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Balloon

Venezia76. «Balloon», tradizione e società narrati da Pema Tseden

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Mentre il concorso principale della 76^ edizione del Festival del Cinema di Venezia comincia a lasciare interdetti e smarriti, le sezioni parallele giocano le proprie carte concedendo piacevoli finestre su mondi sconosciuti. È il caso di Balloon, presentato nella sezione Orizzonti. Opera del noto regista tibetano Pema Tseden e dolce riflessione sul rapporto tra anima e realtà.

«Balloon»: tradizione e modernità in Tibet

Tra le campagne tibetane vive una famiglia di pastori. La loro esistenza si muove secondo i dettami della tradizione, ma frammenti di contemporaneità si impongono nelle loro giornate quando il governo approva una nuova restrizione sulle nascite. Un piccolo oggetto e il suo destino, il preservativo nascosto sotto il cuscino, definisce così il loro futuro e quando una gravidanza inaspettata e un lutto improvviso si incrociano giunge il tempo di decidere tra pragmaticità e credenze.

Il problema etico che scuote gli eventi è tale poiché inserito nella società tibetana, fedele al credo della reincarnazione e della ciclicità che lega vita e morte. In questo Pema Tseden affonda la riflessione cercando di trattare senza giudizio l’aspetto che si diffonde lungo personaggi che sono espressione di due mondi messi in conflitto.

La dottoressa che invita la famiglia ad abortire per evitare la multa è così l’opposto della sorella della ragazza, che invoca invece il peccato e richiama alla necessità di dare nuovo corpo alle anime dei defunti. In mezzo la famiglia, dilaniata da una scelta la cui problematicità non viene mai posta in scena secondo canoni di drammatizzazione borghesi, o in qualunque modo canonici. La realtà pastorale è infatti il perfetto luogo dove muovere la semplicità di una famiglia che si scontra con il tempo, ma in cui poter dar spazio anche a scene di quotidianità molto dolce e naturale, ritagliate senza retorica o edulcorazioni alcune.

La percezione della divisione

«Quelle sono nuvole, queste sono le nostre pecore, quello è il nonno…», un lavoro di denominazione mostrato in soggettiva apre le danze di quest’opera riflessiva e stilisticamente disordinata. Sono i due figli più piccoli a svolgere il ruolo di primi narratori del mondo mostrato, definendolo ed enumerandolo mentre si pongono davanti agli occhi un preservativo gonfiato a mo’ di palloncino. È filtrata dunque l’immagine da cui si osserva il mondo, e così confusa in una duplicità che è poi il tema dell’intero film. Un mondo che si vede, che ha un nome, una legge, e un mondo pensato, che è un’idea.

Pema Tseden costruisce così l’intero impianto stilistico sulla percezione di una divisione, che non è però un inarrivabile ed etereo divario tra terreno ed ultraterreno. Se infatti a un certo punto il mondo delle idee, quello dell’anima, agisce per conto di dettami religiosi è solo per concedergli una forma. Nonostante ciò esso agisce nella realtà, portando dilemmi di carattere esistenziale e mettendo a soqquadro le certezze di una famiglia intrisa di questa frattura. Non mancano dunque le inquadrature divise, spezzate da mura centrate, da porte socchiuse, o da finestre che le ritagliano in un origami sfogliato di cui è impossibile riformulare l’origine.

Quando le parole del Lama entrano in conflitto con la legge sul contenimento delle nascite la cornice offerta dalle rigide praterie tibetane diventa teatro perfetto per instillare il dubbio in questa famiglia: credere alle parole del Lama o agire secondo necessità sociali? È in fondo il ritorno della legge del cuore, la quale vacilla però nelle parole stesse della famiglia. L’essere incastrati tra due realtà rende così impossibile scegliere per la coppia, ma proprio quando ogni futuro sembra offuscarsi Pema Tseden torna a mostrare i due figli più piccoli; campi lunghissimi che lasciano correre l’irrisolvibile sui movimenti scomposti dei due. Inconsapevoli del conflitto del tempo esattamente come ignari della differenza tra un preservativo gonfiato e un palloncino.

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore.
Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.

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