5 film biografici

Ad agosto il tempo sembra fermarsi: gli italiani espatriano verso mete esotiche oppure viaggiano in lungo e in largo per lo Stivale, le città si svuotano e il silenzio regna sovrano. Spesso si rimane soli in città perché molti amici sono in vacanza, non si sa come passare il tempo, e se si aggiunge l’alternanza tra il caldo che non lascia scampo e la pioggia che porta con sé una tristezza novembrina, allora l’ideale è rimanere a casa in compagnia di un bel film. Dopo le proposte sui film sulla gioventù e quelli muti, Il Fascino degli intellettuali propone cinque film biografici, una categoria che, oltre ad annoverare molti premi Oscar tra attori protagonisti e miglior film, vanta l’invidiabile possibilità di riportare sullo schermo una molteplicità di vite: da grandi politici a sportivi, da attori immortali a uomini di scienza, permettendo così al pubblico di scoprire per la prima volta (o approfondire la conoscenza) storie di uomini che con le loro imprese o le loro scoperte hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’umanità. E cosa c’è di meglio della settima arte per render loro omaggio?

 

Il discorso del re

Tom Hooper, 2010

Alla cerimonia dei Premi Oscar del 2011 la pellicola di Hooper ha fatto incetta di premi, sia quello per la regia, per la sceneggiatura e come miglior film, sia come migliore attore protagonista assegnato al perfetto Colin Firth, il quale con la sua impeccabile britshness veste i panni di Albert, il secondogenito di Giorgio V nonché duca di York, che, affetto da balbuzie, non sembra il candidato migliore per regnare. Il sovrano d’Inghilterra deve avere una voce ferma, autorevole.

Alla morte del padre, infatti, sale al trono Edoardo VII, il fratello maggiore di Albert: la condotta del nuovo re, però, suscita scontento e scandalo, poiché intenzionato a sposare l’americana Wallis Simpson, già due volte divorziata. In quanto sovrano e capo della Chiesa, non gli è permesso sposare una donna divorziata. Nel frattempo, a causa dei vari disagi che il principe Albert soffre per via di questo difetto, la moglie Elizabeth (interpretata dalla camaleontica Helena Bonham Carter) si rivolge al terapeuta australiano Lionel Logue (Geoffry Rush), famoso per i suoi metodi non del tutto ortodossi: con lui Albert intraprenderà un lungo percorso terapeutico, che comprende sia esercizi di rilassamento muscolare, controllo del respiro, movimento della lingua e di pronuncia, sia un’indagine psicologica sulle radici del difetto di Albert, che risalgono ad episodi della sua infanzia.

Quando Edoardo VII abdica in favore del fratello, la Seconda Guerra Mondiale si avvicina sempre di più e Albert non può più sottrarsi ai doveri di un sovrano: nel 1939, infatti, da Buckingham Palace re Giorgio VI trasmette via radio il discorso con il quale viene dichiarata l’entrata in guerra della Gran Bretagna. È un momento emozionante per un sovrano, il quale però deve dimostrarsi calmo e risoluto, e Giorgio VI ha al suo fianco Logue che con i gesti e lo sguardo gli ricorda di mettere in pratica le tecniche apprese.

Con il suo discorso, in una stagione buia per l’Europa dei totalitarismi, l’ingessato re di Colin Firth che ergeva barriere di silenzio con gli altri, finalmente libero dalla paura di comunicare, ritrova l’interazione con il popolo attraverso il microfono, vincendo la guerra prima con le parole e poi con la forza.

il discorso del re

Helena Bonham Carter, Colin Firth e Geoffrey Rush in “Il discorso del re”

The iron lady

Phylidia Lloyd, 2011

Thatcher, the milk snatcher (Thatcher, la ruba latte) o The iron lady sono solo alcuni dei soprannomi che Margareth Thatcher si è guadagnata come ministro dell’istruzione e durante i suoi tre mandati da primo ministro (dal 1979 al 1990): la prima ed unica donna premier britannica ricordata dal Regno Unito per la sua rigidità e fermezza in qualsiasi campo è dunque l’oggetto della pellicola di Phylidia Lloyd, cui dona il proprio volto la mimetica Meryl Streep, il cui talento sembra migliorare sempre di più e che per questa interpretazione ha ricevuto il suo terzo premio Oscar come miglior attrice protagonista nel 2012.

La focalizzazione adottata per questo film è però interna ed è appunto una Thatcher ottantenne e vessata dalla sindrome di Alzhaimer a rievocare la sua vita e la sua carriera politica molto osteggiata dagli inglesi (ella era, infatti, la donna più odiata del Regno Unito) proprio per la sua politica ultraconservatrice e la tendenza a non raggiungere mai un compromesso. Il tempo ripercorso con nostalgia dai ricordi va dall’infanzia fino ai giorni prima della guerra delle Falkland, nel 1982: l’infanzia e gli incoraggiamenti del padre a far sempre valere la propria voce, la laurea in chimica al Somerville College dell’università di Oxford, l’incontro con il futuro marito Denis Thatcher e la nascita dell’amore per la politica, le candidature nel partito conservatore (1950 e 1951), l’incarico di ministro dell’istruzione (1970), e, infine, l’elezione a primo ministro 1979. La Thatcher, che in un mondo prevalentemente maschile ha dovuto sempre lottare contro pregiudizi sessisti per farsi valere, sacrificando molto spesso anche la sua vita privata per la carriera politica, rimpiange per lo più i momenti trascorsi con il marito, ormai defunto, ma che ella vede al suo fianco e per questo gli parla come se fosse vivo.

Una storia che è prima di tutto quella di una donna, madre e leader politica che ha saputo combattere contro tutti e sacrificare stoicamente aspetti importanti della propria vita per raggiungere i propri obiettivi, rivoluzionando anche l’opinione sociale delle donne.

the iron lady

Meryl Streep in “The Iron Lady”

A beautiful mind

Ron Howard, 2001

A beautiful mind è uno dei migliori lavori di Ron Howard, drammatico e geniale allo stesso tempo, che nel 2002 ha vinto il premio Oscar come miglior film e miglior regia. Il regista porta sul grande schermo la vita del matematico John Forbes Nash (interpretato da Russel Crowe), vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1994.

Il regista ripercorre questa vita straordinaria caratterizzata sia dalla genialità sia dalla malattia: Nash, infatti, studia a Princeton e nella sua tesi di dottorato espone le sue intuizioni precoci e geniali in campo della teoria dei giochi che superano le teorie economiche di Adam Smith, ormai obsolete, e durante gli anni della guerra fredda lavora al Pentagono, ma le allucinazioni causate dalla schizofrenia di tipo paranoide gli impediscono di avere una percezione lucida della realtà. Dopo la scoperta Nash viene ricoverato in un ospedale psichiatrico e sottoposto a dolenti sedute di shock insulinico e a massicce dosi di psicofarmaci, che inizialmente sembrano avere un esito positivo, ma che il matematico vuole interrompere perché gli impedisce di lavorare. Egli è certo di poter controllare i suoi deliri e le sue visioni con la forza della sua mente e servendosi della razionalità, nella speranza di ritornare all’attività accademica.

Un’esistenza tanto ingegnosa quanto travagliata, dunque, quella di John Nash, interpretata dal magnifico ex gladiatore Russel Crowe, qui ombroso e scostante, che interpreta un personaggio che è stato sì segnato dalla malattia, ma le cui intuizioni, studi e intelligenza non ne sono mai state influenzate. Un commovente lavoro, quello di Howard, che mostra i confini labili tra la genialità e la malattia, realtà e finzione.

A beautiful mind

Russel Crowe in “A beautiful mind”

Eddie the eagle – Il coraggio della follia

Dexter Fletcher, 2016

Nel periodo delle Olimpiadi che si stanno tenendo a Rio de Janeiro, il film di Fletcher sullo sport risulta originale e a tratti non convenzionale: Eddie the Eagle si ispira, infatti, alla storia di Eddie Edwards, il primo sciatore britannico che nel 1988 rappresentò il Regno Unito alle Olimpiadi di Calgary nel salto con gli sci.

Il piccolo Eddie Edwards (interpretato da Taron Egerton) sogna di partecipare alle Olimpiadi, ma non eccelle in nessuna disciplina di atletica leggera: pertanto, decide di diventare sciatore per approdare ai giochi olimpici invernali. Il suo stile rozzo viene molto contestato dal comitato olimpico britannico, quindi Edwards comprende che entrare nella squadra di salto con gli sci (disciplina in cui il paese non gareggia da più di mezzo secolo) sia l’unica possibilità di arrivare alle Olimpiadi. L’atleta si allena sotto il patrocinio di Bronson Parey (Hugh Jackman), ex atleta statunitense del salto con gli sci, per migliorare la tecnica e lo stile: la sua qualificazione è duramente ostacolata dai funzionari olimpici, i quali temono che la Gran Bretagna possa sfigurare.
Dopo diverse vicissitudini l’atleta cui è sempre stato detto che le Olimpiadi non erano nel suo destino arriva in Canada per i giochi invernali: il suo salto di 73 metri non è abbastanza per conquistare il podio, ma risulta essere il nuovo record britannico che gli vale gli applausi e il calore del pubblico britannico e di tutto il mondo. Eddie Edwards ormai è entrato nella leggenda ed è la dimostrazione vivente dell’impegno e del sacrificio che un atleta deve compiere per arrivare al suo obiettivo.

Eddie the eagle

Taron Egerton in “Eddie the eagle”

Grace di Monaco

Olivier Dahan, 2014

Grace Kelly: l’attrice che ha incantato migliaia di spettatori con la sua bellezza ed il suo charme, la musa di Alfred Hitchcook, la cenerentola moderna che ha sposato il principe Ranieri III diventando così principessa di Monaco. Un mito che Olivier Dahan riporta sugli schermi e a donare il proprio voto alla bella Grace di Monaco è Nicole Kidman, che soprende tutti per la sua somiglianza con la principessa. Una pellicola controversa, presentata al Festival del cinema di Cannes del 2014, che è stata accolta con freddezza dalla stampa e non gradita dalla famiglia Grimaldi (che, per la prima volta, non ha presieduto alla cerimonia di apertura del Festival), la quale ha negato qualsiasi attinenza con la realtà delle vicende presenti nel film, soggette a distorsioni per fini commerciali e di gossip.

Grace di Monaco si concentra su un solo anno di vita di Grace Kelly, ovvero il 1962, sei anni dopo il matrimonio: la principessa vive una dicotomia interiore tra il desiderio di ritornare a recitare e il suo nuovo ruolo di principessa, moglie e madre mentre aiuta il marito a difendersi dagli attacchi del presidente francese Charles De Gaulle, che esige il pagamento delle tasse delle aziende transalpine che si sono trasferite nel principato di Monaco. Dunque, Grace rinuncia al ruolo da protagonista in Marnie offertogli da Hitchcook per attenersi alla politica di austerity promossa dal principe Ranieri (che inizialmente era favorevole alla sua partecipazione alla pellicola): Hollywood perde dunque una star, ma questo sacrificio vale all’attrice l’apprezzamento da parte dei suoi sudditi.

Un personaggio, forse eccessivamente ridotto ad icona da Dahan, che sente costantemente il richiamo dell’arte e del cinema, ma che, dato ormai il suo ruolo politico, si trova a dover fare delle scelte per il bene della sua famiglia: quindi, una vita fiabesca solo superficialmente quella di Grace Kelly, dominata da angosce e difficoltà come tutte le donne normali, che sembra allontanare un po’ l’attrice dal pantheon delle dive del cinema.

Nicole Erbetti

grace of monaco

Nicole Kidman in “Grace di Monaco”

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Redazione
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