Guerra e pace: Cuba tra Mckinley e Kennedy

Articolo della newsletter n. 63 - Luglio/Agosto 2026
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Novanta miglia d’acqua separano le isole Keys, in Florida, dalla costa settentrionale di Cuba. Una distanza che una barca veloce può coprire in un pomeriggio, una distanza che un missile balistico può coprire in pochi minuti. Novanta miglia strozzano il Golfo del Messico, i porti del Texas e la foce del Mississippi e trattengono loro dal tuffarsi nell’Atlantico. Per due volte nell’arco di due generazioni gli Stati Uniti si sono trovati sul pelo di quelle anguste acque, hanno guardato verso la stessa isola e hanno dovuto decidere che tipo di potenza volessero essere. Nel 1898 scelsero la guerra e conquistarono un impero. Nel 1962 scelsero la moderazione e salvarono il mondo (anche se la distruzione non era né nelle intenzioni di Washington, né di Mosca). I due episodi vengono solitamente archiviati in cassetti separati della memoria americana, ma messi a confronto compongono una peculiare rappresentazione su come gli Stati Uniti d’America decidono di combattere, e sul raro miracolo istituzionale attraverso il quale decidono di non farlo.

Ciò che cambiò tra i due ottobri non fu la geografia e non fu, fondamentalmente, la tentazione. A mutare fu l’architettura della decisione: se, all’interno della stanza in cui veniva compiuta la scelta, esistesse o meno un freno organizzato. Tutto ciò è cruciale per comprendere, anche oggi, come funzioni la politica estera americana, i poteri di guerra spettanti al presidente e al Congresso.

La splendida piccola guerra

Il conflitto con la Spagna fu, secondo la celebre e famigerata espressione del Segretario di Stato John Hay, «una splendida piccola guerra». Breve, economica in termini di vite americane e feconda di territori. Nel giro di pochi mesi gli Stati Uniti acquisirono Porto Rico, Guam, le Filippine e il controllo protettorato sulla stessa Cuba. È la rara guerra il cui risultato corrispose così esattamente agli appetiti che l’avevano prodotta che si fatica a definirla un incidente.

Eppure, l’uomo che la dichiarò non la voleva, apparentemente. William McKinley aveva camminato tra i campi disseminati di cadaveri di Antietam come giovane sergente commissario; si diceva avesse confidato a un amico di aver visto abbastanza morti da bastargli per tutta la vita. Per tutto il 1897 e fino al 1898 resistette alla febbre bellica, negoziò con Madrid e ottenne reali concessioni da un governo spagnolo nel disperato tentativo di evitare uno scontro che sapeva di perdere. Per gli standard della sua epoca, era una colomba.

I meccanismi intorno a lui, tuttavia, correvano in una sola direzione. L’insurrezione cubana contro il dominio spagnolo si trascinava dal 1895, e la stampa popolare americana scoprì che le atrocità facevano vendere i giornali. La “stampa scandalistica” (o yellow press) creò un costante clima emotivo di indignazione. Poi, nel febbraio del 1898, arrivarono due detonazioni a distanza di una settimana l’una dall’altra. Prima la pubblicazione di una lettera privata del ministro spagnolo Enrique Dupuy de Lôme, che aveva descritto William McKinley come debole e populista. Poi, la notte del quindici, la corazzata Maine esplose nel porto dell’Avana, uccidendo circa duecentosessanta marinai americani. La causa fu quasi certamente un incidente interno, un incendio in un deposito di carbone che raggiunse la santabarbara; le successive inchieste navali lo avrebbero confermato. Ma la causa era secondaria. «Ricordate il Maine, all’inferno la Spagna». William McKinley inviò il suo messaggio di guerra al Congresso quell’aprile. Vi allegò l’Emendamento Teller, con il quale gli Stati Uniti rinnegavano solennemente qualsiasi intenzione di annettere Cuba, una foglia di fico morale che sarebbe stata tacitamente smentita tre anni dopo dall’Emendamento Platt, il quale riservava a Washington il diritto di intervenire sull’isola a proprio piacimento e assicurava l’affitto della baia di Guantánamo che dura ancora oggi.

La caratteristica strutturale del 1898 è l’assenza di un contrappeso. Non c’era alcuna fazione all’interno del governo il cui compito istituzionale fosse quello di rallentare la discesa, nessun organo progettato per trasformare l’emozione in deliberazione. La guerra era la via di minore resistenza: soddisfaceva la stampa, il Congresso, gli espansionisti raggruppati intorno al giovane Theodore Roosevelt e un sentimento nazionale che voleva percepire la propria forza. La riluttanza personale di William McKinley era reale. La situazione, per certi versi, era contraria alla guerra contro il Messico di mezzo secolo prima, scoppiata per il puro volontarismo del presidente James Knox Polk, contro ogni parere della società e del Congresso. Ma William McKinley non bastò, poiché la guerra era sostenibile. Anzi, redditizia. Nel suo costo probabile non c’era nulla che potesse discipl…

Alessandro Maria Radice

"Il mio nome è Legione, poiché siamo in molti": classe 2002 e vago storico, ma anche osservatore di tutte quelle arti che cerco, indebitamente, di fare mie.

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