La migliore offerta di Tornatore:
tra amore e menzogna,
il ritratto di un emarginato

Cosa succede quando un famoso battitore d’aste, nonché eccellente critico d’arte che con un solo tocco o sguardo riesce a riconoscere un dipinto falso da uno vero, si trova a dover varcare il labile confine tra menzogna e verità in campo umano e sentimentale? Questo è il fulcro di La migliore offerta, il film di Giuseppe Tornatore uscito nel 2013: il titolo rimanda all’amore (in quanto – differentemente dalle aste d’arte – non si sa mai quale sia l’offerta migliore) ed è anche una voluta allegoria del mistero del mondo degli affetti e dell’incerto margine tra realtà e finzione. 

Virgil Oldman (interpretato da Geoffrey Rush) è un famoso battitore d’aste elegante e solitario, nonché fervido collezionista: infatti, nella sua casa, ha un caveau segreto in cui contiene numerosi ritratti femminili di Pierre-Auguste Renoir, Raffaello Sanzio, Tiziano Vecelio, Francisco Goya, Dante Gabriel Rossetti e Albrecht Dürer che ha raccolto nel corso della sua carriera – tramite un inganno organizzato insieme al suo amico Billy (Jim Sturgess) – e dove spesso si rintana per contemplarli ed amarli. L’horror vacui del protagonista, che forse ricalca la paura di non saper amare e un vuoto sentimentale, lo spinge ad ammassare le tele l’una all’altra: ogni dipinto è un frammento di vita altrui che incarcera e crede di poter vivere.

«L’ammirazione che nutro per le donne è pari al timore che ho sempre avuto di loro e all’incapacità di comprenderle!»

la migliore offerta

immagine tratta da: www.kinomania.ru

Egli si illude di sostituire così la sua aridità affettiva con l’estasi che prova ammirando i suoi tesori. Il suo universo composto di regole, superstizioni, manie per il controllo, nonché di misantropia e ribrezzo del contatto umano viene però scompaginato dalla telefonata di Claire (Sylvia Hoeks), la quale richiede l’intervento di Virgil per valutare gli oggetti preziosi della casa dei suoi genitori che intende mettere in vendita: la ragazza, però, soffre di un’acuta agorafobia e non si presenta mai agli appuntamenti suscitando così la curiosità dell’antiquariato, il quale, durante i sopralluoghi nella villa scopre alcuni ingranaggi che l’artigiano Robert (Jim Sturgess) sospetta si trattino di pezzi di un automa del celebre Jacques De Voucanson, il primo costruttore di automi della storia.

Il mistero, infarcito dalla passione per ciò che è antico e dal fascino della ragazza imperscrutabile – che rimane celata per metà film – rivela la vera fragilità che Virgil si impegna a nascondere. Egli, infatti, si deve confrontare con la passione per una donna reale e la sua tipica estraneità siderale è compromessa. Oldman è ingenuo e non è più in possesso dell’acuta vista che lo contraddistingueva durante le valutazioni dei dipinti, anche perché nella fase di conoscenza della ragazza si avvale unicamente dell’udito. Dopo averla tratta per inganno fuori dalla protettiva villa e averla condotta nel suo caveau, le confessa il suo amore, apparentemente ricambiato.

Claire:«Allora non sono la prima, ne hai avute altre di donne…»
Virgil:«Sì, le ho amate tutte e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti».

 

la migliore offerta

immagine tratta da: www.paolomarzola.com

I due iniziano una relazione segreta e Virgil ne è tanto assuefatto da trascurare i suoi impegni di lavoro. Al suo ritorno da Londra, dove tiene la sua ultima asta, egli però scopre di essere stato derubato della collezione dal suo amico Billy e dalla sua innamorata: non riuscendo a rintracciare Claire, Oldman cade in uno stato catatonico e viene ricoverato nel reparto di psichiatria. Solamente il desiderio di rivedere Claire lo fa guarire ed egli decide di scommettere sulla sua asserzione «In ogni falso si nasconde sempre un elemento di verità» in merito alla frase di Claire:«qualunque cosa successa, il mio amore è vero!», nutrendo ancora le speranze sull’autenticità del sentimento della giovane e del legame affettivo con un certo caffè di Praga. Virgil parte per la Repubblica Ceca, nella speranza di ritrovarla.

Tornatore con il suo mistery sentimentale porta sullo schermo dei personaggi inquieti, sfuggenti e sempre sull’orlo del precipizio: il loro universo è instabile e ovunque si annidano segreti e imbrogli. Nulla è come appare e ciò vale anche per i sentimenti, come accade nella scena in cui l’esperta mano di Virgil fa riacquistare la sembianza originale alla tavola del Cinquecento, raffigurante un ritratto femminile, che però viene immediatamente riconosciuto come falso. Nessun personaggio viene risparmiato: tutti tramano inganni, nascondono segreti e le loro personalità si moltiplicano e complicano più il film procede in avanti. Tornatore, dunque, ambienta in un non-luogo (una città nordica mitteleuropea) una vicenda che ha echi dei romanzi gotici e dei film di Alfred Hitchcock e che orchestra con una regia molto classica: i forti primi piani, infatti, tendono a scrutare i luoghi e gli stati d’animo, quasi egli voglia concedere almeno agli spettatori la possibilità, inattuabile per i personaggi, di comprendere pienamente i pensieri e il vero volto di ciascuno di loro.

Il tutto è accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone, una carta vincente per ogni regista che richiede la sua collaborazione: reinventando se stesso, pur non abbandonando il suo classicismo, il compositore regala dei brani tormentati. Gli archi, interpretati dalla Roma Sinfonietta e dalla Czech National Symphony Orchestra, suonano sgomenti, rievocano nostalgie, si incrociano con lamenti femminili ampliando una sensazione di malessere e riflettendo la psicologia dei personaggi. Poiché  il film è simile ad un thriller, molti brani si caricano, grazie agli archi che risuonano discordanti, di nevrosi. La colonna sonora del maestro, dunque, non fa che amplificare la solitudine, la malinconia e la fragilità di Virgil Oldman e il suo dolore d’amore.

Un film astratto, dunque, molto lontano dall’ispirazione nostalgica tipicamente tornatoriana e incentrato sul rapporto con lo spazio, che sovrasta i personaggi e ne muove i sentimenti: è soprattutto quello solitario di Virgil, che indossa guanti bianchi per evitare ogni contatto con il mondo esterno, che allontana i domestici dalla sua inespugnabile fortezza; c’è poi quello mentale di Claire, che si dilata fino a confinarla in un nascondiglio segreto e che diventa un luogo di incontro e condivisione delle loro solitudini, di conforto ma pur sempre ricolmo di oggetti preziosi, libri, sculture e dipinti che, come un universo parallelo, rappresentano tutte le esistenze che le due anime solitarie sono incapaci di vivere.

La Migliore Offerta è, infine, il ritratto di un escluso che subisce una metamorfosi, compiendo un passo verso l’altro e l’amore: si può affermare, dunque, che la migliore offerta sia il prezzo da pagare per poter vivere un momento di pura felicità, un vero e proprio antidoto all’immobilità e al timore di vivere con pienezza. Questo atto coraggioso  ha liberato Virgil Oldman dalla sua inespugnabile fortezza di solitudine e gli ha permesso di scoprire la vita vera, quella che racchiude in sé sia momenti da assaporare nella loro totalità, non importa che siano tristi o felici.

Nicole Erbetti

La Migliore Offerta

immagine tratta da: www.cinefatti.it

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Redazione
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