In America, intorno alla metà degli anni Sessanta del Novecento, si delinea un nuovo movimento artistico, l’Iperrealismo, la cui denominazione deriva dalla esplicita volontà di riprodurre la realtà in maniera quanto più dettagliata e precisa possibile, al punto da non poter più distinguere un dipinto da una fotografia.
Affermatosi come decisa reazione all’Astrattismo che aveva dominato la prima metà del secolo, l’Iperrealismo spesso prevede l’uso del mezzo fotografico come punto di partenza per garantire una assoluta aderenza al reale, tra primissimi piani e panoramiche.
Coniato nel 1973 dal gallerista belga Isy Brachot, il termine Hyperréalisme fu il titolo della mostra organizzata da quest’ultimo nella sua galleria di Bruxelles, mostra che vide protagonisti alcuni importanti esponenti americani ed europei in pittura e scultura, tra cui Duane Hanson, Richard Estes e Chuck Close.
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Il quotidiano come soggetto artistico e la scultura iperrealista
Dal punto di vista contenutistico l’Iperrealismo trova nella vita quotidiana – fin negli aspetti più banali e perfino triviali – il suo soggetto di indagine prediletto.
In scultura, attraverso l’impiego di calchi in resina, poliestere o vetroresina, l’azzeramento tra realtà e finzione è tale da portare il pubblico a non sapere distinguere tra realtà e arte, complice anche l’utilizzo di materiale organico, come veri peli e capelli, oltre che di reali accessori e capi di vestiario.
A tal proposito, appare emblematica la scultura Donna delle pulizie a riposo di Hanson, collocata al MoMA, non in una sala del Museo ma in un angolo di passaggio, ingannando così molti visitatori, in conformità con le intenzioni dell’artista.
Consenso del pubblico e controversie critiche
Particolarmente apprezzato dal pubblico, l’Iperrealismo ha suscitato perplessità nella critica, talvolta a ragion veduta vista la tendenza di alcuni artisti a una riproduzione acritica che nulla aggiunge alla realtà. Non mancano tuttavia artisti in grado di suscitare riflessioni con le loro opere, mettendo lo spettatore di fronte a una realtà non edulcorata, fatta di madri di famiglia esauste, coppie annoiate e corpi che mostrano segni di cedimento. Tali rappresentazioni risultano particolarmente forti in una società dove la perfezione estetica è considerata alla stregua di un valore morale.
Tra gli artisti che in anni recenti hanno saputo intercettare il gusto del pubblico, creando una forte empatia nello spettatore, non si può non citare lo scultore australiano Ron Mueck, classe 1958, le cui opere ci mettono di fronte alla nuda realtà dell’esperienza umana, suo campo di indagine elettivo, dal concepimento alla morte.
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L’umanità inquieta di Ron Mueck
Originario di Melbourne, della vita privata di Mueck si sa davvero poco; estraneo alle logiche del jet set internazionale e allergico alle interviste, ha sempre lasciato che la sua arte parlasse al posto suo.
Nato in una famiglia di produttori di burattini e bambole, dopo un esordio come scenografo e creatore di effetti speciali per la televisione, Ron Mueck fa il suo ingresso nel mondo dell’arte sul finire degli anni Novanta, quando il celebre collezionista Charles Saatchi lo invita a partecipare all’esposizione da lui organizzata, Sensation: Young British artists from the Saatachi collection.
In tale occasione, l’artista ha presentato un’opera visivamente molto forte, Dead Dad, ovvero la riproduzione del padre appena deceduto, completamente nudo e realizzato in piccola scala. Le dimensioni ridotte e la rappresentazione poco idealizzante – l’uomo defunto appare esile e dalle spalle strette – nulla ci dicono su chi fosse il padre in vita o sul tipo di rapporto che lo legava all’artista, mettendo lo spettatore di fronte alla precarietà della vita.

R. Mueck, Dead Dad, 1996-1997, Acrilico su vetroresina, con capelli e peli umani (dell’artista), lunghezza 102 cm. Londra, Saatchi Gallery. Immagine tratta dalla mostra Sensation Young British Artists from the Saatchi at The Brooklyn Museum, Fonte: https://itoldya420.getarchive.net/ PDM 1.0
Tutte le sculture di Ron Mueck, realizzate in silicone e fibra di vetro, riproducono con realismo estremo le imperfezioni umane, dai primi cedimenti della pelle alle borse sotto agli occhi, mostrando tutta la fragilità e l’alienazione esperite dall’uomo moderno. Tali tematiche sono perfettamente sintetizzate in opere come In bed (2005), che vede protagonista una donna non particolarmente attraente al momento del risveglio, da sola in un grande letto a fissare il vuoto, forse cercando la motivazione per affrontare la giornata.

R. Mueck, In Bed, 2005, tecnica mista, 162 x 650 x 395 cm, Brisbane( Australia), Queensland Art Gallery. Fonte: www.fondationcartier.com © R. Mueck
L’unico elemento che separa l’umanità di Mueck dalla realtà sono le dimensioni alterate, ridotte o monumentali, come accade in Big Boy (1999), ritratto inquieto di un adolescente accovacciato su se stesso, il cui sguardo ansioso sembra presagire le difficoltà dell’imminente età adulta.
A tal proposito, lo scultore ha affermato: «non ho mai realizzato figure a grandezza naturale perché non mi è mai sembrato interessante. Incontriamo persone a grandezza naturale ogni giorno».
Anche l’intimità di coppia, tema indagato ad esempio in Spooning couple, sembra alludere, al di là dell’apparente tenerezza di una coppia che condivide lo stesso letto, un senso di rassegnazione e distacco.

R. Mueck, Spooning couple, 2005, tecnica mista,116,50 x 104,00 x 79,0 cm. Fonte:https://www.flickr.com/ CC BY-SA 2.0
Dal punto di vista tecnico, l’eccezionale realismo di Ron Mueck è frutto di un lavoro certosino; infatti, la realizzazione di una singola scultura può richiedere uno o più anni e prevede inizialmente la realizzazione di un modello in creta, processo nel quale talvolta l’artista viene affiancato dai suoi assistenti.
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Criptica, spiazzante, a tratti disturbante: l’arte di Mueck non ha risposte ma solo interrogativi sulla condizione umana nella sua interezza, a partire dall’aspetto più difficile da abbracciare, ovvero la sua finitezza.
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