«Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra rocca di Troia…» È con queste parole che si apre l’Odissea, uno dei racconti più celebri della letteratura occidentale. Un racconto che ha affascinato generazioni di lettori e che il 16 luglio 2026 è arrivato anche sul grande schermo con The Odyssey del celebre regista Christopher Nolan. Da quasi tremila anni accompagna generazioni di lettori con il suo intreccio di mostri, dèi, naufragi e terre misteriose. Dietro il fascino del mito dell’eroe Odisseo e del suo tortuoso e pericoloso ritorno a Itaca si nasconde una domanda: quanto c’è di realmente storico nell’Odissea?
La risposta non è semplice e sappiamo che provare la reale esistenza dell’eroe è impossibile, così come la sua navigazione per il Mar Mediterraneo. Eppure, il poema omerico non è solo una fantasia: tra le righe dell’opera sopravvivono ricordi di città realmente esistite, di antiche istituzioni politiche, di usanze documentate dall’archeologia e perfino dell’epocale crisi che, intorno al XII secolo a.C., pose fine alla civiltà micenea. L’Odissea non è una cronaca storica: è la memoria poetica di un mondo perduto.
La città di Troia: quando mito e archeologia si incontrano
Per gli antichi greci la guerra di Troia era un vero e proprio evento storico, tanto che alcuni eruditi antichi ne proponevano diverse datazioni. Gli intellettuali già all’epoca proponevano diverse datazioni. Lo storico Duride di Samo (340 a.C. – 270 a.C.), ad esempio, sosteneva che la città fosse stata conquistata nel 1334 a.C., mentre per il filosofo Eratostene (276 a.C. – 194 a.C.) la guerra si era svolta tra il 1194 e il 1184 a.C. Sebbene le date oscillassero, nessuno metteva in dubbio che il conflitto si fosse svolto davvero in un’antica fase della civiltà greca.
L’epoca in cui sarebbe avvenuta la guerra era così lontana che i Greci non si definivano ancora come elleni, ma come Achei, Danai o Argivi. In seguito, in età moderna, la polvere si depose su queste opere e prevalse l’idea che quanto avvenuto nei poemi omerici fosse solo un mito. Fu solo nel XIX secolo con le scoperte del mercante e archeologo dilettante Heinrich Schliemann che la questione sulla storicità del conflitto tornò ad aprirsi.
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Affascinato sin da bambino dai poemi omerici, Schliemann era convinto che quei testi custodissero un nucleo di verità. Per questo iniziò gli scavi sulla collina di Hisarlık, nella regione di Burnarbashi, nell’attuale Turchia. Nel 1870 iniziarono i primi scavi, i quali portarono alla luce le rovine di una città che fu identificata come i resti della mitica città. Tuttavia, sebbene i Dardanelli fossero il luogo in cui i Greci situavano la città, cominciarono a emergere alcune incongruenze che lasciavano scettici gli studiosi. In particolare, la città sembrava troppo povera e il nucleo troppo piccolo per corrispondere all’antica e ricca città raccontata dal poema. La scoperta di Schliemann fu sensazionale, ma portò alla luce i resti di una grande città, che erroneamente attribuì a quella omerica.
Dopo Schliemann: alla ricerca della vera Troia
Tra il 1988 e il 2005, un altro archeologo tedesco, Manfred Korfmann, cercò di rispondere agli interrogativi rimasti in sospeso dagli scavi del nucleo abitativo. Secondo l’archeologo i resti trovati da Schliemann erano solamente quelli dell’Acropoli, ovvero della “città alta” e intorno c’era un’area di insediamento molto più vasta. Quindi anche Korfmann si convinse di aver scoperto la città di Troia. Avanzò l’ipotesi che la guerra venne combattuta intorno al II millennio a.C. tra i Greci e le popolazioni asiatiche per il controllo delle rotte commerciali. Questa guerra per il controllo dello stretto dei Dardanelli, si sarebbe svolta nell’epoca che la storia oggi chiama Micenea.
Nel frattempo, la conoscenza dei popoli dell’Egeo del II millennio a.C. veniva approfondita. Pochi anni dopo le scoperte di Schliemann, nel 1917 venne decifrata la scrittura del popolo ittita, dominatore dell’Anatolia, l’odierna Turchia, dove sarebbe sorta Troia. L’archivio di Ḫattuša, una raccolta di trentamila tavolette d’argilla in scrittura cuneiforme rinvenute nella capitale del regno ittita, conterrebbe riferimenti ai fatti del poema. Infatti, all’interno di alcuni documenti ufficiali si fa riferimento a un popolo degli Ahhijawa e alla città di Wilusa, sulla quale regnava Alaksandu. Questi termini, attraverso il confronto linguistico, potrebbero far pensare alle parole Achei, Ilio e Alessandro, altro nome del principe troiano Paride. Quello che si può affermare è che i testi omerici conserverebbero una memoria dell’antico conflitto tra le coalizioni greche e un’antica e potente città anatolica. Questa rimane una domanda irrisolta, in quanto le conoscenze sul II millennio a.C. sono ancora lacunose e incerte.
Il mondo di Odisseo: uno specchio della civiltà micenea
Sappiamo che è difficile rintracciare nella realtà la geografia del lungo e tortuoso viaggio di Odisseo per ritornare a Itaca. Si tratta di una rotta che sconfina nell’irrealtà e di un viaggio per universi paralleli, lontani da quelli degli uomini. È una geografia interiore, quella di un eroe che corre costantemente il rischio di dimenticare la propria identità di marito, padre e sovrano. Un uomo che arriva ad annullare persino la sua natura umana, trasformandosi in Nessuno di fronte al pericolo del ciclope Polifemo, ma che, alla fine, giunto a casa, si riappropria del proprio sé.
Nonostante l’impossibilità di rintracciare i luoghi nella realtà, all’interno del testo ci sono alcuni riferimenti a città storicamente esistite. Nel II libro dell’Odissea, il giovane Telemaco annuncia di partire alla ricerca del padre, recandosi a Pilo e a Sparta per parlare con i compagni d’armi che hanno combattuto con suo padre a Troia. I palazzi descritti da Omero ricordano quelli scoperti a Micene, Tirinto e Pilo: grandi complessi amministrativi che costituivano il cuore del potere politico ed economico dell’antica civiltà greca.
Se queste città risultano più facilmente rintracciabili, risulta ben diverso ricostruire con precisione la funzione che il sovrano ricopriva all’interno del mondo omerico. La figura del re risulta una commistione tra l’antica figura del wànax, che significava letteralmente «colui che comanda» o «dominatore», e quella dell’aristocratico di una fase successiva. Nell’età micenea la società era fortemente gerarchizzata; il re era depositario di un potere assoluto esercitato nel palazzo, centro di ricchezza e di potenza militare. Inoltre, oltre a essere capo politico, era anche sacerdote.
In seguito, durante il Medioevo ellenico, la società fu aristocratica, basata sul predominio di un ceto ristretto contraddistinto dalla nobiltà di nascita e dal possesso di ricchezze e terreni. Questi rapporti erano basati su legami di sangue e sull’appartenenza a una discendenza da un antenato comune, generalmente nobile o addirittura divino. Tra i membri di questa aristocrazia aveva particolare rilevanza il basilèus, che era capo militare e giudice.
Le tradizioni che attraversano i secoli
Uno degli aspetti più realistici dell’Odissea riguarda sicuramente la vita quotidiana. La sacralità dell’ospitalità, la xenia, i banchetti rituali, lo scambio dei doni, i sacrifici agli dèi e il rispetto verso gli ospiti sono pratiche ben documentate anche da altre fonti del mondo greco.
Ogni volta che Odisseo approda su una nuova terra, il modo in cui viene accolto diventa anche una prova della civiltà del popolo che incontra. I Feaci, con il loro benevolo re Alcinoo e la giovane Nausicaa, rappresentano il modello ideale di comportamento nell’accoglienza dell’ospite; al contrario, i Ciclopi ne incarnano la completa negazione. Attraverso questi episodi, Omero non descrive soltanto avventure fantastiche, ma riflette soprattutto sui valori fondativi della società greca.
Un altro aspetto fondamentale che viene indagato nell’Odissea è quello della vendetta. Odisseo, una volta ritornato a Itaca, progetta e mette in atto la vendetta nei confronti dei principi, i Proci, che hanno infestato la sua casa e insidiato sua moglie. Il mondo greco basa il proprio comportamento sui codici della cultura della vergogna. Questo concetto venne coniato dall’antropologa Ruth Benedict e serviva per descrivere un modello sociale il cui controllo del comportamento è basato non sulla coscienza interiore, ma sul biasimo della comunità. In seguito, venne applicato dal grecista Eric R. Dodds per descrivere la società omerica. Secondo i dettami della società della vergogna, solo la vendetta può lavare l’offesa che i pretendenti hanno arrecato a Odisseo, insidiando Penelope e minacciando la vita di Telemaco.
Il crollo del mondo miceneo
Intorno alla fine del XIII secolo a.C., una delle più grandi crisi della storia antica sconvolse il Mediterraneo orientale. I grandi palazzi micenei furono distrutti, la scrittura Lineare B scomparve, il commercio internazionale si interruppe e intere città vennero abbandonate. Anche il potente Impero ittita crollò nel giro di pochi decenni. Tra le possibili cause di questa violenta fine, gli studiosi suppongono che vi siano state le incursioni dei Popoli del Mare, cioè confederazioni di predoni e navigatori che avevano aggredito queste zone del Mediterraneo, o l’invasione dei Dori, una popolazione proveniente dall’Europa centrale che si stabilì poi nella Grecia settentrionale e nel Peloponneso.
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Oggi, tuttavia, la ricerca propone un quadro molto più complesso. Cambiamenti climatici, terremoti, crisi economiche, guerre interne e migrazioni contribuirono probabilmente insieme al collasso dell’Età del Bronzo. Un avvenimento così complesso come il crollo della civiltà doveva essere legato sia a fattori esterni sia, certamente, ad attriti interni, specialmente di natura economica, portando i ceti più bassi a rifiutarsi di pagare gli onerosi contributi che i signori dei palazzi li costringevano a versare.
Dunque, quando vennero composti i poemi omerici, quel mondo narrato nell’Iliade e nell’Odissea era ormai scomparso da secoli. Eppure, il ricordo dei suoi re, delle sue città e dei suoi valori sopravviveva ancora nella tradizione orale, trasformandosi lentamente in mito.
Il mito nel suo valore storico
L’Iliade e l’Odissea non sono documenti o fonti storiche nel senso moderno del termine, né un resoconto fedele della guerra di Troia o dei viaggi di un eroe realmente esistito. La loro importanza risiede altrove: come memoria collettiva tramandata di generazione in generazione, i poemi conservano frammenti di un passato che l’archeologia ha iniziato a ricostruire solo negli ultimi centocinquant’anni.
Probabilmente non sapremo mai se Odisseo sia davvero esistito e nemmeno se sia esistito il suo presunto creatore, Omero. Tuttavia, sappiamo che dietro il suo viaggio si intravedono città reali, antichi regni, usanze documentabili e una delle più profonde trasformazioni della storia del Mediterraneo. È proprio questo il fascino dell’Odissea: raccontare il mito e, allo stesso tempo, custodire la memoria di un mondo perduto.
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Per saperne di più:
- M. Bettini, M. Lentano, D. Puliga, Il mondo antico e noi, vol.1, Sanoma, 2023
- L. Misculin, La fine del mondo, il Post, 2021
- L. Pepe, Storie meravigliose di giovani greci, Laterza, 2022
Immagine generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.


