Zygmunt Bauman e la crisi

Se oggi non mancano occasioni di riflessioni su temi attuali come migrazione e crisi, di certo non capita tutti giorni che a discutere di questi temi sia Zygmunt Bauman. Il celebre sociologo e filosofo – teorizzatore della “società liquida” – è intervenuto ieri, domenica 20 marzo, al Teatro della Società di Lecco assieme a Carlo Bordoni per parlare al numerosissimo pubblico in sala del suo ultimo libro “Stato di crisi” e di molto altro ancora.

A fare un’introduzione storico-filosofica del tema, è stato proprio Bordoni, co-autore del testo: «Per poter affrontare il tema della crisi, dobbiamo partire da più lontano, da una distinzione che all’epoca degli antichi greci era ben presente: quella tra Phobos il dio della paura e Deimos il dio del terrore scatenato dalla guerra. Il primo rappresenta una paura irrazionale e inconsapevole per ciò che non si conosce, il secondo invece è una paura consapevole e controllabile. La modernità ha rimosso la paura cieca dalla coscienza degli uomini con la sua totalizzante razionalità. Le tappe di questo percorso sono rappresentate innanzitutto dalla rivoluzione industriale, che ha istituito la cultura della macchina, l’etica del lavoro e la credenza di poter istituire con questi strumenti il dominio sulla natura. Il secondo passaggio è costituito dalla nascita dello stato moderno, che ha portato con sé l’idea che la sicurezza e la sovranità siano qualcosa di delimitabili dai confini; infine l’illuminismo ha creato una vera e propria ideologia della razionalità, secondo cui la ragione umana non ha limiti e può controllare ogni cosa.Questi tre pilastri hanno guidato stabilmente la modernità fino alla metà del ‘900, poi sono crollati: è stato messo i discussione il progresso scientifico e i suoi benefici; lo stato è andato in crisi, prima con i totalitarismi e dopo per le sue incertezze e debolezze; infine sono state proprio le promesse della modernità a venire a mancare: non crediamo più nel progresso, non crediamo più di poter dominare la natura, non crediamo più nell’eguaglianza. Il mondo moderno è in crisi ed è una crisi per sempre».

A traghettare il discorso da questo contesto generale al tema specifico di cui si sta occupando Bauman negli ultimi anni è proprio il filosofo polacco: «Il denominatore comune che descrive tutte le tipologie di catastrofe è la crisi e la crisi di oggi, del nostro presente è rappresentata dalle migrazioni di massa verso l’Europa. Proprio questo fenomeno ci svela una caratteristica della crisi: essa non si può prevedere, esplode e noi ne diventiamo coscienti solo quando la viviamo. Le persone, i soggetti di questi flussi, sono innanzitutto stranieri, stranieri che noi percepiamo come pericolosi perché non vivono nel nostro territorio da sempre, non si comportano come noi e per questo sono fonte di ansia, paura e incertezza per noi, non tanto per quello che hanno commesso in passato questi stranieri ma per quello che potrebbero commettere in futuro. Fino a pochi anni fa la direzione delle migrazioni era quella che partiva dall’Europa e andava a riempire gli altri continenti, creando colonie e imperi; ora il verso dei flussi è cambiato ed è il mondo a bussare alle porte dell’Europa».

«Fino a tre o quattro anni fa la situazione era molto diversa – continua il discorso Bauman – si trattava di piccoli gruppi di persone che arrivavano da alcune zone del mondo, adesso i numeri si sono moltiplicati e l’Europa si è trovata impreparata.Così si è innescato un processo tipico del regno animale: tra gli animali ci sono quelli più deboli e quelli più forti, questi ultimi spesso ‘invadono’ i primi che o sopportano il peso dell’invasione o soccombono. Allora succede che alcuni animali provino a cambiare stile di vita, tentando di spaventare a loro volta gli altri animali per sentirsi meno deboli. Questo è accaduto anche nella storia dell’uomo con le lotte per i diritti civili che hanno caratterizzato il Settecento e l’Ottocento. Oggi abbiamo un’alternativa davanti ai migranti: essere solidali con loro o schiacciarli. Quest’ultima alternativa è quella che hanno scelto alcuni partiti di estrema destra e una buona fetta dell’opinione pubblica che si fa convincere da discorsi come ‘Francia ai francesi’ e il motivo è la precarietà della vita di oggi, che fa sentire le persone al buio, sottoterra, che sta riempiendo la vita solo d’incertezza, senza poter fare previsione. Questo suscita una reazione come per gli animali deboli che si sentono schiacciati da quelli più forti».

«L’unica risposta che i governi e le società hanno saputo dare – spiega il sociologo – è stata una richiesta di messa in sicurezza, per cui in inglese è stato addirittura coniato un termine, una sicurezza che è qualcosa di fisico: controllo del flusso dei migranti, la chiusura delle frontiere, la costruzione di muri. Ma questa esigenza nasconde due tipi di funzioni sociali: una manifesta, scontata, che si traduce nella richiesta di più polizia per le strade, più controllo… e una latente: un’esigenza di sicurezza esistenziale che in un mondo globalizzato i governi nazionali non sono in grado di garantire. L’unica reazione davvero appropriata sarebbe una presa di responsabilità da parte dell’Europa, che parta dalla consapevolezza che chi arriva ai nostri confini sono persone, persone che scappano da drammi e che per farlo si assumono dei rischi inimmaginabili. E, per concludere, vorrei citare il discorso di Papa Francesco a Lampedusa nella sua visita dell’otto luglio 2013. ‘Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno, tutti noi rispondiamo così non sono io. Nessuno si sente responsabile di questo perché la cultura del benessere ci porta a pensare a noi stessi e ci rende insensibili alle tragedie degli altri’: viviamo oggi in un’indifferenza globalizzata».

Manuela Valsecchi per LeccoNews

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