Nella nostro mondo contemporaneo gli astri sono ancora affascinanti e fonte di curiosità; ai tempi di William Shakespeare essi erano parte integrante della quotidianità. Chiunque interpellava le stelle per conoscere l’ora del giorno, il proprio destino, i vari momenti del raccolto. Insomma, conoscere il cielo era parte della cultura popolare, anche per i segni zodiacali. William Shakespeare, uomo del suo tempo, non era da meno.
Grandi rivoluzioni
Nel periodo in cui il Bardo scriveva, l’astronomia stava vivendo grandi rivoluzioni quali le teorie di Galileo Galilei ispirate alla teoria eliocentrica di Copernico e sicuramente l’autore non ne era indifferente. L’elemento scientifico sposò l’elemento più onirico, misterico e fascinoso.
Grazie all’ascolto e osservazione che Shakespeare agiva sul mondo intorno a sé, sono nati alcuni dei più grandi drammi della letteratura teatrale britannica. L’influenza delle stelle sulla vita degli uomini era tale che in tutte le tragedie e commedie i personaggi si riferiscono spesso agli astri, nonostante la trama non lo richiedesse effettivamente.
Le prime opere
Nell’Enrico VI leggiamo il primo riferimento alle stelle come custodi del destino degli uomini:
Il cielo sia avvolto da una coltre nera, giorno cedi il posto alla notte!
Enrico VI, Atto I, Scena I, 1592
Comete, che annunciate il cambiamento di tempo e di stato,
brandite le vostre trecce di cristallo nel cielo,
e con esse flagellate le ignobili stelle
che hanno permesso la morte di Enrico!
Il cielo è quindi messaggero e demiurgo influente sugli uomini, come si evince anche anche ne La dodicesima notte:
Ant: Voi non volete più rimanere, nè volete che vi accompagni?
Seb: No, ve ne prego; la mia stella getta sopra di me un sinistro chiaro…
