Patrizia Valduga e Giovanni Raboni

L’amore tra Giovanni Raboni e Patrizia Valduga e le “Canzonette mortali”

Ogni artificiere delle parole, ogni poeta, ha un posto speciale nel cuore di coloro che lo hanno letto. In particolare, ci sono versi che più di altri ti fanno scongiurare di avere il loro autore ad aspettarti a casa, in piedi; poterci fare una boccata di sigaretta, in caso, leggersi qualcosa, e poi spegnere la luce. Per quanto riguarda Giovanni Raboni, c’è poco da fare: se quel giorno d’inverno non avesse conosciuto la poetessa Patrizia Valduga, oggi non potremmo aggiungere lui e le sue Canzonette mortali (1981-1983) al nostro personalissimo scaffale, tra i migliori versi d’amore italiani del secolo scorso.

Come lui stesso scrive in Autoritratto 2003, ad apertura del secondo volume dell’edizione Einaudi, Tutte le poesie: «Sono poesie d’amore, e a questo punto direi che il privato, e il racconto di me, è entrato addirittura in modo spudorato nella mia poesia. Non sono, queste, le prime poesie d’amore, sono in un certo senso le ultime, cioè quelle dell’ultimo amore, quello che continua a essere nella mia vita. Però sono in qualche modo la conclusione di un avvicinamento alla confessione diretta. […] Sono diventato uno che parla di sé, sono diventato un poeta in prima persona».

“Scusi, dov’è il bagno? Mi scappa da pisciare”

È il 23 gennaio 1981, sono le sei del mattino. Patrizia Valduga, 28enne, si trova nella sua auto dove da Belluno è partita, assieme a un suo amico pellicciaio, alla volta di Milano. Pochi giorni prima aveva telefonato a lui, a quel che già era “il maestro” Giovanni Raboni, chiedendogli un appuntamento. «Non mi fido delle poste – disse – e devo farle leggere i miei sonetti».

Patrizia Valduga e Giovanni Raboni.
www.corriere.it

Patrizia e l’amico si fermano a Corsico, dove pranzano con del vino; una volta arrivata, la donna «vestita come Marlene Dietrich in Disonorata» –ricorda lei stessa in un’intervista rilasciata a la Repubblica – non riesce a reggere la tensione e così si scola mezza bottiglia di whisky; sale le scale, arriva finalmente di fronte a quella porta. Appena entrata, le presentazioni: «Dov’è il bagno? Sono un po’ ubriaca e mi scappa da pisciare». Lui, 49 anni compiuti il giorno prima, ride e le scrive una dedica su La fossa di Cherubino, lei si inginocchia per leggerla nel momento stesso in cui l’inchiostro viene rilasciato sulla carta. Si baciano. Sulla dedica si legge: “A Patrizia per il mio compleanno”.

La carne come consolazione ultima

«Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere».

L’inesorabilità dei diversi destini, il suo e quello della donna che gli sta accanto, fa sì che l’uomo Giovanni Raboni si chiuda nell’attimo del presente, dell’azione quotidiana, rannicchiandosi in cerca di qualcosa che immobile resista al tempo. Tuttavia la paura di perdere l’attimo, di mancarlo sia solo per pochi istanti, ha conseguenze dure nel poeta; da ultima la “gelosia di vecchio” che lo attanaglia nel valzer inevitabile dei due tòpos, amore e morte, e che si fondono in elenchi di volti e nomi indecifrabili risaliti in superficie a minacciare il presente e, instancabili, il crudo futuro

Con Alda Merini

«No, non ne ho avute mille e tre – nemmeno
seicento e quaranta,  o novantuna.
E tu quanti? Di colpo, lunga o corta
che sia la lista, il cuore s’accartoccia,
fa male. Eppure so che non importa».

«Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino».

L’unica via d’uscita dai fantasmi che arabescano cuscino e soffitto è il corpo. Il proprio e quello della donna amata, potersi sciogliere in essa, tra i suoi racconti d’infanzia, tra i suoi travestimenti nell’attesa dell’atto d’amore.

«Sarò, m’annunciavi, vestita
da Zorro, pantaloni
strettissimi, mantello. O: avrò le scarpe
bianche da Minnie, e forse una cintura
di vernice, alta e luccicante. Quante
stravaganti delizie
per pochi metri di strada,
fino al fulgore del tuo corpo nudo».

Un dolce erotismo quotidiano

Come fa notare Giorgio Casali, «molte della seconda sezione sembrano poesie d’occasione: scritte in cucina quando lei va a dormire, fatte trovare dopo, di mattina, nascoste per la colazione; altre brevi riassunti, esami di coscienza serali, come fasi raggiunte di una maturazione, di una possibile guarigione». E proprio una guarigione, seppure temporanea, sembra essere la conclusione di Canzonette mortali, che terminano con un’immagine, indelebile e indissolubile, un dettaglio tra i dettagli della donna amata. 

«Se ti pettini in su, da giapponese
ti fai fiamminga – o viceversa? I nomi 
cadono via, rimbalzano, 
teste mozzate. Solo tu continui
un quarto dopo l’altro, mascherina
lucente,
sul tuo collo sottile». 

 

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Classe 1996, studia Lettere moderne all'Università degli Studi di Milano.