale dell’amore – nonostante abbondino i riferimenti all’edonismo. La relazione subisce quasi immediatamente una svolta inaspettata: Wanda, padrona crudele e passionale, chiede a Severin di essere suo schiavo. Severin accetta, tanto che i due – in uno snodo fondamentale – stipulano addirittura un contratto. Severin decide di sottostare al potere di Wanda, accettando le punizioni e le umiliazioni più svariate, le quali – a volte – vengono impartite a suon di frustate.

Un romanzo, Venere in pelliccia, che assillerà il suo autore per diversi anni, tanto da spingerlo nel 1878 a una nuova edizione, riveduta e ampliata (in Italia è disponibile presso la SE edizioni, con la traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari). Fortuna del testo è data anche dalla vita dello stesso von Sacher-Masoch, affetto egli stesso dalla medesima parafilia e protagonista di un episodio analogo a quello che accade fra Severin e Wanda. Questi elementi, purtroppo, hanno consentito che l’autore fosse conosciuto ai posteri più per la sua vita piuttosto che per i meriti letterari. Nonostante Venere in pelliccia sia un romanzo pionieristico, capace di affrontare una problematica di così difficile trattazione con una cultura e accuratezza non comuni, rimane anche una grande prova della narrativa dell’Ottocento. Lo stesso von Sacher-Masoch era consapevole delle proprie capacità, tanto da non rifiutare la recensione positiva della Revue des deux mondes che lo accostava a Turgenev, il grande narratore russo.

Leopold von Sacher-Masoch Venere
Leopold von Sacher-Masoch

Innanzitutto, non bisogna pensare a Venere in pelliccia come a un progetto isolato: infatti, doveva far parte di una saga – dal titolo emblematico L’eredità di Caino – che proponeva di analizzare sei questioni fondamentali per la civilizzazione. Von Sacher-Masoch riuscì a completarne solo due, tra cui quello attinente all’amore. In particolare, il romanzo viene introdotto con l’espediente del sogno: un uomo si trova in una sala a dialogare con la statua di Afrodite avvolta in una pelliccia. I due discorrono di filosofia e di come si comportano le donne in amore. «Comincio a credere l’incredibile, a comprendere l’incomprensibile», afferma lei ad un tratto. Come a richiamare il mito del Tannhäuser, c’è una digressione nostalgica sulla scomparsa della cultura ellenica in favore del cristianesimo che ha sopito qualunque istinto sessuale. Egli, ammagliato dalla statua, confessa tutta la sua passione e accetta di essere suo schiavo. A un tratto, però, il sogno finisce: l’uomo viene svegliato – si era addormentato durante la lettura di Hegel –, in quanto deve recarsi presso Severin von Kusiemski a prendere il tè. Severin è un signore tranquillo, poco più che trentenne, ma particolarmente preciso, pratico, con una vasta cultura e sobrio negli atteggiamenti. L’uomo arrivato in casa sua si perde a guardare gli strani oggetti che popolano la stanza e nota un quadro: la scena raffigurata è identica a quella del suo sogno, con la sola differenza che Afrodite è una donna stupenda in carne ed ossa. Sempre nella sala c’è anche la Venere con lo specchio di Tiziano che di per sé richiama la stessa scena: la dea avvolta in una pelliccia, per non patire il freddo del «nostro [mondo] così brumoso». Con questo presupposto comincia il romanzo: quello che l’uomo ha semplicemente sognato, Severin l’ha vissuto e la sua Venere in pelliccia non è altro che Wanda. Per ricordarsi di quella lezione unica che ha cambiato la sua vita, redige un diario che fa leggere all’uomo.

Il racconto è intriso di filosofia, cristianesimo, miti classici e vari riferimenti alla letteratura tedesca, con una particolare predilezione verso l’opera di Goethe, soprattutto il Faust. Lo stesso Severin ricorda come la sua stessa infanzia fosse stata costellata dalla lettura dei classici, maturando una vera e propria ossessione per quel mondo. Racconta anche come fin dall’adolescenza si fosse invaghito della statua di Venere che i suoi genitori tenevano in casa: più di una volta la venerava come una santa, baciandole il piede in segno di prostrazione e amore incondizionato. In particolare, l’immagine della statua ricorda facilmente le vicende che coinvolgono Norbert Hanold nella Gradiva di Wilhelm Jensen del 1903. Nel romanzo di Jensen il protagonista si ritrova a vagheggiare su un bassorilievo raffigurante una donna intenta a camminare. Il giovane – sempre a seguito di un sogno – si convince a viaggiare verso Pompei, con la certezza che potrà ricostruire la sua storia. Il capolavoro di Jensen è probabilmente debitore a von Sacher-Masoch, almeno per l’assetto inziale. Anche quest’opera attirò fin da subito l’attenzione degli psicologi, tanto che Freud – proprio come Krafft-Ebing con la Venere – ne è ispirato a tal punto da cimentarsi per la prima volta nell’interpretazione psicoanalitica di un’opera letteraria. Altro omaggio alla sensualità della statua potrebbe essere rinvenibile anche nel primo lungometraggio di Luis Buñuel, L’âge d’or, dove una donna succhia il piede di una scultura in giardino. Collegamento che potrebbe sembrare azzardato, ma comunque plausibile, considerata l’attenzione che i surrealisti dedicavano ai romanzi erotici. Questo ovviamente è solo un esempio, al fine di comprendere la portata innovativa di quest’opera, troppo spesso bistrattata e liquidata come artefice del termine masochismo.

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Leopold von Sacher-Masoch ha una cultura tale da trovare riferimenti alla situazione del protagonista in una serie di episodi dell’età classica e soprattutto biblica, ribadendo che: «l’uomo e la donna […] sono nemici per natura e che l’amore per breve tempo li rende un essere unico, per poi separarli ancora più profondamente, e allora […] chi non è in grado di mettere il giogo all’altro dovrà ben presto sentire il suo piede sulla propria nuca». Visione fanatica e categorica che, tuttavia, accompagna per secoli la storia dell’umanità. Infatti – per comprendere la portata di quest’ottica –, basti pensare anche solo a due capolavori del Novecento: cosa spinge Calaf ad amare incondizionatamente Turandot? Oppure, ne L’angelo azzurro, con quale forza il professor Rath subisce le angherie dell’incantevole e spietata Lola?

Lo stesso von Sacher-Masoch, tuttavia, si pone la domanda se mai un giorno l’uomo e la donna possano essere compagni e non solo despota e schiavo e viceversa. E dopo un centinaio di pagine di un racconto sconvolgente – a tratti irreale e assurdo – la risposta giunge inaspettata: uomo e donna potranno vivere in comunione solo quando avranno gli stessi diritti, quando saranno «pari per educazione e lavoro». Diversi piani di lettura, quindi, coinvolgono questo testo che in maniera canzonatoria improvvisa anche una morale: «chi si lascia frustare merita di essere frustato».


Fonti:
L. von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia, SE Edizioni, Milano, 2017, trad. di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari

 


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Lorenzo Gafforini

Classe 1996. Nel 2020 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due racconti.

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