«Via Ripetta 155»: Clara Sereni, il Sessantotto e noi

«La causa prima fu che sono snob» (p. 7) – dunque la casa in centro, a via Ripetta, più che uno status è un’espressione dell’anima, uno splendido ossimoro – mai così conciliante – per ‘abbracciare’ certe fasi della vita. Con lo spessore della grazia, Clara Sereni racconta in  quest’opera i suoi anni di rivolta, i sogni di una vita libera e attiva nel torno dell’‘orda d’oro’: «lo iato più caldo che la Storia abbia conosciuto dopo i conflitti mondiali»[1]. Nel segno di una scrittura puntellata da ‘miti’ (si pensi al cibo, all’ebraismo, al valore della parola), l’autrice pratica le zone dell’autobiografia sottoponendo il dato mnesico alle regole dei fatti, sovente evocati per disegnare un continuum dialettico fra l’‘io’ e il ‘noi’, proprio di un tempo in cui «nessuno si pensava da solo» (p. 24). L’intreccio di soggettività ed esperienza costituisce l’impalcatura di Via Ripetta 155 (2015), ultimo romanzo pubblicato in vita e per questo assunto come ‘sommario’ esistenziale, laddove una sapiente intertestualità riallaccia dati, figure e riflessioni.

«Via Ripetta 155»: l’autofiction come definizione di sé

È il «vocabolario autoriale»[2] a rappresentare la porta d’accesso al lungo Sessantotto, quell’insieme di immagini chiamate a tessere una trama complessa, sostenuta da un fil rouge memoriale e soprattutto fermo, intimamente votato all’«assunzione di consapevolezza di sé, [e alla] tensione a voler essere nel mondo come donna»[3].

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Sereni, che nella scrittura trova un ‘ordine dell’esistenza’, fa del suo intero corpus uno spazio di riflessione, il luogo deputato alla costruzione del sé. Via Ripetta assume in tal senso valore catartico, è l’esito di un percorso in cui i frammenti si ricompongono e ogni strappo è inquadrato entro un confine pacificato. Il recupero dell’anamnesi, sovente intessuto di rimandi al già narrato, nasconde un preciso intento gnoseologico, la possibilità offertaci «da quel che è esistito prima di adesso di capire le metamorfosi della nostra stessa esistenza»[4].

Autocoscienza e rinascita in «Via Ripetta 155»

Il ricorso alla prima persona – sia singolare che plurale – rivela già l’urgenza di perimetrazione, la necessità di collocarsi entro la storia, aborrendo ogni tecnica che distanzi il sé dal mondo, che tracci un divario ormai prossimo a venire, quando – nel decennio successivo – quel ‘noi’ tanto amato diverrà «isolamento, ognun per sé e nessun Dio per tutti» (p. 24). Nel percorso di ‘autocoscienza’ (non a caso si usa tale termine, sì appartenente alla storia del femminismo ma qui declinato in chiave di ‘ri-scoperta’) la «ferrea unitarietà di gruppo» (Casalinghitudine, p. 25) riassume l’interazione tra pubblico e privato, cifra di un’esistenza votata al contrasto e al mutuo soccorso, nel segno di una generazione irripetibilmente sincera.

via ripetta 155 clara sereni
Fonte: www.premioclarasereni.it

In quest’ottica, la casa dell’autrice più che essere metafora del periodo è «luogo simbolico»[5] e di rivendicazione, quasi un «‘secondo utero’»[6] assolvente all’urgenza di ri-nascita, con il distacco dall’ombra paterna e la conquista di un proprio spazio («Ero piena di me»). Quest’angolo soltanto suo, «in cima a quattro piani di scale a chiocciola» (p. 30), è da lei scelto per una ‘voce’ che si fa eco di libertà, coraggioso e discreto grido di un tempo che si voleva giusto. Sullo sfondo – fotografato da questo splendido, umano punto d’osservazione – scorrono gli eventi di quel decennio, dalla strage di piazza Fontana al golpe in Cile, dalla legge sul divorzio alla ‘primavera degli autonomi’. Tutto, in Via Ripetta 155, è intessuto di entusiasmo e nostalgia, di una coltre di tenerezza che sempre avvolge le cose passate.

Il passato davanti a noi

Eppure, in questo romanzo che è radiografia della nazione, lo sguardo «puntuto» abbraccia il reale, fissa i contorni di una violenza sentita estranea («non con lo Stato, non con le Brigate rosse, non con l’Autonomia, non con i provocatori quali che fossero: soli con noi stessi», p. 127), osserva la costruzione di un ‘noi’ (anche) distinto dalla ‘massa’. Nel corso dell’opera, man mano che i capitoli scorrono, Clara elabora con Stefano (Rulli, suo marito e sceneggiatore) un nuovo spazio d’azione.

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È il cambio di segno di via Ripetta, non un tradimento ma un’evoluzione – la «bonifica di un equivoco» passata «attraverso medicamenti faticosi, invisi, gretti a volte […], laceranti e gremiti d’insidie»[7]. Non a caso la figura del padre – Emilio Sereni, emblema della lacerazione tra il passato e il presente, fra il partito e il movimento – costruisce, con la malattia e la morte, un equilibrio altro.

Tornando a questi, alla sua casa di Monteverde, Clara ri-legge simbolicamente gli anni del conflitto. C’è solitudine, un senso di sfaldamento che dalla sinistra s’irradia al mondo, investe quel senso di comunità caratterizzante un decennio. Nel mezzo interstizi nuovi, angoli da riempire a partire da odori e sapori, con la vita intima di una coppia ancora profondamente «sui generis»[8]. Non tutto è andato perso, il romanzo finisce ma non si chiude. Vi è ancora una prospettiva d’insieme, nonostante l’oggi, un ‘dopo’ a cui saper tendere – con tutto da ricominciare.

Note:

[1] G. Verri, Da via Ripetta 155 al futuro. Il nuovo romanzo di Clara Sereni, in “Nazione Indiana”, 6 febbraio 2015.
[2] A. Trevisan, «Qualcosa che stavo imparando a fare»: Il sessantotto di Clara Sereni e nell’esperienza di altre “ragazze”, in Natura Società Letteratura, atti del XXII Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Bologna, 13-15 settembre 2018), a cura di A. Campana e F. Giunta, Roma, Adi editore, 2020, p. 5.
[3] A. Chemello, Una signora della scrittura, in “Leggendaria”, 131, settembre 2018, p. 59.
[4] S. Lucamante, Tra romanzo e autobiografia, il caso di Fabrizia Ramondino, MLN, vol. 112, n. 1, 1997, p. 106.
[5] A. Chemello, Una signora della scrittura, cit., p. 58.
[6] A. Trevisan, «Qualcosa che stavo imparando a fare», cit., p. 3.
[7] G. Verri, Da via Ripetta 155 al futuro, cit.
[8] Ibidem.

 


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