Vittorio Alfieri, autobiografia di un atipico eroe settecentesco

Vittorio Alfieri nasce ad Asti nel 1749, figlio del conte di Cortemilia Antonio Amedeo Alfieri e della savoiarda Monica Maillard de Tournon. Quando il padre muore di polmonite, Vittorio ha appena un anno e la madre si risposa di terze nozze con un parente del defunto coniuge. Mentre il giovane si dedica allo studio con un precettore privato, la sorella viene mandata in un convento e Alfieri ne soffre molto l’allontanamento.

«Io perciò ingenuamente confesso, che allo stendere la mia propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie più gagliardo d’ogni altra, l’amore di me medesimo: quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti, ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono.» (Vittorio Alfieri, Vita)

Disdegnoso sempre dei suoi maestri, parla dei suoi luoghi di studio definendoli «accademie asinesche». In questi anni si inizia a mostrare il suo carattere sensibile e fragile, che col tempo darà luogo ad alcuni episodi psicosomatici – il primo dei quali si verifica mentre è a studiare a Torino:

«Ma dal mio screpolìo usciva in copia un umore viscoso a tal segno, che questa volta non fu possibile ch’io salvassi i capelli dalle odiose forbici.» (Vittorio Alfieri, Vita)

Vittorio Alfieri

fonte: leggotenerife.com

Da subito inizia a scoprire la sua indole irrequieta ed agitata, che sfoga presto in viaggi in tutta Europa e in folli acquisti di cavalli:

«Tutto il giorno io correva in quei divertentissimi calessetti a veder le cose piú lontane; e non per vederle, che di nulla avea curiosità e di nessuna intendeva, ma per fare la strada, che dell’andare non mi saziava mai, ma immediatamente mi addolorava lo stare.» (Vittorio Alfieri, Vita)

La sua vita diventa un andare per andare, un continuo spostarsi senza sosta e senza quiete; la sua alterigia e il suo amore per l’espatrio, poi, lo porteranno addirittura alla rinuncia del titolo nobiliare con l’obiettivo di non chiedere più permessi al re per varcare i confini del Piemonte.

Più Alfieri viaggia e più si sente straniero: lui, piemontese, parla in un dialetto che definisce gallico, pensa in un pessimo francese, e dunque, quando tenta di comunicare in italiano, il risultato è quello di una lingua sporcata di dialetto e «infranciosata». Invidioso della padronanza linguistica dei toscani, Vittorio è disgustato dalla sua terra e dalla pessima educazione ricevuta e tale disprezzo lo porta ad intraprendere studi autonomi per potersi «italianizzare».

«Primo passo adunque verso la purità toscana essere doveva, e lo fu, di dare interissimo bando ad ogni qualunque lettura francese. Da quel luglio in poi non volli piú mai proferire parola di codesta lingua, e mi diedi a sfuggire espressamente ogni persona o compagnia da cui si parlasse. Con tutti questi mezzi non veniva perciò a capod’italianizzarmi.» (Vittorio Alfieri, Vita)

Ammettendo sinceramente i suoi difetti, le sue insicurezze e i suoi deficit nell’autobiografia – sull’onda delle note Confessions di Jean-Jacques Rousseau, anno 1782 – Vittorio Alfieri descrive il quadro di partenza del suo viaggio intellettuale come pressoché tragico: nevrotico e pigro in scuole di incompetenti, e per di più nato in Piemonte, patria del cattivo parlare e del cattivo scrivere. Ma proprio da qui l’autore si muove per costruire il ritratto dell’eroe culturale settecentesco: partendo da così in basso riesce a toccare, grazie a sforzi inauditi, altissimi livelli di lirica, che gli permetteranno – e questo lui certo, ai tempi della stesura dell’opera, non poteva saperlo – di essere accolto, una volta morto, tra i grandi di Santa Croce.

 

Camilla Volpe

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Camilla Volpe
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