milano elezioni comunali 2027

La fila per Palazzo Marino

Milano è già entrata nella campagna elettorale, ma il dibattito sembra concentrarsi sui candidati più che sulla città. La vera sfida non è scegliere un sindaco, ma immaginare il futuro della metropoli.
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C’è qualcosa di profondamente milanese nella corsa a Palazzo Marino che si sta formando in queste settimane. Non sono i programmi e nemmeno la geografia dei partiti. La fila. Milano adora le file, per il brunch, per il design, per il nuovo ristorante, per l’installazione immersiva. Adesso c’è la fila per fare il sindaco. E la cosa più sorprendente è che i candidati sembrano aumentare ogni settimana.

Ci sono disponibilità, mezze disponibilità, disponibilità a valutare la disponibilità. Ci sono civici che non vogliono essere chiamati politici ma passano le giornate a fare politica. Ci sono imprenditori che scoprono improvvisamente la vocazione pubblica, assessori di Municipio che parlano come se dovessero guidare la Comune di Parigi e politici da TikTok che considerano Palazzo Marino l’ultima piattaforma da conquistare dopo i social.

Milano, del resto, esercita un fascino particolare. È la città italiana che attira di più. Evidentemente attira anche gli aspiranti sindaci. Tutti sembrano desiderare le chiavi del municipio. Molto meno chiaro è capire cosa intendano fare una volta entrati.

La domanda continua a tornare, ostinata, quasi scortese nella sua semplicità: va bene il candidato. Ma l’idea di città qual è?

Il centrodestra, almeno fin qui, sembra convinto che Milano possa essere raccontata come un interminabile bollettino di sicurezza. C’è un’europarlamentare che ha costruito una parte consistente della propria notorietà trasformando ogni vicolo in un set da video verticale, ogni episodio di cronaca in un contenuto da rilanciare con un’ossessione per sicurezza e immigrazione. Funziona, probabilmente. Gli algoritmi amano la paura più della complessità. Ma una metropoli di un milione e mezzo di abitanti è qualcosa di più complicato di un feed di TikTok.

Il problema non è parlare di sicurezza. Il problema è parlare quasi soltanto di quello. Perché dopo l’ennesimo video, dopo l’ennesima promessa di ordine, e poi? Come si affronta il costo della casa? Come si trattengono i giovani? Come si rendono vivibili le periferie senza usarle come fondale elettorale? Come si tiene insieme università, innovazione, cultura, trasporti e welfare?

Fin qui le risposte arrivano a intermittenza. E l’impressione è quella di una politica che descrive molto bene il problema ma fatica a raccontare le soluzioni.

Dall’altra parte del campo si muove una fauna altrettanto interessante. C’è il rivoluzionario del Municipio 1, quello che in ogni assemblea sembra prepararsi alla presa del Palazzo d’Inverno. Parla di redistribuzione, resistenza, potere popolare con una convinzione che meriterebbe almeno una colonna sonora di Sergej Ėjzenštejn. Ogni annuncio sembra il preludio di una trasformazione storica. Poi però ci si ricorda che il compito è amministrare Milano, cioè far arrivare autobus, aprire asili, gestire cantieri, non guidare una rivoluzione mondiale. E il sospetto è che l’unica fabbrica frequentata negli ultimi anni sia su Zoom. Perché a forza di parlare di rivoluzione socialista, poi gli operai, con i loro problemi concreti, cercano qualcuno a cui dare la colpa. E non è il padrone, ma l’immigrato. E votano Vannacci invece di leggere Marx.

Neppure il mondo civico resiste alla tentazione della candidatura. Ogni settimana nasce un movimento che promette di superare i partiti, salvo assomigliare sorprendentemente a un partito con un logo più elegante. Tra le figure che circolano c’è anche chi arriva dal mondo della ristorazione e parla di una Milano più giusta e più accessibile. Intento rispettabile. Ma suscita inevitabilmente un sorriso l’idea di rifondare l’equità urbana rappresentando una città dove un panino, nella catena dello stesso imprenditore, può costare quanto la spesa settimanale di una famiglia di qualche anno fa. Non è una colpa. È una fotografia della contraddizione milanese.

E sarebbe troppo facile fermarsi qui, a distribuire ironie. Perché il punto non sono i singoli aspiranti sindaci. Il punto è che da mesi il dibattito pubblico sembra concentrarsi più sulle persone che sulle visioni. Si discute di chi abbia più follower, più notorietà, più capacità comunicativa, più possibilità di arrivare al ballottaggio. Molto meno di quale Milano immagini ciascuno fra dieci anni.

Ed è un peccato, perché Milano meriterebbe una discussione infinitamente più ambiziosa delle geometrie elettorali. Meriterebbe un confronto sul modello di sviluppo, sul rapporto tra crescita economica e coesione sociale, sulla trasformazione urbana, sul futuro delle periferie, sul lavoro che cambia, sulla popolazione che invecchia, sullo spazio pubblico che si restringe mentre aumentano le disuguaglianze.

Paradossalmente, la città italiana che più di tutte ha imparato a pensare in grande rischia oggi di discutere in piccolo. Come se bastasse cambiare il nome sulla porta dell’ufficio del sindaco per risolvere questioni che riguardano l’identità stessa della metropoli.

E qui anche il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Perché sarebbe intellettualmente disonesto negare ciò che Milano è diventata negli ultimi quindici anni. La città è più internazionale, più europea, più attrattiva, più dinamica. Ha attirato investimenti, università, imprese, talenti. Ha trasformato ex aree industriali in nuovi quartieri e ha smesso di sentirsi una provincia benestante per provare a giocare la partita delle grandi metropoli europee.

Sarebbe ingeneroso raccontare tutto questo come un errore. Non lo è stato. Milano oggi è probabilmente la città italiana che offre più opportunità, quella in cui il merito trova ancora qualche spazio, quella che continua ad attirare ragazzi dal resto del Paese quando cercano un futuro che altrove sembra essersi preso un anno sabbatico.

Ma ogni accelerazione produce una forza centrifuga. E quando una città corre molto, qualcuno inevitabilmente perde il passo.

Qui la sinistra ha mostrato la sua distrazione più evidente. Ha raccontato la crescita quasi come se bastasse pronunciare la parola “sviluppo” perché tutti ne ricevessero automaticamente una quota. Ha celebrato skyline, investimenti, classifiche internazionali e inaugurazioni. Molto meno si è interrogata sul prezzo sociale del successo.

Non tutto dipende da Palazzo Marino, naturalmente. Sarebbe un alibi tanto comodo quanto falso attribuire al Comune responsabilità che appartengono anche al mercato immobiliare, alle politiche nazionali, alla stagnazione dei salari italiani, alla finanza globale che considera le grandi città europee come un gigantesco catalogo di investimenti. Da Barcellona ad Amsterdam, da Lisbona a Berlino, il costo della casa è diventato il grande spartiacque urbano del nostro tempo.

La differenza è che altrove, almeno in parte, gli stipendi hanno seguito quella corsa. In Italia molto meno. E Milano è diventata il luogo dove questa contraddizione esplode con maggiore violenza. Perché il mercato pretende mobilità ma offre salari immobili.

È difficile convincere un giovane infermiere a trasferirsi in una città dove lo stipendio basta appena a pagare una stanza. Ancora più difficile chiedere a un insegnante, a un assistente sociale, a un educatore professionale, a un bibliotecario, a un agente della polizia locale o a un impiegato comunale di costruirsi una vita nella stessa città che ogni giorno contribuiscono a tenere in piedi.

È questa la contraddizione più dolorosa della Milano contemporanea. Coloro che rendono possibile il funzionamento della città rischiano di esserne progressivamente espulsi. Chi cura le fragilità sociali diventa esso stesso fragile. Chi educa i figli della città non può permettersi di abitarla. Chi garantisce servizi pubblici essenziali finisce per passare più tempo in treno che sul posto di lavoro. In un specie di uroboro in cui le disuguaglianze divorano chi dovrebbe curarle.

E forse è arrivato il momento che anche il sistema economico smetta di considerarsi semplice spettatore. Se una persona lavora quaranta ore alla settimana e, nonostante questo, non riesce a permettersi un’esistenza dignitosa nella città in cui produce ricchezza, la domanda non riguarda soltanto il Comune. Riguarda il modello economico che abbiamo costruito.

Milano continua a essere una città straordinaria. Lo è nella capacità di innovare e di attrarre. Lo è persino nelle sue contraddizioni, perché spesso anticipa problemi che il resto del Paese scoprirà qualche anno più tardi. Ma proprio per questo avrebbe bisogno di una politica capace di guardare oltre il prossimo post, oltre il prossimo sondaggio, oltre la prossima polemica sui monopattini o sulla movida.

La casa non è soltanto un tema urbanistico. È il presupposto della cittadinanza. Gli affitti non sono una voce di bilancio. Decidono chi può restare e chi deve andarsene. Le periferie non chiedono compassione, ma servizi, scuole, trasporti, luoghi di incontro. La mobilità non consiste nello stabilire quale mezzo debba vincere la guerra ideologica tra automobile e bicicletta, ma nel permettere alle persone di muoversi bene, rapidamente e senza trasformare ogni spostamento in un referendum identitario.

E mentre la città invecchia, gli studenti fuori sede aumentano, le famiglie cambiano e il lavoro si trasforma, la politica continua troppo spesso a discutere come se bastasse cambiare il protagonista del manifesto elettorale.

Ecco perché la domanda decisiva non è chi sarà il prossimo sindaco.

La domanda è quale Milano avrà il coraggio di immaginare.

Una Milano che continui a crescere senza diventare un privilegio. Una città dove il successo economico non coincida con l’espulsione dei ceti medi, dove il valore di un quartiere non si misuri soltanto dal prezzo al metro quadro, dove la sicurezza non è solo uno slogan da cavalcare e dove l’inclusione non resti una parola da convegno.

Di aspiranti sindaci, ormai, ce n’è in abbondanza. Quello che ancora manca è qualcuno disposto a raccontare una città invece che una candidatura.

E una città non si giudica da quanti vogliono governarla. Si giudica da quanti possono ancora permettersi di viverci.

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Matteo Gatto

Nato nel 1990 in Salento, cresciuto in Franciacorta, diviso tra Brescia e Milano. Storico per formazione, comunicatore per mestiere, assessore al bilancio per imprevisti della vita. L'unica costante? La giornata comincia sempre con una rassegna stampa.

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