C’è una strada a Liverpool che attraversa tutto il nuovo album di Paul McCartney. Non ha una predominanza nei testi delle 14 tracce che lo compongono, ma il suo essere titolo impone una lettura e sintetizza gli intenti. È una strada da cui partire, o meglio, a cui tornare.
Dungeon Lane si trova a Speke, un sobborgo di Liverpool. È una via di per sé anonima: in un altro mondo non avrebbe occupato nessun’altra posizione, se non quella di un cartello che sovrasta un cumolo di mattoni. Invece, in quella strada un giovane di nome Paul era solito trascorrere le sue giornate, sul pianeta Terra ancora ignaro che di lì a poco quelle vie di Liverpool avrebbero fatto la storia, dando «una scossa tellurica al XX secolo», citando lo scrittore Ian Leslie. Paul sarebbe diventato un Beatle e… il resto si sa già.
Ma The Boys of Dungeon Lane non è un disco sui Beatles: è un disco su ciò che c’era prima.
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A 83 anni McCartney ha pubblicato quello che probabilmente è il suo lavoro più apertamente autobiografico dai tempi di Flaming Pie. Non racconta la nascita di una leggenda che lui stesso ha contribuito a fondare, bensì il mondo attorno che l’ha resa possibile: le case popolari di Liverpool, le famiglie operaie, gli amici di quartiere, i genitori, i sogni di ragazzi che ancora non sapevano di stare per cambiare la storia della musica.
McCartney si guarda indietro e si chiede: come sono arrivato fin qui?
La risposta è racchiusa in The Boys of Dungeon Lane.
Molte recensioni hanno definito il disco nostalgico. Il che non è del tutto errato. Ma la personalità di McCartney ci ha insegnato a leggere nelle pieghe di ciò che sembra ovvio, facile e immediatamente decifrabile. Lui e le sue canzoni hanno reso limpida una realtà complessa e profondamente innovativa.
Insomma, sa bene come fregarci.
Sarebbe facile, per questo, bollare il suo nuovo album come la deriva nostalgica di un ottantatreenne che altro non ha se non guardarsi indietro. McCartney usa la nostalgia, tramutandola in un punto di partenza. Non guarda al passato come a un paradiso perduto, crogiolandosi nel bagno caldo di ciò che è stato; ma lo osserva come un territorio ancora vivo, abitato da persone che continuano a parlargli.
Liverpool prima della leggenda
Per capire The Boys of Dungeon Lane, bisogna partire da una constatazione: McCartney non ha mai smesso di raccontare Liverpool.
Lo faceva già negli anni Sessanta, quando popolava le canzoni dei Beatles di figure che sembravano uscite da un romanzo sociale inglese. Eleanor Rigby, Father McKenzie, i barbieri, i banchieri, gli impiegati, le persone comuni che attraversavano il suo immaginario erano spesso il riflesso di un mondo osservato da ragazzo.
Mentre John Lennon tendeva a trasformare la propria esperienza in confessione personale o avanguardia, McCartney preferiva guardare gli altri. Inventava personaggi, costruiva scene, immaginava esistenze.
McCartney non fa un’improvvisa inversione a U verso il suo passato: è il naturale approdo di una poetica lunga sessant’anni.
La differenza è che, stavolta, i personaggi non sono inventati. I «ragazzi di Dungeon Lane» sono proprio loro: Paul, John, George Harrison e tutti quelli che popolavano quel microcosmo della Liverpool del dopoguerra. Sono adolescenti che vivono in un’Inghilterra ancora segnata dalle privazioni, ragazzi che condividono sogni enormi e mezzi limitatissimi.
I Beatles prima dei Beatles.
Il singolo Days We Left Behind chiarisce subito la prospettiva del disco, con McCartney che tenta di capire cosa di quel mondo sia sopravvissuto dentro di lui.
La memoria come territorio vivo
Ciò che rende ancora interessante una figura come quella di Paul McCartney sono la curiosità e la vitalità che continuano ad animare tutto ciò che fa. Più che conservare i ricordi al sicuro, le nuove canzoni del Beatle sembrano interrogarli, come alla ricerca di nuovi significati non ancora scovati.
McCartney evita la monumentalità e ridimensiona il mito dei quattro ragazzi, riportandolo a una dimensione umana.
John Lennon non è la metà della coppia compositiva più famosa del Novecento: è un ragazzo incontrato all’angolo di una strada. George Harrison è un amico con cui condividere sogni e insicurezze.
Perfino la partecipazione di Ringo Starr in Home To Us suona più come una rimpatriata tra compagni di viaggio che come un evento storico (il pezzo è il primo duetto vocale tra Paul McCartney e Ringo Starr).
Non è una reunion. È il ritorno a casa di due uomini che condividono una storia irripetibile e che oggi la osservano da una prospettiva diversa.
Le canzoni che raccontano un passato ancora presente
Il centro emotivo del disco è probabilmente occupato dalla coppia formata da Down South e We Two. Nella prima riaffiora il ricordo di George Harrison e dei viaggi adolescenziali in autostop. Nella seconda il tema dell’amicizia assume una dimensione più universale, trasformandosi in una riflessione sul legame che sopravvive al tempo.
Come Inside e Never Know rappresentano il lato più intimo del lavoro. Sono canzoni che invitano all’ascolto e alla condivisione, quasi un tentativo di aprire al pubblico le stanze private della memoria.
Salesman Saint è uno dei pezzi più significativi dell’intero album. Negli ultimi mesi McCartney ha spiegato più volte come non abbia mai smesso di scrivere della gente comune. Da Eleanor Rigby in avanti, la sua grande forza è stata quella di trasformare figure apparentemente marginali in protagonisti universali.
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Salesman Saint prosegue quella tradizione: è il ritratto di un personaggio sospeso tra realtà e immaginazione, raccontato con la stessa empatia che ha sempre caratterizzato la sua scrittura.
La chiusura è affidata a Momma Gets By. Dietro la figura materna evocata nella canzone si intravede Mary McCartney, ma anche tutte le donne della Liverpool operaia che hanno tenuto insieme famiglie e comunità durante gli anni più difficili del dopoguerra.
Se il disco è una ricerca delle proprie origini, è significativo che si concluda proprio qui.
Oltre la nostalgia
Per questo The Boys of Dungeon Lane non è soltanto un album autobiografico. È un disco sulla memoria collettiva.
Mentre molti artisti della sua generazione celebrano la propria leggenda, McCartney sceglie di raccontare le persone che quella leggenda l’hanno resa possibile.
Alla fine del viaggio non troviamo il Beatle, la rockstar o l’icona culturale. Troviamo un ragazzo di Liverpool che continua a ricordare i suoni della sua strada.
E forse è proprio questa la ragione per cui, dopo tutti questi anni, le sue canzoni riescono ancora a parlare a tutti.e è proprio questa la ragione per cui, dopo tutti questi anni, le sue canzoni riescono ancora a parlare a tutti.
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Immagine in copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.